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mercoledì 22 giugno 2016

Nel Sulcis dei veleni: frutta e verdura vietate ai bambini

«Senza speranza. A Portoscuso l’area è così inquinata che non si può stabilire dove costruire. L’arsenico si potrà smaltire solo in 300 anni». Il Fatto Quotidiano, 21 giugno 2016 (p.d.)


Le fabbriche chiudono ma l’inquinamento resta. E in alcuni casi aumenta, come le malattie. A Portoscuso (nel Sulcis) il terreno è talmente avvelenato che è impossibile stabilire dove costruire e dove no. Lo ha stabilito un documento, la Vas (Valutazione ambientale strategica) allegata al Puc. “Lo sappiamo da trent'anni”, ha risposto il vicesindaco Ignazio Atzori. E il consiglio comunale ha appena approvato lo stesso il Puc.

Il piccolo centro del Sulcis, costa sud ovest della Sardegna, è la culla di tutte le proteste operaie più clamorose: Portovesme Srl, Alcoa (ferma dal 2012), Eurallumina (ferma dal 2009). I caschi, scesi in piazza per cercare di scongiurare la chiusura degli impianti, hanno finora ottenuto solo promesse. Nel cuore della provincia più povera d’Italia, la speranza però si è riaccesa per le tute verdi dell’Eurallumina, da anni in cassa integrazione: i padroni russi della Rusal ora puntano su una nuova centrale a carbone per far ripartire l’impianto. Sulla struttura, che dovrebbe sorgere in zona industriale ma a due passi dalle case, ha chiesto di saperne di più la Asl di Carbonia, cittadina non lontana, dove è appena stata eletta a sindaco Paola Massidda del Movimento 5 Stelle, che spesso va forte dove è molto forte il malcontento.

L’azienda sanitaria, chiamata a esprimere un parere sulla centrale, ha scritto: quella è una “zona ad alto rischio ambientale, che presenta un aumento di patologie a carico del polmone come l’asma bronchiale nei bambini, bronco pneumopatie in genere e tumori polmonari negli adulti maschi”.

E nelle carte ufficiali, i tecnici dell’azienda sanitaria hanno chiesto quali sono le misure pensate per prevenire l’e missione in atmosfera di sostanze come “acido cloridrico e fluoridrico, diossine, composti organici volatili, mercurio, altri metalli pesanti e radioisotopi”. Dubbi sono stati sollevati anche sulla gestione delle polveri degli scarti di bauxite stoccati nei bacini dei fanghi rossi: gigantesche discariche a cielo aperto sequestrate dalla magistratura nel 2009 e ancora sotto sigilli.

Il processo per disastro ambientale e traffico di rifiuti speciali contro due dirigenti dell’azienda è stato aperto il mese scorso, mentre negli anni sono state rigettate le diverse richieste di dissequestro presentate dai rappresentanti della società. Considerati indispensabili per la ripresa, sui bacini tossici - che per un perito della Procura hanno creato un inquinamento di arsenico smaltibile in almeno 300 anni - si è espressa anche la Asl. “È auspicabile che venga approfondito il problema delle polveri di bauxite e di quelle provenienti dal bacino, con riferimento all’influenza che potrebbero avere non solo sulla salute umana, ma anche sulle attività agricole, alimentari e zootecniche”.

L’Asl così ha cristallizzato, in un documento ufficiale, una convinzione diffusa. Perché di inquinamento in questo angolo di Sardegna, si parla da sempre. Da molto prima che venissero emanate le prime ordinanze per vietare la vinificazione delle uve: niente vino a Portoscuso, c’è troppo piombo sugli acini. E nemmeno frutta e verdura ai bambini: quella coltivata in zona venne sconsigliata dalla Asl nel 2012.

Un quadro poco rassicurante, peggiorato dagli elementi depositati la scorsa settimana dall’Art Studio di Torino, incaricato dal Comune di partecipare all’adeguamento del Piano urbanistico comunale al Piano paesistico regionale. Che nella Vas snocciola dati pesanti: terra e aria sono avvelenati. E anche se sotto la soglia di legge, i contaminanti pericolosi che si respirano in paese fanno registrare un “trend crescente”, e “per quanto concerne arsenico, cadmio, e piombo, i valori riscontrati raggiungono soglie nettamente superiori a tutte le altre località monitorate sul territorio regionale”. Con l’arsenico che supera di volte i valori massimi registrati sull’isola, il cadmio è stato trovato 30 volte superiore alla media così come il piombo. Nelle 280 pagine di relazione, i tecnici hanno analizzato dati, esposto tabelle e riepilogato studi precedenti per poi sostenere che all’ombra delle ciminiere non sarebbe possibile stabilire dove e se costruire.

Perché ci sono porzioni così contaminate sulle quali non si dovrebbero realizzare neppure industrie. Esplicite le conclusioni: “Il quadro emerso evidenzia una situazione di criticità generalizzata, almeno per quanto attiene la contaminazione da cadmio, piombo e zinco”. Problemi così diffusi su tutto il territorio comunale che non consentono “una puntuale zonizzazione del territorio nell’ambito del processo di pianificazione (redazione del Puc), finalizzata a limitare gli usi in funzione delle criticità riscontrate”.