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8 dicembre: L'Italia che lotta per la giustizia ambientale

8 dicembre: L'Italia che lotta per la giustizia ambientale
In migliaia contro questo modello di sviluppo che sta devastando l'habitat in cui viviamo. Contro le grandi opere inutili e dannose; l'inquinamento dell'aria; la contaminazione di acque e suolo da processi industriali; gli inceneritori, le politiche sui rifiuti e l'ecomafia che ci specula; il consumo di suolo; le grandi navi; i gasdotti e la dipendenza dai fossili; la sottrazione di beni comuni; le antenne militari; l'erosione della democrazia; il prevalere del profitto di pochi sul benessere di tutti. Non solo per la difesa dell'ambiente, della salute, dei territori, ma per un inversione di rotta (i.b.)

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DAI MEDIA

giovedì 7 luglio 2016

Diritti nel mondo globalizzato

«L’imperialismo può sopravvivere solo imponendo un regime di schiavitù a paesi che gli offrono possibilità di realizzare i profitti che gli sono essenziali per un continuo sviluppo». Il manifesto, 7 luglio 2016 (c.m.c.)

Si è concluso a Roma il convegno internazionale su Globalizzazione e diritti fondamentali, organizzato dalla Fondazione Lelio e Lisli Basso Issoco a 40 anni dalla Dichiarazione dei diritti dei popoli, sottoscritta ad Algeri. Giustizia ambientale, finanziarizzazione dell’economia, ruolo dei media e delle reti sociali sono stati i temi in discussione nella giornata conclusiva, moderata da Nicoletta Dentico. Problemi, convergenze, sguardi antichi e nuovi saperi condivisi per ricostruire la cittadinanza del Terzo millennio e prospettive di cammino su questioni di rilevanza globale e nazionale.

La Dichiarazione di Algeri è tutt’ora attuale anche se l’imperante retorica sui diritti umani serve a nascondere iniquità e asimmetrie, imposte anche attraverso le istituzioni internazionali che quei diritti dovrebbero tutelare. «L’imperialismo – scriveva Lelio Basso nel preambolo alla Dichiarazione di Algeri – può sopravvivere solo imponendo un regime di schiavitù a paesi che gli offrono possibilità di realizzare i profitti che gli sono essenziali per un continuo sviluppo». E perciò: «Solo combattendo il sistema, lottiamo di fatto contro la causa delle violazioni».

Parole capovolte e contraffatte nell’ingombro di informazioni interessate che producono «un basso livello di verità» e portano – ha sottolineato l’economista indiana Mary E. John – a non vedere che «l’80% dell’abbigliamento mondiale si produce nei paesi del sud, dove lo sfruttamento della manodopera è più feroce». Una situazione in cui «partiti xenofobi possono presentarsi come falsi paladini della sovranità dei popoli».

Proprio in un contesto simile, «colpisce la capacità di anticipazione della Dichiarazione di Algeri nell’aver colto il carattere dell’oppressione neocoloniale: forse persino più brutale di quella, diretta ed esplicita, coloniale», ha detto Luciana Castellina. E cioè di aver colto e denunciato «la nuova violazione contro l’autonomia dei popoli, esercitata attraverso il capitale finanziario, multinazionale, gli accordi commerciali funzionali all’imposizione di un modello sociale, economico, politico devastante sul piano ecologico, ma gradito all’Occidente».

La Dichiarazione di Algeri – ha ricordato Gianni Tognoni – rifiutava di accettare l’«espulsione» dei soggetti portatori di diritti inalienabili (popoli e individui) dal loro ruolo di protagonisti, «e la loro trasformazione in spettatori-vittime di nuove forme di dittatura, che rivendicavano una impunità completa in nome dell’autonoma normatività dei trattati economici».

Fra le ragioni dei massacri e delle tensioni che scuotono diverse regioni del mondo, vi è anche la creazione di «false nazioni e stati, imposti dalle grandi potenze», ha detto ancora Castellina, portando il discorso sul «popolo più grande e più oppresso, quello nomade dei migranti. Non parlo solo dei disperati che affogano nei barconi – ha aggiunto – parlo del fatto che migrare è diventato un fenomeno generalizato che richiede un nuovo tipo di cittadinanza universale e chiama in causa l’umanità intera».
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