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mercoledì 8 giugno 2016

Torino. Privati della Cavallerizza Reale

Un'analisi critica del progetto che i poteri forti propongono per privatizzare il prestigioso complesso e sottrarlo all'uso pubblico. Testi di Riccardo Bedrone, Paolo Berdini, Paola Somma, Elisabetta Forni ed  Emanuele Negro


premessa
Da tempo il complesso della Cavallerizza Reale di Torino è oggetto di minacce di privatizzazione della proprietà e nell'uso e di degradazione delle sue caratteristiche qualitative. E da tempo sono in atto iniziative popolari per la tutela del complesso, delle sue caratteristiche formali e del suo uso sociale. Il processo di liquidazione messo in atto dai poteri forti della città è giunto a un punto di svolta: è stato reso pubblico il mastereplan, affidato dal Comune ad attori privati. Un gruppo di esperti, che da anni si batte per la difesa della Cavallerizza, lo ha analizzato ed espone le ragioni della sua pesante posizione critica.  Qui il link per scaricare il testo in formato .pdf
 




COME TENTARE DI FAR CASSA
CON UN BENE CULTURALE
di Riccardo Bedrone


Si comincia a parlare di recupero della Cavallerizza Reale nel 1995, quando la Città di Torino propone di avviare un processo di riqualificazione dei quartieri storici centrali.

Il complesso, edificato su progetto del Castellamonte (e poi di Alfieri, Mosca, Melano ...), per ospitare anche Zecca, scuderie, Accademia, ecc., costituisce la parte orientale della cosiddetta “zona di comando” sabauda, così definita fin dal 1945 da Mario Passanti, autorevole storico e docente, vera e propria “città nella città”, cresciuta nei secoli a partire dal Palazzo Reale per rispondere alle funzioni amministrative, culturali e militari dello stato assoluto, struttura di potere eccezionale a livello europeo.

Dopo l’incendio dell’adiacente Teatro Regio nel 1936 e i bombardamenti bellici, per gran parte del novecento sembra smarrirsi la consapevolezza di cosa stia dentro al recinto di via Verdi, tanto da diventare luogo estraneo alla città, occupato da depositi, archivi, parcheggi di vari Ministeri ed alloggi per i loro dipendenti.

La considerazione di una dimensione patrimoniale e pubblica per la Cavallerizza è quindi recente. Eppure, già nel 1945 Passanti ne parlava come di un tessuto che proprio nella continuità e nella forma urbana trovava il suo valore, a costituire un insieme le cui componenti dovevano essere intese come un tutto unitario.

Nel 2003 viene stipulato un protocollo di intesa fra Città di Torino e Demanio dello Stato (proprietario) per la futura cessione della proprietà in vista della sua completa riqualificazione a fini culturali, ma solo nel 2007 la città acquista un primo lotto, mentre viene rinviato al 2014 l’acquisto dal Ministero della Difesa della parte restante.

Sopraggiunta la crisi, poco a poco il Comune si ritrova a non poter più valorizzare secondo i proponimenti originari quanto acquistato e decide di cartolarizzarlo. E per rendere più allettante per il potenziale acquirente l'intervento privato sostitutivo, allenta i vincoli di destinazione d'uso del PRGC ed introduce quote crescenti di uso residenziale privato, riservando alla fruizione pubblica soltanto una piccola parte dell'insieme.

A fine dicembre 2014, avendo il Comune di Torino rinunciato al progetto unitario, il Demanio cede la proprietà del secondo lotto alla Cassa Depositi e Prestiti. Dunque, un'operazione nata vent'anni prima con intenti più che lodevoli, si chiude col complesso diviso tra due proprietà, rendendo ancora più problematico un progetto culturale integrato e innovativo.

Nel 2015 il Comune ratifica un Protocollo d'intesa con alcuni Enti (fra i quali Università, Regione, Ente Diritto allo Studio, Teatro Regio, Teatro Stabile, Compagnia di San Paolo) che conferma l'obbiettivo dell'alienazione e della prevalente destinazione privata degli spazi. La Compagnia si fa carico della stesura di un Masterplan che definisca usi, funzioni, assetto proprietario, fattibilità economica e redditività degli investimenti, come termini di riferimento per la successiva cessione.

Il Masterplan, presentato il 19 aprile 2016 in una stringata e poco leggibile versione, sviluppa una analisi interessante ma capziosa su natura e potenzialità del complesso, lasciando molte zone d’ombra.

A parole, si punta all’integrazione di diverse funzioni (culturali, ricettive, terziarie e commerciali) complementari e diversificate, attraverso l’intervento di attori diversi: istituzioni, società civile, soggetti pubblici e privati. Ma la lettura dei dati quantitativi rivela altri intendimenti: la trasformazione residenziale, sottaciuta, emerge come il vero obiettivo.

Affermando che il complesso “… è un oggetto sfaccettato e ambiguo … non è un tessuto continuo ma un dedalo di cantieri e corpi di fabbrica differenti”, giustifica un intervento per parti, con funzioni, usi e categorie di intervento diverse a seconda delle esigenze degli acquirenti, con buona pace del concetto di complesso stratificato ma unitario.

L'uso pubblico viene limitato ad una porzione del piano terra del compendio, senza peraltro che sia identificabile uno specifico progetto culturale. La frammentazione in 10 Unità minime di intervento (UMI) e la genericità di potenzialità ed usi specifici per ciascuna rende preminente l’intervento singolo degli operatori privati, piuttosto che la loro coerente integrazione. Perfino le quattro corti, i porticati e i camminamenti subiscono limitazioni al pubblico accesso.

Quanto alla cospicua domanda di spazi di sosta privati derivante dagli interventi residenziali, si suggerisce di sperimentare sulla Cavallerizza una “politica innovativa” di riduzione e riallocazione delle dotazioni di parcheggio pertinenziale, riducendola ai minimi funzionalmente necessari per ogni specifica attività.

La Compagnia di San Paolo, Ente di diritto privato, non è peraltro vincolata a procedure ad evidenza pubblica ed ha pertanto potuto affidare ad una società di suo gradimento l’elaborazione del Masterplan . È interessante notare però che il titolare della società è un professore ordinario a tempo pieno, coordinatore del Collegio di architettura del Politecnico di Torino, che in ragione del suo status non potrebbe svolgere attività professionale come progettista e, in ogni caso, si sarebbe dovuto assoggettare ad una gara per ottenere l’incarico.

Opacità di processi decisionali e mancanza di garanzia di indipendenza (come invece vorrebbero le regole concorsuali pubbliche) sembrano il corollario di una molto opinabile scelta, forse ancora non definitiva, di alienazione di un pezzo importante della storia della Torino sabauda.

LO SPEZZATINO
DELLA CAVALLERIZZA REALE
di Paolo Berdini


Come si provoca il debito

Ci sono due date nella più recente storia della Cavallerizza Reale che fanno comprendere le motivazioni profonde del progetto presentato dalle società Homers ed Equiter per “valorizzare” il compendio della Cavallerizza reale. Nel 2007 viene siglato il passaggio della proprietà dallo Stato al comune di Torino, conclusione coerente del lungo percorso di riconversione verso il settore culturale della città iniziato nel 1995. Tre anni dopo, nel 2010 prende invece il via il processo di cartolarizzazione di quegli immobili, il comune accende cioè un credito per evitare la crisi di bilancio.

Il biennio 2007 – 2008 ha rappresentato come noto la svolta per il sistema economico mondiale. Nel primo dei due inizia a manifestarsi la crisi del settore del credito immobiliare negli Stati Uniti. Nel secondo si iniziano a misurare le conseguenze devastanti della crisi mondiale. Tra queste conseguenze, la prima e la più immediata è l’ulteriore taglio alle finanze locali: Torino si trova dunque a dover adempiere al contratto d’acquisto della Cavallerizza stipulato con lo Stato in una fase in cui la spesa pubblica viene ulteriormente penalizzata.

Stiamo parlando di cifre tutto sommato modeste per una città importante (22,7 milioni entro il 2014), ma il comune, questo il punto decisivo, deve fare i conti con la fallimentare avventura della Olimpiadi invernali 2006. Come si ricorderà, la candidatura era stata imposta dal gruppo dirigente della città nella vana speranza che avrebbe rappresentato l’occasione di agganciare una nuova fase di investimenti e sviluppo. Viene insomma programmato l’ennesimo evento straordinario caricandolo della consueta retorica ideologica: le Olimpiadi porteranno ricchezza e occupazione alla città. Il bilancio è senza appello: circa tre miliardi di deficit, un fallimento enorme di cui non si parla diffusamente. Tutte gli investimenti comunali devono dunque contribuire a chiudere il buco ed ecco spiegati i motivi della repentina inversione di rotta: non ci sono i soldi per acquistare la Cavallerizza e per di più si utilizzano i fallimentari ingredienti della finanza creativa dominante: il compendio immobiliare viene cartolarizzato e si mettono a bilancio attivo quelli che sono soltanto dilazioni a lungo termine temporale del debito. Il trionfo della cultura creativa iniziata con il ministro dell’economia Tremonti.

Grattacieli e norme di legge per l’intera nazione: il ruolo di Intesa San Paolo


Ma la città sabauda aggiunge un ulteriore elemento aggravante. L’istituto che garantisce la cartolarizzazione è Intesa San Paolo, che, come noto, aveva già beneficiato della generosità comunale ottenendo un enorme aumento di volumetrie dell’edificio in costruzione per la sua nuova sede. E’ la Biis, società deputata agli investimenti fondiari di Intesa San Paolo che diventa attore dell’operazione: a capo di questa società siede il braccio destro di Corrado Passera, Mario Ciaccia. Grazie al comune di Torino e al caso Cavallerizza il duo finanziario sperimenta concretamente pacchetti di intervento e ne ricava più generali articoli legislativi validi per tutto il Paese. Nel 2011, Passera diventa infatti ministro per le infrastrutture del governo Monti e Ciaccia viene chiamato nel ruolo di vice ministro. Dal 2011 con i provvedimenti di Monti fino al 2014 con lo Sblocca Italia del governo Renzi, si assiste ad una organica serie di articoli legislativi che aprono le porte all’intervento finanziario nelle operazioni di trasformazione urbanistica, dall’istituzione delle società di investimento quotate (Siiq) al ruolo preminente di Cassa depositi e prestiti. E’ opportuno sottolineare che proprio CDP diventa il principale operatore della trasformazione degli immobili poiché il comune ha rinunciato scandalosamente ad acquisire la restante parte della proprietà della Cavallerizza dallo Stato.

In buona sostanza, Torino si caratterizza come luogo di sperimentazione di legami sempre più stretti tra finanza e governo locale privo di risorse adeguate a garantire l’attuazione dei progetti pubblici e dunque obbligato a subire le strategie finanziarie.

Le corti della Cavallerizza reale privatizzate


E’ in questo quadro generale che dobbiamo collocare la fase attuale dell’attuazione del progetto della Cavallerizza reale. Nel 2015 la Compagnia San Paolo affida senza gara di evidenza pubblica la redazione del masterplan di trasformazione e –inevitabilmente- l’elemento principale dell’operazione ruota intorno “alla valorizzazione” del compendio immobiliare, un concetto bizzarro nel caso specifico perché per quanto bisognoso di energici interventi di restauro, è la straordinaria qualità dei luoghi a garantire la valorizzazione. E’ la concatenazione degli spazi e degli interventi architettonici a rappresentare un luogo unico di recente inserito nel patrimonio culturale dell’umanità dell’Unesco. Non c’è nulla da valorizzare, dunque.

Dettagli trascurabili per la pseudo cultura che ancora sopravvive al fallimento dell’urbanistica neoliberista: l’importante è privatizzare, spezzettare, disarticolare nella fruizione un luogo costruito in tanti decenni su una visione unitaria. Le osservazioni redatte dal gruppo di lavoro che ha analizzato in dettaglio il progetto (vedi tabella in calce) sono così puntuali ed efficaci da permettermi di non scendere nel piano del merito. Un elemento deve però essere sottolineato perché a mio giudizio rappresenta una inaccettabile regressione culturale.

Nel progetto di valorizzazione dalle società Homers ed Equiter si prevede addirittura che anche le corti aperte in cui è articolato il complesso monumentale vengano “privatizzate”: esse saranno pienamente aperte alla pubblica fruizione solo in determinate ore. Ecco dunque il concetto di “valorizzazione”: si vuotano di funzioni le città privando i cittadini della possibilità di usufruire dei più straordinari luoghi dell’identità culturale di proprietà pubblica. Un’aberrazione davvero inaccettabile.

Riprendere la lezione storica dell’urbanistica torinese

In conclusione è opportuno richiamare la breve ma importante lezione di storia urbana di Torino redatta negli anni ’60 da Italo Insolera sulla rivista di Olivetti, Comunità. Insolera nel descrivere i passaggi storici con cui fu realizzata a partire dal seicento la splendida città di Torino afferma che per fare città belle e vivibili occorrono tre indispensabili elementi. L’esistenza di una classe dirigente che abbia chiaro l’orizzonte sociale ed economico su cui collocare lo sviluppo urbano. Il coinvolgimento di intellettuali architetti e urbanisti di primaria autorità culturale e bravura non delegando questa importante funzione a società di comodo o strumentali. Come noto, i grandi architetti che disegnano Torino sono anche gli autori di quei progetti architettonici che oggi si vorrebbero “valorizzare”. Infine la questione centrale. Le città diventano meravigliose se la classe dirigente investe nella bellezza attraverso adeguate risorse economiche. Negli oltre venti anni del dominio culturale neoliberista ci hanno raccontato invece che è solo l’iniziativa privata a rappresentare il motore delle trasformazioni urbane.

Il fallimento di questa ricetta antistorica è sotto gli occhi di tutti. Invece di continuare a seguire, migliorandola laddove possibile, la storia urbanistica di Torino si sta tentando l’ennesima volgare occasione speculativa. Se vogliamo salvare la Cavallerizza Reale, Torino e le città italiane dobbiamo tornare a quella preziosa lezione.


IL LINGUAGGIO INGANNEVOLE
DEI VENDITORI DI CITTÀ.
di Paola Somma


Durante la campagna per le elezioni amministrative di Torino è stato presentato il masterplan per la “riqualificazione, valorizzazione e conservazione ad uso pubblico del complesso della Cavallerizza Reale”. Il masterplan è stato predisposto, su commissione della Compagnia di San Paolo, da Homers e da Equiter. Homers srl Impresa Sociale, è una società, presieduta da un docente del Politecnico di Torino, per “lo sviluppo di progetti immobiliari senza costruzione”. Equiter è una società del gruppo Intesa San Paolo che investe capitali di rischio per “sviluppare le infrastrutture, valorizzare il territorio e promuovere il partenariato pubblico privato in Italia e all’estero”. Il lavoro è stato svolto “in concertazione” con il comune di Torino.

Le vicende precedenti, nonché i contenuti del masterplan, che gli autori dichiarano essere il “frutto dell’ascolto di attori diversi”, sono stati accuratamente analizzati (vedi interventi di Paolo Berdini e Riccardo Bedrone e tabella in calce di Elisabetta Forni ed Emanuele Negro).

Poco, quindi, resta da dire se non che gli obiettivi e le indicazioni del masterplan sono in perfetta sintonia con la strategia perseguita dalla Cassa Deposita e Prestiti, trasformata dal governo in agenzia di promozione di investimenti immobiliari, e con le prescrizioni del decreto Sblocca Italia, in particolare l’art. 26 dove recita: “per contribuire alla stabilità finanziaria nazionale e promuovere iniziative di rivalutazione del patrimonio volte allo sviluppo economico e sociale… si riconosce all’accordo di programma che si occuperà del recupero di immobili pubblici non utilizzati il valore di variante urbanistica”.

Quello che non è stato riaffermato a sufficienza, invece, è il diritto dei cittadini a non subire, oltre alla espropriazione di un bene comune a vantaggio di privati investitori, la beffa di sentirsi raccontare che ci troviamo di fronte alla “restituzione” di un pezzo di città, come, ad esempio, fa Repubblica (20 aprile 2016), quando titola l’elogio del masterplan: “Il sospirato piano che mira a restituire ai torinesi la Cavallerizza Reale trasformata nel distretto culturale della città”.

Dei vari termini con i quali si esalta la rapina dello spazio pubblico, restituzione è forse quello che meglio esprime la malafede da parte di chi lo usa - amministratori, tecnici, mezzi di informazione - perché alla fine di queste restituzioni, la collettività non possiederà più nulla. Che si tratti di grandi complessi edilizi, il cui accesso era limitato o temporaneamente impedito, perché utilizzati per ospitare attività di interesse pubblico, o di pezzi di città che vengono ridisegnati in funzione della loro assegnazione ai privati, la loro cessione comporta che, sebbene talvolta tali beni diventino accessibili al pubblico, le modalità di fruizione sono lasciate alla totale discrezione dei privati che possono imporre un ingresso a pagamento e, soprattutto, arbitrariamente selezionare il pubblico desiderabile e accettabile, restringere la lista delle persone idonee a far parte del “pubblico”, ed escludere così singoli individui o gruppi di cittadini.

La presunta equivalenza tra la privatizzazione dello spazio pubblico e la sua restituzione alla città viene propagandata con vari artifici retorici. Il più usato è l’affermazione che, per poter essere definito pubblico, uno spazio non deve necessariamente essere di proprietà pubblica, perché quello che conta è che esso sia utilizzabile, “aperto al pubblico”. E’ un argomento sostenuto da chi privilegia le “pratiche” d’uso rispetto all’assetto proprietario e ritiene che pubblico sia ogni spazio dove è possibile “l’interazione tra le persone”. Homers aderisce esplicitamente a questo approccio e dichiara di privilegiare la regolazione del diritto d’uso rispetto alla regolazione del diritto di proprietà. Di conseguenza, distingue il grado di apertura al pubblico degli spazi al piano terreno della Cavallerizza con tre “sfumature di rosso”: rosso intenso, accesso compatibilmente con attività commerciali ivi esistenti; rosso medio, accesso alle corti in ore diurne con possibilità di deroghe; rosso chiaro, accesso in ore diurne senza possibilità di deroga.

Qualsiasi altra proposta, per essere realmente alternativa al masterplan di Homers, dovrebbe innanzitutto distinguere tra una visione dello spazio pubblico come spazio aperto a tutti, caratterizzato dall’assenza di qualsiasi tipo di coercizione, e quella riduttiva di spazio “aperto”, disponibile per attività di svago, tempo libero, divertimento, “aperto” ad un pubblico “appropriato” al quale i proprietari consentono l’ingresso. Il che rende necessario ristabilire il principio che nessuno può essere escluso dallo spazio pubblico.

In secondo luogo, dovrebbe ribadire che lo spazio pubblico non è la somma degli interessi privati e ripristinare i confini tra i due ambiti, riconoscendo ai privati la capacità di fornire spazi per l’incontro sociale, ma non spazi pubblici.

Infine, ma non meno importante, dovrebbe tener conto che, oltre ad impoverire la collettività, l’uso dello spazio pubblico a fini di profitti privati e/o la sua privatizzazione contribuiscono a legittimare il primato degli interessi particolari nel determinare le scelte del governo urbano.

Il linguaggio con cui si racconta la “restituzione” dello spazio pubblico, quindi, ha una valenza politica e culturale oltre che economica, perché consente ai privati di impossessarsi non solo di ingenti beni materiali, ma dell’idea stessa di comunità urbana. Se è così, non stupisce che fra i dieci membri del team di Homers, figurino due professionisti esperti “nell’ascolto attivo e processi partecipativi”, un esperto di “social media e sentiment analysis” e un esperto in comunicazione e stampa.


ELEMENTI ESSENZIALI
DEL MASTERPLAN HOMERS – EQUITER
di Elisabetta Forni ed Emanuele Negro


Obiettivi generali
Alienazione, valorizzazione, riqualificazione e tutela” di tutto o in parte per uso misto residenziale privato, servizi e funzioni a uso pubblico (come da Progetto Unitario di Riqualificazione del 20.11.2012 Delibera 06298 e succ. Delib. 2466 del 4.6.2013), per mezzo di “alienazione del Compendio ad asta pubblica per Lotti distinti” (come da Delibera del Consiglio Comunale 2015 07072/131)

Conservazione ottimale del bene tramite alienazione
Obiettivi specifici del progetto
Collocare diverse funzioni (culturali, ricettive, terziarie e commerciali) in spazi ad uso parzialmente pubblico, grazie all'intervento di attori diversi (istituzioni pubbliche e operatori privati); l'uso pubblico è limitato al piano terra del Compendio, pur essendo prevista la proprietà privata anche di questi spazi.
Non è identificabile uno specifico progetto culturale
Compartimentazione del compendio
La frammentazione del Compendio in 10 Unità Minime di Intervento (UMI) e l'identificazione di potenzialità ed usi specifici di ciascuna unità, al fine di facilitare il processo di alienazione, privilegia la libertà di scegliere, a discrezione degli operatori privati (secondo convenienze anche estranee agli obiettivi culturali), piuttosto che la loro coerente integrazione
Regime proprietario
Privato per il 96,3% dell'intero Compendio e frammentato in lotti distinti a conclusione del processo di cartolarizzazione gestito dalla C.C.T. salvo 1.600 mq circa, attualmente di proprietà Comunale in  seguito alle recenti de-cartolarizzazioni del Maneggio Alfieriano e della Sala delle Guardie (cfr. anche Delibera di Giunta 2016 01582/131 per delucidazioni sulle ragioni di queste de-cartolarizzazioni)
Consistenza degli usi principali

Residenziale
Almeno 21.000 mq (da aumentare di parte di una superificie di 9.700 mq, ripartita fra residenze, commerci, uffici) per residenze collettive, temporanee o abitazioni tradizionali
Didattica
(aule, formazione,
seminari, riunioni)
Al massimo 5.300 mq (400 mq Sala delle Guardie, 1.300 mq aule indicate nella Tavola Fruizione pubblica piano terra, 3.600 mq Pagliere, da diminuire della parte imprecisata destinata a laboratori/artigianato come indicato nella suddetta Tavola)
Spazi espositivi
1.330 mq
Uffici
9.700 mq per uso pubblico e privato (da diminuire di una parte imprecisata destinata a residenze, commerci e altro)
Spazi performativi
1.265 mq (Cavallerizza Alfieriana)
Laboratori/atelier
Parte imprecisata del piano terra delle Pagliere  per incubatore università,  da dividere con laboratori e artigianato (come indicato nelle Tavole Fruizione pubblica piano terra e Progressivo recupero della Cavallerizza per uso comune)
Spazi a tariffa sociale

Superficie lorda totale
37.152 mq (Ex Zecca esclusa dal perimetro degli usi).
Destinazione Ex Zecca
Indeterminata, nonostante la prossima liberazione dei locali (2 anni circa) sia compatibile con l'orizzonte temporale del Masterplan
Usi comuni degli spazi aperti
Il suolo antistante i Maneggi Chiablese ed Alfieriano, e che si estende fino a via Rossini e via Verdi, è il solo a restare di proprietà pubblica e con accesso libero perenne.
I cortili delle quattro corti, la Rotonda, i porticati e il camminamento fra le Pagliere divengono invece privati e con limitazioni di accesso più o meno rigide (accesso consentito da 4 a 12 ore quotidiane diurne massime, con possibilità di deroga con divieto d'accesso)
Modello di gestione
La frammentazione del Compendio in sub-unità private (ed appartenenti, in generale, a soggetti distinti) comporta una molteplicità di linee gestionali indipendenti. E' prevista la creazione di un soggetto coordinatore denominato Agenzia Cavallerizza la cui attività si limita a: amministrazione degli spazi aperti comuni (piano terreno), azioni di marketing e di “promozione del brand Cavallerizza al fine di rafforzare l'acquisita vocazione culturale del distretto” e, più in generale, di promozione immobiliare e finanziaria
Costi di trasformazione
100 mln € circa, dei quali: 60 per spese di ristrutturazione, 10 per oneri urbanistici e 30 per l'acquisto degli immobili



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