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martedì 14 giugno 2016

Migranti ambientali: perché di loro non parla nessuno?

«Manca ancora un riconoscimento giuridico dello status di “profugo” per un migrante ambientale, anche se il parlamento Ue sta valutando tale ipotesi. ». Il Fatto quotidiano online, 13 giugno 2016 (c.m.c.)


Senza soluzione. Così appare il drammatico problema dei migranti, per il quale si passa dal semplicistico “accogliamoli tutti” all’altrettanto semplicistico “aiutiamoli a casa loro”. Ed il problema è sicuramente destinato a cronicizzarsi ed amplificarsi per via dei cambiamenti climatici.

Anche se i mass media non lo dicono, flussi migratori di questo tipo sono già palpabili. Sono i migranti ambientali, altrimenti detti emigranti climatici o eco-profughi, oppure ancora “rifugiati ambientali”, come li definì Lester Brown, fondatore del Worldwatch Institute.

Il Parlamento Ue segnala che 17,5 milioni di persone hanno lasciato il loro paese nel 2014, a seguito di catastrofi correlate al clima e che tali migrazioni hanno interessato soprattutto le regioni meridionali (l’Africa subsahariana), che sono oggi quelle maggiormente esposte agli effetti del cambiamento climatico.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) stima che, entro il 2050, i profughi ambientali potrebbero essere addirittura 200-250 milioni di persone. Ciononostante, manca ancora un riconoscimento giuridico dello status di “profugo” per un migrante ambientale, anche se il predetto parlamento Ue sta valutando tale ipotesi.

Ma domandiamoci: quand’anche ai migranti ambientali fosse riconosciuto lo status di profughi, resterà l’insolubile problema a monte. L’uomo ha ormai cambiato il clima e continua a cambiarlo. Qualche dubbio? Guardate il video della Nasa che, in trenta secondi, mostra il surriscaldamento globale dal 1880 al 2015. Ma non ci saranno solo i migranti ambientali. Ci saranno anche coloro che migreranno a causa delle guerre che nasceranno proprio dall’insorgere degli squilibri ambientali. Un esempio fra tutti, il più classico, le guerre dell’acqua.

In realtà, ci sono già coloro che migrano per via delle guerre connesse con i mutamenti climatici. L’ultimo numero di Altreconomia riporta un articolo sulle conseguenze già in essere dovute alla carenza d’acqua. E l’intervistato, Giorgio Cancelliere, esperto di cooperazione internazionale, afferma che lo stesso conflitto siriano è in parte determinato dalla spaventosa siccità che attanaglia il paese da anni e che costringe a migrare all’interno del paese popolazioni di fede religiosa opposta, con conseguenti conflitti. E rileva altresì come sia pura utopia che buona parte di coloro che fuggono dalla Siria vi possano tornare, a causa della desertificazione dei territori che abitavano.

Fa quindi ancor più mestamente sorridere l'”aiutiamoli a casa loro” dell’esordio di questo post. Lo stesso intervistato ricorda come negli ultimi cinquant’anni ci siano stati in Medio Oriente ben 32 conflitti per l’acqua. In realtà, con l’innalzamento delle temperature su tutto l’orbe terracqueo, l’acqua diventerà sempre più oro blu.

Si stima che, nei prossimi trent’anni, il fiume Giallo e lo Yangtze, il Gange e l’Indo, l’Eufrate e il Giordano, il Nilo e molti altri fiumi soffriranno una riduzione di portata d’acqua del 25-30%, proprio a causa dei cambiamenti climatici. Ed intanto crescerà la domanda di acqua per energia, agricoltura ed usi domestici. Insomma, anche da questo angolo di visuale il futuro non si prospetta esattamente roseo.