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sabato 23 luglio 2016

Castrum, ville e fiumi: la metro non s'ha da fare

«“C” come Capitale. Il sottosuolo di Roma è pieno di resti romani e corsi d’acqua. Perché allora non ripristinare soltanto la linea tranviaria?». Il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2016 (p.d.)

La Roma dei Papi e purtroppo anche la Terza Roma sono state costruite sopra la Roma dei Cesari e con Augusto è arrivata a superare ampiamente il milione di abitanti. Logico che – come ha ben documentato ieri l’inchiesta del Fatto sulla stazione della Metro C a San Giovanni in Laterano – scava che ti scava, te la ritrovi ovunque. In questo caso coi Castra Nova di dimensioni imponenti, sempre più difficili da superare in sotterranea. Da qualche parte devi pur entrare e uscire alla luce. Per limitare lo sbrego, si erano progettate le stazioni sotterranee in una sorta di tunnel allargato, limitando il “buco” alle scale mobili. Ma l’attuale progetto – peraltro privo al momento di fondi – non prevede questa soluzione un po’più soft.

Da qualche parte si fa notare che le informazioni storiche sulla zona di San Giovanni erano sino a ieri scarse. Per la verità le indagini di metà '800, integrate da altre recenti col georadar, hanno consentito di individuare importanti strutture a poche decine di metri dai Castra Novadi via Amba Aradam, precisamente sotto la Basilica di San Giovanni in Laterano. E sono – come scrivono gli archeologi Paolo Liverani, Ian Haynes, Iwan Peverett, Salvatore Piro e Giandomenico Spinola nella pubblicazione uscita due anni fa dalla Tipografia Vaticana – “un complesso di strutture relative al quartier generale della caserma” e non soltanto un praetorium, un macellum e, sotto il Battistero, proprio verso via Amba Aradam, un impianto termale.

Si tratta di una rete di caserme di cavalleria dell’epoca di Settimio Severo estese anche su via Merulana per gli Equites, un corpo sciolto da Costantino dopo la vittoria di Ponte Milvio. Così una parte di quell’amplissima area militarizzata venne utilizzata “per la Basilica Salvatoris”, la più antica. Se poi si procede a scavare – precisò l’archeologa Rossella Rea direttrice a lungo del Colosseo, allorché si scoprì a San Giovanni la famosa villa con grande piscina – si ritroveranno “la storia dell’uomo attivo nell’area dalla fine del VII secolo a.C. quando inizia a occupare le sponde di un corso d’acqua a fondovalle, e percorre coi carri un primo tracciato viario in terra battuta”. Ancora nel Medio Evo era zona di corsi d’acqua,mulini e“marane”. La stessa archeologa notò che “oltre le pareti del cantiere per la Linea C, la vasca si estende verso le Mura (Aureliane) dove probabilmente si conserva, e in direzione di piazzale Appio, nell’area interessata dalla Linea A ove, invece, è stata sicuramente intercettata e distrutta”. Operazione oggi, per fortuna, non ripetibile. Ma che pone varie questioni.

Spostiamoci in direzione Colosseo-piazza Venezia-Argentina: più si procede e più si fa pesante il problema delle acque sotterranee da affrontare e smaltire al di sotto dello strato archeologico per potervi realizzare stazioni e uscite. A costi sempre più elevati. Non in Largo Argentina dove sorge ancora il Foro Repubblicano. Forse davanti alla Biblioteca Vallicelliana col rischio di minarne la stabilità? Sotto Corso Vittorio scorre infatti un vero e proprio fiume, l’Euripus dei Romani, che, arrivando da Campo Marzio, sotto la imponente Cancelleria sommerge il sepolcro di Aulo Irzio, luogotenente di Cesare, caduto col console Vibio Pansa nella battaglia di Modena nel 43 a.C. Al corso di Euripus e di altre vene d’acqua i muraglioni di fine ’800 hanno sbarrato la confluenza nel Tevere alzando la falda. Secondo Paolo Marconi, anche di 4-5 metri. Insomma, non sarebbe più saggio far finire a San Giovanni la Linea C e ridare in superficie a Roma quella splendida rete tranviaria che Benito Mussolini fece svellere a partire dal 1925 perché “stoltamente contamina il carattere imperiale di Roma”? Con 430 Km, pensate, di rotaie (oggi sono meno di 40) e 50 linee regolari di tram.
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