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venerdì 10 giugno 2016

L’emergenza femminicidi

«“Basta con questo orrore contro i femminicidi si mobiliti tutto il Paese”. Boldrini dopo il quarto assassinio in dieci giorni “Dai politici alla tv, ognuno faccia la propria parte”». La Repubblica, 10 giugno


«Ora basta, tutti devono mobilitarsi. Bisogna far capire ai violenti che “no pasaràn”». Dal 29 maggio, da quando è stata strangolata e bruciata a Roma Sara Di Pietrantonio, altre tre donne sono state uccise da uomini, mariti, compagni, spesso ex rifiutati. L’ultima ieri nel Veronese, una maestra trucidata con un coltello.

«È un’escalation di violenza con la quale non si può convivere, non può essere la nostra normalità. Io non ci voglio convivere ». Laura Boldrini è un fiume in piena. La sua battaglia contro il femminicidio, culminata venerdì scorso con l’esposizione del drappo rosso dalle finestre di Montecitorio, non conosce sosta. Perché non può. Viene drammaticamente alimentata, giorno dopo giorno, da nuovi tragici atti di violenza contro le donne. Per questo la presidente della Camera ha deciso di fare un passo avanti e lanciare un appello «perché tutti facciano la loro parte: istituzioni, mondo dell’informazione e dello spettacolo, le tv, le imprese, la scuola, i parroci. Mi rivolgo a chiunque non voglia più tollerare questa violenza e voglia dire “not in my name”».
La presidente ripercorre le scelte di questi ultimi giorni. «Mi è sembrato giusto aderire alla campagna lanciata sul web da molte donne dopo la morte di Sara e ho esposto il drappo rosso». Ma ora «è necessario allargare la mobilitazione, ognuno deve portare il suo contributo in questa battaglia. Io non delego nessuno, la faccio in prima persona». Tocca anche agli altri fare la loro parte.

Le istituzioni in primo luogo. Laura Boldrini ringrazia i sindaci, da Pisapia a Nardella, da Orlando a Bianco, che l’hanno seguita nel gesto del drappo rosso. E il capo della Polizia, Gabrielli, che le ha promesso un’azione incisiva.

E poi ci sono i mass media. A loro la Boldrini chiede di «raccontare questi drammi dalla parte della vittima. Smettiamola di parlare di raptus, perché non si tratta di questo: la maggior parte delle donne uccise aveva già subito molte minacce ». Ma l’appello è rivolto anche alle imprese, ai datori di lavoro, perché «vigilino contro la violenza», ma non solo. È ora che le aziende cambino anche i loro messaggi pubblicitari, che «ci restituiscono in larga parte una figura femminile ammiccante, quasi sempre svestita, per vendere qualsiasi cosa. Sono modelli che sminuiscono le donne, le oggettivizzano». Così come «quegli uomini in giacca e cravatta che conducono programmi televisivi contornati da vallette seminude. Anche le tv devono prendersi le loro responsabilità ».
Possono fare molto pure i sacerdoti e i parroci, «seguendo le parole di Papa Francesco sul rispetto per le donne». 

E infine la scuola, il capitolo che forse sta più a cuore alla presidente della Camera: «Credo sia arrivato il momento che nelle scuole si insegni il rispetto di genere e venga data ai ragazzi una educazione sentimentale, per capire che si può stare insieme nel rispetto. Purtroppo tra i nostri giovani non sempre è così. Basta guardare il web - sottolinea la Boldrini - sui social abbonda una comunicazione misogina, messaggi di odio contro le donne ». E invece «la violenza contro le donne, ma anche l’insulto sessista, devono essere considerate una vergogna, uno stigma sociale, da isolare e condannare ».

Insomma «chiunque crede in un rapporto di coppia paritario, a partire dagli uomini, deve far sentire la sua voce. La violenza sulle donne è un problema degli uomini, ma finora la loro voce non si è fatta sentire. È ora di agire, perché in ballo ci sono la vita e le conquiste delle donne ».

A livello di governo qualcosa si muove. Ieri la ministra Boschi ha ricordato che è al lavoro la commissione che dovrà valutare i progetti di attuazione del piano anti violenza, con a disposizione 12 milioni. Anche per la Boschi «la vera sfida è quella educativa e culturale», che si combatte nelle parrocchie, nei centri sportivi, nelle associazioni. «La battaglia contro il femminicidio può essere vinta, deve essere vinta -ha concluso - lo dobbiamo a Sara, Alessandra, Michela, Federica e le altre»
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