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mercoledì 1 giugno 2016

Referendum costituzionale, Italicum e rappresentanza. La posta in gioco

«Occorre rimettere al primo posto l'uguaglianza e il lavoro come indicate negli art. 1 e 3 Cost., la dignità della persona, diritti universali di cittadinanza, un progetto economico sociale fondato sugli artt. 41 e seguenti della attuale costituzione». Coordinamento Democrazia Costituzionale, 1 giugno 2016 (p.d.)

Vanno evitate , per darsi conto della natura e dei caratteri reali del conflitto referendario in corso, letture ancorate prevalentemente ai soli dispositivi e criteri giuridici, pur importanti.

E’ indispensabile alzare lo sguardo sui movimenti della vita reale. Sottolineando in premessa che i legislatori che hanno duramente colpito diritti nel lavoro e del lavoro, ridotto le risorse per il Sistema previdenziale a ripartizione, affossato l’universalità dell’accesso alle cure sanitarie, non combattuto un’evasione scolastica strutturale e gravissima, trasferito ricchezza dal lavoro alle rendite e ai profitti , sono gli stessi che hanno progettato la nuova legge elettorale e la riforma costituzionale. Naturalmente aiutati dal lavoro di altri che li hanno preceduti. La circostanza non è casuale.

Il conflitto per l’appropriazione della ricchezza prodotta né della quale la ridefinizione dei diritti costituisce uno snodo essenziale né il motore primo e la principale ragione di molti fenomeni tra loro legati, ognuno dei quali assolve un ruolo nella nostra vicenda:

1) l’oscurantismo costituzionale in corso. Un potere costituito – rappresentato da un parlamento eletto in modo costituzionalmente illegittimo, dominato dal PD che è forza minoritaria nel paese (25% dei voti validi alle elezioni politiche del 2013) – si fa potere costituente decidendo di revisionare così la stessa Costituzione e reiterare in altre forme gli architravi della medesima legge elettorale già dichiarata illegittima;

2) il trasformismo straripante. 252 cambi di casacca di altrettanti deputati/e in 3 anni di questa legislature, ragion per cui si è sempre cercata e trovata da parte del PD – una maggioranza a prescindere (una volta con Berlusconi /patto del Nazzareno; un’altra con Verdini e altri) in grado di approvare le riforme volute da Renzi. Il trasformismo non va indagato in termini solo moral/moralistici. Esso trae invece origine da fenomeni strutturali riguardanti il sistema politico e le dominanti economiche sociali. Precisamente, se guardiamo ad anni recenti a partire dal 2011, si può dire che il trasformismo che oggi vediamo all'opera nasce dalla capacità del berlusconismo, apparentemente alla sua fine, di traghettare una sinistra senza più bussola (quel che di essa era rimasto) ad aderire al governo “tecnico” (!) di Monti ed a far propri gli assunti di fondo del liberismo: opportunità invece che uguaglianza, individuo che si autoregola invece che legami sociali, fine della centralità del lavoro quale fondamento della stessa democrazia costituzionale, arretramento forte dei diritti di cittadinanza. Da quel momento ad oggi, passando da Monti a Letta a Renzi, col determinante sostegno parlamentare di maggioranze consociative e trasformiste , vi è stata una sostanziale continuità di politiche tese a sostenere interessi e valori che sono i medesimi alla base del DDL Boschi Renzi . In una parola è stata del tutto travolta, dagli anni ’90 ad oggi, la costituzione materiale repubblicana basata su uguaglianza e centralità politica del lavoro. In nessun modo questo italico trasformismo può essere quindi assimilato , e tantomeno compreso, nell’ambito del trasformismo storico dell’800 di De Pretis, che aveva altri presupposti e ragioni. Berlusconi prima e Verdini poi, il loro far parte di maggioranze di governo o costituzionali assieme al PD, non sono episodi di folklore passeggero o il frutto del cattivo cinismo di alcuni. Sono invece, per le ragioni spiegate, parti integranti della maggioranza politica che governa l’Italia da molti anni, la prova definitiva e lampante della resa della sinistra e del cattolicesimo democratico e, nel contempo, della vittoria della destra liberista.

3) il declino accellerato del principio di legalità, principio cardine di ogni ordinamento liberaldemocratico. E’ sufficiente richiamare quel che è seguito al referendum del 2011 sull'acqua bene comune:

A) vengono abrogate a seguito del referendum due norme (art.23 D.L. 112/2008 che favoriva la privatizzazione dei servizi idrici , art.154 D.Lgs 152/2006 che disciplinava la "adeguata remunerazione del capitale"),

B) pochi mesi dopo Berlusconi ripropone la disciplina abrogata con la L. 148/2011, poi dichiarata incostitizionale con sentenza n.199/2012;

C) ci riprova Monti coi Decreti nn. 1/ e 83 del 2012;

D) Renzi accelera e alza la posta con lo “sblocca italia” – Decreto n.133/2014 – con la legge di stabilità 2015, con norme che viaggiano in direzione contraria alla volontà dei legislatori referendari del 2011. Infine arriva la legge delega n.124/2015 per riorganizzare la Pubblica Amministrazione e la gestione dei servizi pubblici e idrici locali. Nel decreto attuativo di tale delega si reintroduce l’adeguata remunerazione del capitale, la proibizione delle gestioni pubbliche in economia, l’obbligo di gestione solo con società per azioni , il tutto con palese disprezzo dell'esito referendario, che viene ritenuto tamquam non esset. L’esempio, e ve ne sono altri, illustra quel che si diceva: democrazia dei cittadini e legge di origine referendaria non vengono rispettate, più forti della legalità formale si rivelano i comandi degli interessi economici dominanti.

4) La tendenziale scomparsa della rappresentanza politica e i suoi rapporti con le leggi elettorali. L’interrogativo è semplice: perché si progettano leggi elettorali che, come porcellum e italicum, travolgono del tutto il rapporto tra elettori e loro rappresentanza parlamentare, favorendo tendenziali dispotismi parlamentari/politici di forze minoritarie nel paese? La risposta non va cercata nelle contingenti e pur dannose scelte delle modeste elites politiche italiane ma nelle prepotenti dinamiche socio-economiche odierne: quelle che spingono impetuosamente, in tutto l'occidente, verso la “presidenzializzazione dei regimi politici” (come l’ha chiamata il politologo americano Lowi) ed il superamento definitivo della “repubblica dei partiti” disegnata dalla Costituzione del 48. La “rappresentanza”, come l'abbiamo conosciuta tramite i partiti , dei quali le rappresentanze istituzionali erano una delle loro forme, tende ad estinguersi per mancanza di linfa. Ne va pertanto costruita un'altra e non esiste nessun determinismo storicista che possa impedirlo. Renzi e il suo piglio futurista, la revisione costituzionale , l’italicum, la finta riforma dei partiti appena votata, l’oscurantismo costituzionale, la crisi del principio di legalità rappresentano ciascuna a modo suo traduzioni “coerenti” , illiberarli e classiste, a questo stato di cose. Qui origina l’autorefenzialità del ceto politico istituzionale: in un rapporto sempre più debole coi cittadini e sempre più esclusivo con le elites politiche ed economiche , quelle stesse che validano e permettono le candidature e l'elezione dei singoli rappresentanti. Il realismo dello sguardo e la dura sostanza dei fenomeni di fronte a noi non devono indurre alcun scoraggiamento sulla possibilità che abbiamo di vincere il referendum oppositivo alla riforma costituzionale.

Tutt’altro. Significa ribadire che dopo che avremo vinto questa essenziale tappa del conflitto in corso abbiamo davanti a noi compiti altrettanto impegnativi: edificare un'altra rappresentanza collettiva, come condizione per nuove istituzioni democratiche. Nelle date condizioni storiche attuali. La vittoria del No al referendum di ottobre può rappresentare quindi l’indispensabile avvio di un'altra storia, impervia quanto mai ma cionostante possibile: rimettere al primo posto l'uguaglianza e il lavoro come indicate negli art. 1 e 3 Cost., la dignità della persona, diritti universali di cittadinanza, un progetto economico sociale fondato sugli artt. 41 e seguenti della attuale costituzione, il ripensamento dei trattati europei, l’annullamento del TTPI. Al lavoro.