ULTIMI AGGIORNAMENTI

domenica 5 giugno 2016

L’intervista. Giornata mondiale dell’ambiente

«Coniò la parola “biodiversità”, ed  ha in tasca la ricetta per salvare il nostro pianeta. "L’unico modo che abbiamo perfar sì che la biosfera non venga distrutta: è la nostra casa vivente, distruggerla vuol dire condannare la nostra stessa specie all’estinzione”». La Repubblica,5 giugno 2016 (c.m.c.)



A ottantasette anni  Edward O. Wilson , il decano dei biologi americani, ha ancora voglia di combattere per difendere il Pianeta. E di avanzare teorie controcorrente. Lo fece nel 1975, con Sociobiologia: la nuova sintesi, libro in cui proponeva che ogni comportamento sociale umano può avere basi biologiche.

Torna a farlo ora con Metà della Terra (Codice edizioni-Le Scienze, traduzione di Simonetta Frediani, dal 9 nelle librerie): per salvare la vita, sostiene Wilson, dobbiamo trasformare metà della Terra in una riserva naturale. Anche i due Pulitzer vinti raccontano di uno scienziato che ha sempre fatto la spola tra biologia animale e società: nel 1979 fu premiato per il saggio Sulla natura umana, nel 1991, insieme a Bert Hölldobler, per Formiche: storia di un’esplorazione scientifica.

Nato in Alabama, Wilson ha passato la maggior parte della sua vita a studiare quei piccoli insetti. «Sono creature meravigliose, da cui ho imparato tantissimo. All’inizio ho lavorato per decifrare il codice “chimico” con cui comunicano all’interno delle colonie. Come molti insetti e altri piccoli organismi, lo fanno con segnali a base di feromone. Dimostrai che era possibile programmare una colonia per creare caste con diverse specializzazioni, per esempio l’accudimento dei piccoli, l’assistenza alla regina o la costruzione del nido».

Professor Wilson, lei ha avuto una carriera rapida e brillante: a ventinove anni era già professore ad Harvard, per oltre mezzo secolo ha girato il mondo studiando animali ed ecosistemi. Quando ha capito che l’essere umano rappresentava ormai una minaccia per la biodiversità?
«Bastò la mia prima settimana nelle foreste tropicali del Messico e dell’America centrale: mi resi subito conto dei danni arrecati dall’uomo. All’epoca, però, avevo pochissime informazioni su come tali danni possano innescare estinzioni delle specie e favorire la diminuzione di biodiversità. Nel 1963, con Robert MacArthur dell’Università di Princeton, descrivemmo per la prima volta in modo chiaro la relazione tra la perdita di habitat e il tasso di estinzione delle specie. Solo a cominciare dal 1986, quando con altri scienziati introducemmo il termine biodiversità, si iniziò a valutare più esattamente i danni».

E perché ha scritto “Metà della Terra” soltanto ora?
«Studi recenti hanno mostrato che un quinto dei vertebrati, gli animali meglio studiati (uccelli, mammiferi, pesci, anfibi, rettili), è ormai a rischio estinzione, anche se con sfumature diverse (da “vulnerabile” a “minacciato” a “seriamente minacciato”). Tutti i nostri sforzi di conservazione hanno avuto come risultato un rallentamento del tasso di estinzione, ma solo per un quinto di questo gruppo a rischio. La causa principale dell’estinzione delle specie è la distruzione degli habitat. Se un habitat si riduce, il numero di specie che quell’habitat può sostenere diminuisce approssimativamente con la radice quarta dell’area: se si vuole salvare l’80 per cento delle specie si deve preservare il 50 per cento dell’area originale».

Questo dunque spiega la tesi del suo ultimo libro: traformare metà della Terra in una riserva naturale totale.
«Sì, è l’unico modo che abbiamo per salvare la maggior parte delle dieci milioni di specie che costituiscono la biosfera, la nostra casa vivente».

Davvero pensa che sia praticabile? E quale metà della Terra andrebbe protetta? Le aree più selvagge o il 50 per cento di ogni Paese?
«Non solo è possibile, ma anche più facile di quanto si immagini. In tutto il mondo oggi sono protetti il 15% delle terre emerse e il 3 per cento dei mari. Ma rimangono molti altri territori ricchi dal punto di vista biologico che se trasformati in riserve ci permetterebbero di raggiungere il 50 per cento. Per il mare è più facile: molti studi dimostrano che si vietasse la pesca in mare aperto, la produttività delle acque costiere finirebbe per aumentare».

Alla fine del secolo la popolazione umana potrebbe raggiungere quota dieci miliardi. Le persone dovranno concentrarsi nel restante 50 per cento della Terra?
«Gli esseri umani possono rimanere dove sono. L’esperienza ha dimostrato che quando le aree più ricche di biodiversità sono preservate dall’urbanizzazione e dall’aumento di popolazione, uomini e natura sanno coesistere. Inoltre, è sempre più forte in tutto il mondo l’abbandono di territori poco popolati a favore delle città».

Lei è ottimista sul futuro demografico del pianeta.
«Sì, e dovrebbero esserlo anche gli altri. Ovunque nel mondo, dove le donne hanno ottenuto un qualche grado di indipendenza economica, il numero di figli per donna scende a picco. Se la tendenza attuale continuerà, la popolazione umana mondiale raggiungerà probabilmente un picco di undici miliardi per poi iniziare a diminuire».

Ma i consumi procapite continuano a crescere. Come faremo a preservare il 50 per cento del pianeta se la nostra impronta ecologica diverrà sempre più grande?
«In realtà, anche il consumo pro capite è destinato a diminuire. L’impronta ecologica (e cioé l’ammontare di territorio richiesto per soddisfare le esigenze di ogni individuo) ora vale in media circa due ettari, ma probabilmetne nei prossimi anni si restringerà anziché ampliarsi. Grazie ai progressi di biologia, robotica, nanotecnologie e alla rivoluzione digitale le persone vorranno prodotti più piccoli, che consumano meno energia, che richiedono meno riparazioni e che hanno un impatto meno distruttivo sulla natura».

I governi hanno hanno fatto molta fatica a trovare un accordo sul taglio delle emissioni di CO2. Come pensa che possano decidere in tempi brevi di “chiudere” metà della Terra?
«Ci credo perché i benefici saranno enormi: per la qualità della vita, per la sopravvivenza delle generazioni future e anche per il controllo del cambiamento climatico».

Ma politici e opinione pubblica ne sono consapevoli?
«Ora il cambiamento climatico è visto come un problema di vita o di morte per gli esseri umani. Presto anche il salvataggio del resto delle specie viventi sarà percepito allo stesso modo. La mia esperienza è che ovunque nel mondo, se ci sono educazione e opportunità, le persone percepiscono la natura come importante per la propria vita quotidiana, ma addirittura cruciale per l’esistenza umana a lungo termine».


Narratore di storie, creatore di miti, e distruttore del mondo vivente: così lei definisce l’Uomo. In “Metà della Terra” scrive che se continueremo a eliminare specie viventi al tasso attuale, presto la nostra era, che qualcuno chiama Antropocene visto l’impatto sul pianeta, sarà seguita dall’Eremocene, l’era della solitudine, in cui l’essere umano sarà circondato solo da specie allevate o coltivate per la propria sopravvivenza. Ma se invece dovessimo ruscire a fermare la distruzione, come potremmo chiamare il futuro?
«Continueremo a chiamarlo Olocene, così come si definisce il periodo alla fine delle ere glaciali, quando la nostra specie si diffuse su un pianeta pieno di promesse e di bellezza».


Il Wwf scelse il panda. Molti indicano il gorilla di montagna. Se lei, professor Wilson, dovesse suggerire un animale simbolo della perdita di biodiversità, quale indicherebbe?
«Homo sapiens. Alla fine saremo noi a soffrire e a tramontare come specie per l’incosciente distruzione della biosfera: ha impiegato tre miliardi e mezzo di anni per evolvere, è da lei che dipende la nostra sopravvivenza».