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venerdì 15 luglio 2016

A cinquant’anni dalla frana di Agrigento

Mezzo secolo fa ai grandi eventi distruttivi, conseguenti a e periodi di saccheggio del territorio, generavano nella società e nella politica reazioni positive. Dobbiamo aspettare un ulteriore disastro  per ritrovare un analogo slancio? 


Gli anniversari servono a fare i ripassi di storia e a capire meglio quello che è successo nel frattempo. Il 19 luglio 1966, cinquant’anni fa, gran parte dell’Agrigento moderna franò sotto il peso della speculazione edilizia provocando il crollo di centinaia di alloggi e migliaia di senzatetto. Da allora il 19 luglio del 1966 è una data fondativa della vicenda urbanistica italiana del secondo dopoguerra. Ma per intendere bene l’importanza dei fatti di Agrigento è necessario un passo indietro di tre anni, al 13 aprile 1993, il giorno in cui la Democrazia cristiana sconfessò il ministro dei Lavori pubblici del quarto governo Fanfani, il democristiano Fiorentino Sullo, stroncando sul nascere la sua risolutiva riforma urbanistica fondata sull’esproprio preventivo e generalizzato delle aree edificabili. Nonostante l’assassinio politico di Sullo, il terrore per la riforma urbanistica fu tale da indurre i vertici delle istituzioni repubblicane – dal presidente della Repubblica Antonio Segni, al ministro Emilio Colombo ad altre autorevoli personalità – a ordire un tentativo di colpo di Stato (il piano Solo del generale Giovanni De Lorenzo) che rientrò quando i socialisti, nella formazione del primo governo organico di centro sinistra presieduto da Aldo Moro, rinunciarono di fatto alla legge urbanistica. E di riforma urbanistica non si parlò più.

Fu l’enorme risonanza sulla stampa e sull’opinione pubblica della frana di Agrigento – come se allora per la prima volta ci si rendesse conto che la speculazione edilizia stava distruggendo le città italiane – che consentirono a Giacomo Mancini, ministro socialista dei Lavori pubblici, di sfruttare sapientemente la circostanza per riprendere, con inconsueta determinazione, il tema proibito della riforma urbanistica. Il primo passo fu l’indagine sulla situazione edilizia di Agrigento coordinata dal direttore generale dell’urbanistica Michele Martuscelli. Un lavoro esemplare – condotto in due soli mesi, agosto e settembre del 1966 – che esamina puntigliosamente centinaia di documenti e di progetti e valuta le responsabilità del Comune, della Regione, dello Stato, con nomi e cognomi. Il dato forse più clamoroso riguarda il dimensionamento del programma di fabbricazione del 1958 che prevedeva per Agrigento una crescita da 40 a 200 mila abitanti. Ma soprattutto l’indagine mise in evidenza che la speculazione edilizia non era una triste prerogativa della città dei Templi, il modello era lo stesso di Napoli, Roma, Rapallo, Milano e Palermo.

All’indagine Martuscelli fece seguito un aspro e serrato dibattito parlamentare (memorabile l’intervento, “d’intransigenza giacobina”, del comunista Mario Alicata, che morì subito dopo averlo pronunciato). L’iniziativa politica di Mancini si concluse con l’approvazione della cosiddetta legge ponte del 1967, ponte perché doveva valere per il tempo necessario all’approvazione della riforma urbanistica propriamente detta. La legge obbligò tutti comuni a dotarsi di strumenti urbanistici e i privati a pagare le urbanizzazioni, moralizzò le attività professionali in materia di urbanistica, mise mano alla repressione dell’abusivismo, ma sono soprattutto due le novità assolute della legge: gli standard urbanistici e le norme di tutela del paesaggio e dei centri storici.

Con gli standard del 1968, la fruizione degli spazi pubblici (per il verde, l’istruzione, le attrezzature d’interesse comune, i parcheggi) è diventata un diritto che la legge garantisce a ogni cittadino italiano. L’accanimento contro gli standard degli energumeni del cemento armato (come l’ex ministro Maurizio Lupi) è un indiscutibile riconoscimento della loro qualità sociale. L’altra novità sono le norme di tutela che per la prima volta entrano a far parte della disciplina urbanistica. E per la prima volta dopo l’art. 9 della Costituzione la tutela del paesaggio compare in una legge ordinaria. Che sostanzialmente riprende anche i principi della Carta di Atene del 1960 per l’inscindibile unitarietà degli insediamenti storici sottoposti a vincolo. Se i centri storici italiani hanno resistito meglio che nel resto d’Europa alle alterazioni, anche questo è merito della legge ponte.

Dei fatti di Agrigento e delle successive vicende abbiamo scritto altre volte anche su queste pagine e a esse rimandiamo, in particolare per il racconto degli eventi scatenati dalla legge ponte (le sentenze del maggio del 1968 della Corte Costituzionale) che riportarono in alto mare la riforma urbanistica. Almeno fino alla fine degli anni Sessanta, quando la spinta per la riforma ripartì grazie al movimento popolare e sindacale che, dall’estate del 1969, si attivò risolutamente sui temi della casa e dell’urbanistica. La mobilitazione culminò nello sciopero generale del 19 novembre 1969, forse la più possente e partecipata manifestazione che abbia attraversato le strade delle nostre città. La risposta fu un cospicuo impegno dello Stato per l’edilizia pubblica e per la riforma urbanistica, che vide finalmente la luce con la legge Bucalossi del 1977. Ma sappiamo come andò a finire, la riforma durò solo tre anni. A partire dal 1980 una susseguirsi di sentenze della Corte Costituzionale rimisero tutto in discussione. E siamo sempre in attesa della riforma che, come Godot, non arriva mai. In effetti con gli anni Ottanta è cambiato il mondo, anche e soprattutto per quanto riguarda l’urbanistica che ormai non compare più nell’agenda politica.

La conclusione di questo ricordo del 19 luglio di cinquant’anni fa è che, alla fine, la legge ponte e gli standard del 1968 sono stati l’unica riforma urbanistica approvata in Italia dopo la legge del 1942. Che il cielo non mi ascolti, ma è difficile non pensare che per ottenere un risultato significativo in materia di politica del territorio – la riforma urbanistica di oggi è in primo luogo lo stop al consumo del suolo – serva un’altra catastrofe, un’altra frana come quella di Agrigento del 19 luglio 1966. E un