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sabato 18 giugno 2016

Medici senza Frontiere non ci sta

«L’Ong rifiuta 63 milioni di euro dall’Europa per protesta verso la politica dei respingimenti.  È una pesante denuncia politica di tutta la politica europea sui migranti, imperniata appunto sull’accordo con la Turchia dello scorso 20 marzo». Il manifesto, 18 giugno 2016 (m.p.r.)


La parola shame, vergogna, ricorre più volte nel comunicato con cui ieri Medici senza Frontiere dà l’addio a tutti i finanziamenti, e alle relative collaborazioni con le istituzioni europee, per l’applicazione dell’accordo Ue-Turchia sui migranti.

«Per mesi Msf ha denunciato la vergognosa risposta europea, concentrata sulla deterrenza invece che sulla necessità di fornire alle persone l’assistenza e la protezione di cui hanno bisogno», ha detto in conferenza stampa a Bruxelles Jérôme Oberreit, segretario generale internazionale di Medici Senza Frontiere, organizzazione premio Nobel per la pace 1999, per spiegare come è arrivato il gesto del gran rifiuto.

Un gesto effettivamente eclatante perché - anche se la portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas è corsa a dire, cercando di ridimensionarne l’impatto, che «Msf non è un partner attuativo dell’aiuto umanitario in Turchia, né ha fatto richiesta di finanziamenti per le sue attività in Turchia, di conseguenza la decisione non colpirà alcuna attività umanitaria per i profughi in Turchia» - l’organizzazione ha deciso di rifiutare 63 milioni di euro che gli venivano dall’Unione europea e dagli stati membri. Si trattava, nel bilancio dello scorso anno, di 37 milioni di fondi provenienti dagli stati Ue e di 19 milioni di euro direttamente erogati dalle istituzioni comunitarie di Bruxelles.

Il blocco dei fondi europei avrà effetto immediato e si applicherà ai progetti Msf in tutto il mondo. Il budget si ridurrà ma non intaccherà la solidità dell’ong, visto che il 92 per cento dei fondi che gli consentono di fornire aiuti medici e servizi, dai soccorsi per le catastrofi naturali alla gestione di interventi di emergenza in zona di guerra, gli arrivano da risorse private, dai grandi mecenati alle piccolissime donazioni mensili di singoli cittadini.

Il rifiuto di questi soldi è una pesante denuncia politica di tutta la politica europea sui migranti, imperniata appunto sull’accordo con la Turchia dello scorso 20 marzo. Il 49enne segretario generale Oberreit, che viene da esperienze decennali in Africa, lo ha detto chiaramente: il patto tra Europa e Turchia costituisce un precedente pericoloso per gli altri Paesi che ospitano rifugiati, come dimostra la proposta fatta settimana scorsa dalla Commissione europea di replicare la logica del patto in altri 16 paesi africani e mediorientali con i cosiddetti European compact.

Questi accordi ispirati a quello con Erdogan - ha scandito Oberreit - «hanno l’unico scopo di negare il diritto d’asilo» e rischiano di bloccare in Eritrea, Afghanistan, Sudan e Somalia – i quattro paesi che forniscono la maggior parte del flusso di profughi insieme alla Siria – le persone in fuga dai conflitti armati. Il giudizio durissimo, senza appello, di Msf sull’accordo Ue-Turchia è che «mette in forse lo stesso concetto di rifugiato e asilo». E perciò Msf non risparmia neanche la Grecia, dove 50 mila profughi siriani sono ancora accampati in condizioni vergognose tra ruderi di palazzi e tende, in attesa di un improbabile ricollocamento nei paesi più sviluppati del Nord Europa o addirittura di essere rispediti indietro, oltre la frontiera turca ora tendenzialmente sigillata.

«Chiediamo ai governi europei di rivedere le priorità: invece di massimizzare il numero di persone da respingere devono massimizzare il numero di quelle che accolgono e proteggono», ha chiesto Oberreit. «Il patto Ue-Turchia è stato presentato come una risposta umanitaria ed è questo che noi rifiutiamo perché in realtà si tratta di una risposta anti-umanitaria», ha aggiunto Aurelie Ponthieu, consigliera per le migrazioni di Msf.

Ieri il ministro greco alle Migrazioni Ioannis Moulazas, prima di incontrare con Alexis Tsipras il segretario generale Onu Ban Ki-moon in visita di due giorni ad Atene e Lesbo proprio per verificare il rispetto dei diritti umani dei migranti bloccati in Grecia - ha reiterato in tv la richiesta ai vicini turchi di vigilare sulle frontiere e arrestare i migranti che intendono attraversarle, dopo che negli ultimi due giorni almeno 200 persone sono tornate a tentare la traversata dell’Egeo. Il Parlamento di Atene ha anche cambiato la costituzione della commissione preposta a rilasciare lo status di rifugiato: i due membri rappresentanti dell’Onu e della commissione nazionale diritti umani sono stati sostituiti con due magistrati. Ankara per tutta risposta ha arrestato 51 migranti – siriani e eritrei – in procinto di imbarcarsi per le isole greche. Tra questi 13 donne e nove bambini.

Lady Pesc, Federica Mogherini ha detto che la Ue è pronta a sostenere missioni europee in Niger e Mali per cooperare con questi paesi a Sud della Libia a una «gestione integrata dei controlli alle frontiere». Ad Agadez in Niger – il più grande mercato per la tratta e i trafficanti di merce umana del continente – esistono già uffici di Frontex e si sta insediando una missione congiunta Ue-Unione africana. E mentre il Kenya, in ottemperanza alle nuove direttive di respingimento europee, ha deciso di chiudere il mega campo profughi di Dadaab ricacciando in Somalia 330 mila sfollati di vent’anni di conflitti tra i signori della guerra, in Mauritania rischiano lo stesso destino i 41 mila maliani che continuano a ingrossare il campo di Mbera.