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lunedì 4 luglio 2016

Dà fuoco alla compagna dopo la lite

«Sono 1800 le donne uccise , in famiglia o all'interno della coppia, dal 2005 ad oggi. La criminologa: “Gli assassini bruciano le loro vittime perché è come se ammazzassero due volte”». La Repubblica, 4 luglio 2016 (c.m.c.)


Ancora una donna data alle fiamme, cosparsa di alcol, incendiata come carta straccia da buttare. Punita col fuoco davanti ai bambini di uno e tre anni in lacrime perché osava protestare per i continui maltrattamenti. Ma anche una donna che, portata in ospedale, ha cercato di negare le violenze, di difendere l’uomo che diceva di amarla e l’aveva ridotta in prognosi riservata, col corpo straziato, coperto di ustioni. È accaduto sabato sera a Tuglie, in provincia di Lecce, dove il compagno, che all’ultimo aveva dato l’allarme, è stato poi arrestato.

E la memoria corre a Sara Di Pietrantonio, la ventiduenne romana strangolata e bruciata, abbandonata in un cespuglio a fine maggio come una bambola vecchia dall’ex fidanzato che non accettava di essere stato lasciato. Sara e le altre. Perché si ripetono in questi mesi i casi in cui è il fuoco l’arma scelta per punire la donna che ha osato ribellarsi o deciso di andarsene: Lecce, Roma, Caserta, Pozzuoli, Caorle. Giovani e pensionati, italiani e stranieri, borghesi e senza tetto hanno usato benzina, alcol, liquido infiammabile generico.

Così recitano i rapporti di polizia degli ospedali. «Come se volessero cancellare le loro donne senza neppure sporcarsi le mani con il loro sangue», sottolinea Anna Costanza Baldry, criminologa, docente di psicologia alla seconda università di Napoli che da anni lavora contro la violenza alle donne.

Sara e le altre, vittime di mariti, fidanzati che non si vogliono arrendere alla fine di una storia. Sono 63 le donne morte dall’inizio dell’anno uccise da chi sosteneva di amarle. Centinaia quelle aggredite, ferite, vittime di stalking. Questo raccontano i dati ufficiali del 2016, in lieve calo, cifre che non fotografano però la realtà per intero, vista la quantità di vittime che non denuncia e che anche in ospedale, come a Tuglie, nega nel timore di nuove violenze.

Troppa la paura di non avere un luogo sicuro dove rifugiarsi prima che il colpevole venga condannato. Perché siamo in un Paese dove da un lato il ministero promuove camper che gireranno per le città per convincere le vittime a denunciare, mentre dall’altro si tagliano i fondi ai centri antiviolenza che le accolgono, le ospitano una volta in fuga dalle case e dai compagni che le abusano.

«Sono molte le donne vittime di stalking che mi hanno raccontato di essere state minacciate, di essersi sentite urlare: io ti do fuoco» spiega Baldry. «Per l’uomo è come dire: io decido di eliminarti, di annullarti, eri cenere e cenere ritornerai. Mi prendo il ruolo di dio, è un’estrema assunzione di potere. E di vendetta: perché chi lo fa sa di procurare una morte lenta, dolorissima. Perché è una decisione presa due volte, quando si appicca il fuoco e quando si sceglie di non intervenire, di non buttare una coperta addosso alla moglie, alla fidanzata in fiamme. Una doppia crudeltà, un gesto primordiale, come primordiale è il fuoco, la sua paura, la sua fascinazione, anche se non è detto che chi compie questo gesto abbia fatto tutti questi pensieri, ma semplicemente ha agito di istinto, con l’arma più a portata di mano».

E davanti a questa violenza, secondo l’esperta psicologa, non ci sono leggi più severe capaci di far desistere chi diventa assassino perché incapace di accettare il libero arbitruo altrui. E sono ancora tanti in Italia, anche se i dati del ministero dell’Interno parlano di un 20 per cento in meno di femminicidi, 63 a 80, rispetto ai primi sei mesi del 2015.

I dati dell’Istituto di ricerche economiche e sociali (Eures) parlano invece di quasi 1800 donne uccise dal 2005, il 71 per cento in famiglia, e di queste il 67per cento all’interno della coppia. Una su quattro da un ex marito o compagni. I femminicidi hanno avuto nel 40,9% dei casi un movente passionale, e nel 21,6% sono stati originati da liti.

Le armi più utilizzate sono state quelle da taglio (32,5%) o pistole (30,1%) mentre il 12,2% dei killer ha fatto uso di “armi improprie” (in questa percentuale rientra l’uso del fuoco), il 9% ha strangolato la vittima e il 5,6% l’ha soffocata. Nel 16,7% dei casi, il femminicidio è stato preceduto da “violenze note” ma solo l’8,7% è stato denunciato. Come dire, una volta su due botte e maltrattamenti sono rimasti segreti. Chiusi dentro alle mura di casa. Fino a quando non è stato troppo tardi.
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