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martedì 14 giugno 2016

La scomparsa di Paolo Leon

Articoli di Felice Roberto Pizzuti e Roberto Romano  per ricordare il grande valore culturale e umano  di un uomo che era impossibile non apprezzare.  Il manifesto, 14 giugno 2016



LEON, IL SOCIALISTA COERENTE
di Felice Roberto Pizzuti


Paolo Leon aveva, come economista, una solida formazione teorica acquisita anche a Cambridge negli anni di Kaldor, Joan Robinson e Piero Sraffa. A differenza di altri, non aveva dimenticato i risultati consolidati raggiunti nel dibattito in quel periodo e i loro collegamenti con il marxismo e il keynesismo. Ma di questo prezioso bagaglio, arricchito da una costante attenzione agli sviluppi della letteratura analitica ed empirica che trasmetteva in primo luogo ai suoi studenti, non ne faceva solo uno strumento di critica al mainstream.

Nei trascorsi decenni, conformismo, saggezza convenzionale e accettazione amorfa hanno accompagnato il tentativo incongruo – tanto potente e diffuso quanto stupidamente presuntuoso – di stravolgere il senso stesso dell’economia da disciplina sociale in scienza naturale. La crisi globale che stiamo attraversando è anche responsabilità di queste pretese controproducenti della teoria economica dominante. In questi anni, Paolo, con coerenza, acutezza, pragmatismo e ironia, ha sempre applicato positivamente la sua formazione, verificandola e aggiornandola, ma senza cadere nel coro dei vecchi luoghi comuni riproposti con sofisticati tecnicismi che ammantano di pretesa scientificità sia la spiegazione di relazioni sociali presentate come «naturali», sia la difesa di interessi parziali.

Il suo bagaglio teorico era arricchito da una ingente mole di ricerche empiriche nelle quali, all’analisi del concreto funzionamento di specifici comparti della realtà economica accompagnava concrete proposte per migliorare il loro funzionamento e le connesse condizioni di vita.

Paolo aveva anche una solida formazione politica socialista che, unitamente a quella economica, alla sua onestà intellettuale e all’ancoraggio del suo pensiero alle necessità di ottenere anche nel breve periodo miglioramenti dello stato di cose presenti, lo hanno messo al riparo dalle crisi d’identità, dalle trasformazioni opportunistiche e dal minoritarismo velleitario che hanno pervaso la Sinistra negli ultimi decenni.

Ho avuto il piacere di lavorare con Paolo anche in circostanze istituzionali. Le sue posizioni, sempre aperte al confronto, non calavano mai dall’alto, le trasmetteva sui binari della semplicità che solo chi ha sedimentato bene i concetti può percorrere, erano sempre accompagnate da una umanità e un senso della vita mai banali, ma derivanti dalla sua esperienza che, comunque, non faceva pesare.
C’era un solido retroterra dietro la simpatia di Paolo e la sua capacità di accompagnare con un sorriso anche il senso di tristezza e d’insofferenza che le situazioni potevano suscitare.


PAOLO LEON,
COERENZA DI UN KEYNESIANO
di  Roberto Romano

Sabato sera ci ha lasciato Paolo Leon. Un economista ironico e legato al riformismo rivoluzionario di Lombardi. Il manifesto e Leon sono «amici» di lungo corso e gli articoli di Paolo hanno fatto crescere il giornale con dibattiti e interventi negli anni Settanta e Ottanta e poi anche più recentemente. Equilibrio e squilibrio sono la cartina interpretativa delle idee di Paolo fin dai primi lavori: Ipotesi sullo sviluppo dell’economia capitalistica (1965, Boringhieri), Structural change and growth in capitalism (1967, Johns Hopkins Press), L’economia della domanda effettiva, (1981, Feltrinelli). Gli anni seguenti consolidano la ricerca sul ruolo dell’economia pubblica: Stato, mercato e collettività (2003, G. Giappichelli), Il Capitalismo e lo Stato (2014, ed. Castelvecchi), assieme al saggio Banche e Stato, in Riforma del capitalismo e democrazia economia (L. Pennacchi e R. Sanna, 2015, Ediesse).

Leon è il primo a legare consumo e investimento aggregato alla legge di Engel (si consumano beni diversi in rapporto alla crescita del reddito), per cui occorre un investimento particolare, quello che produce beni e servizi direttamente legati alla crescita del reddito. La dinamica di struttura e la «tecnica superiore di produzione» evidenziando come la persistenza di un problema di domanda effettiva sia intimamente legato alla natura della produzione: il mercato cambia se stesso e modifica la tipologia dei beni prodotti, con delle conseguenze nei rapporti economici tra gli agenti all’interno dello stesso paese, del mercato del lavoro e del mercato monetario. Non era in discussione la distribuzione del reddito in senso stretto, che modifica qualitativamente la domanda, quanto il sistema economico nel suo complesso: all’inizio la domanda soddisfa bisogni primari, successivamente i beni primari lasciano il posto ai beni secondari, andando più avanti la domanda si manifesta nei beni terziari. Sostanzialmente il reddito aggiuntivo e la conseguente domanda alimentano nuovi bisogni che inizialmente non erano concepibili, e tale domanda deve trovare una corrispondente offerta.

L’insegnamento di Leon è dirimente per i nostri giorni: «Nessuno può negare che esista una relazione tra fattori della produzione e prodotto al livello dell’economia; ma che forma questa funzione, in che modo agiscano su di essa le variazioni dei salari e dei profitti ed il progresso tecnico, è impossibile stabilire a priori con il modello marginalista»(P. Leon, 1965). Altro che crescita equi-proporzionale dei diversi settori. Infatti, Paolo prefigura uno Stato grande nelle idee: «Le scelte, in termini di investimenti, delle imprese pubbliche e, in quanto controllabili, di quelle private, non possono essere condotte sulla base di un saggio generale del profitto (o dell’interesse, o sulla base di un determinato costo-opportunità del capitale) stabilito a priori senza la giustificazione di un completo modello disaggregato di lungo periodo»(P. Leon, 1965).

Lo scopo «è di far risaltare la necessità della domanda effettiva come determinate dell’offerta…. Così chi crede che l’investimento sia l’elemento autonomo per eccellenza, è poi spinto a cercare i fattori che lo determinano… ritrovando per altra via la legge di Say» (P. Leon, 1981).

L’esistenza stessa di «leggi macroeconomiche, non riconducibili alla decisione dei singoli, è un segnale che lo Stato è autonomo rispetto al mercato». In altri termini, «una legge macroeconomica generale, come quella del moltiplicatore, non può rientrare nell’ambito della conoscenza individuale: solo lo Stato è in grado di servirsene»(P. Leon, 2003).

Un tratto ben presente nella sua penultima fatica (P. Leon, 2014), quando si domanda: è l’inizio della fine di un paradigma, più precisamente del paradigma reaganiano-thatcheriano che ha costruito un particolare equilibrio tra stato e capitale? Leon discute le nuove istituzioni del capitale, consapevole che qualcosa di quello caduto in disgrazia rimarrà per sempre. Tutto ciò ci riporta al ruolo dello Stato nel capitalismo post-liberista e del modello di governo in una economia globale. Un rapporto capitale-Stato da ricostruire. Infatti, «il capitalismo… è un modo di essere delle società che non si distrugge nelle crisi, ma evidentemente si trasforma e, una volta trasformato, dà luogo a una nuova cultura capitalistica e a nuovi rapporti tra i capitalisti e lo Stato e tra gli stessi capitalisti».
Poco prima di lasciarci Leon ha offerto un altro contributo: I poteri ignoranti, 2016, ed. Castelvecchi. Accumulazione e sviluppo sembrano essere entrati in conflitto aperto. Da un lato, le scorciatoie che conducono a una chiusura mercantilistica sono vicoli ciechi; dall’altro, la radicale ignoranza dei poteri pubblici sulle questioni economiche che impedisce di percorrere vie d’uscita alternative, legate al nuovo ruolo dello Stato e alle politiche economiche differenti. Nel mezzo uno iato: lo spazio per una scienza economica che non rinuncia a voler cambiare le cose. Anche alla fine del suo lavoro ha suggerito un inedito terreno di riflessione.