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domenica 5 giugno 2016

Le vere scoperte si fanno a piedi

«E adesso riprendiamoci l’Appia antica . Dal libro “Appia” di Paolo Rumiz  la mostra “L’Appia Ritrovata. In cammino da Roma a Brindisi”». La Repubblica,5 giugno 2016 (c.m.c.)


Scenderete dai colli Albani calpestando terra negra punteggiata di borragine, poi sarete nella piana delle acque vive ai piedi dei Lepini con le fortezze preromane sugli strapiombi, quindi verranno i boscosi Ausoni che hanno dato all’Italia il nome antico e, subito dopo, i cavernosi Aurunci dalle spettacolari fioriture a picco sul mare. Vi perderete nei labirinti di Gomorra che un tempo fu Campania Felix, poi la vista spazierà sui monti del Lupo e del Picchio e gli altri della costellazione sannitica, avanti nell’Italia dimenticata degli Osci, degli Enotri e degli Japigi, fino al finis terrae di Brindisi e all’Apulia della grande sete.

Volevo che il mio ultimo viaggio per Repubblica, quello sui selciati e i sentieri dell’Appia antica, avesse un sigillo speciale. Qualcosa che, anziché chiudere una storia, ne aprisse una nuova, meglio se raccontata da altri. L’avevo promesso ai lettori. Ed ora eccolo qui, il libro sulla Gran Via restituita agli italiani dopo la traversata a piedi del 2015. Sentivo di doverlo fare, più per senso civico che per letteratura. Per qualcosa che va oltre il diritto individuale allo spazio e diventa dovere verso la propria Terra.

È per questo che nel racconto, in uscita il 9 giugno, c’è la descrizione e la mappatura (anche in versione online) dell’itinerario offerta ai camminatori. Ed è per questo che lo stesso giorno succederanno altre due cose: l’apertura al Parco della Musica di Roma, nell’ambito della “Repubblica delle idee”, di una mostra sulla Regina Viarum, costruita in gran parte con nostri materiali, e l’uscita di un nuovo dvd con sottotitoli in inglese, utile anche ai viandanti stranieri. Sarà il regalo finale dei quattro dell’Appia antica: Riccardo Carnovalini, Alessandro Scillitani, Irene Zambon e chi scrive.

Ora davvero l’Appia potrà essere il nostro Cammino di Santiago. Ma con importanti differenze. Il tracciato italico non si apparta per valli solitarie. Non è costellato di ostelli e di confortevoli punti di sosta. Non ha alle spalle una letteratura recente. È una strada ancora tutta da attrezzare. Una strada che chiede la riconquista di uno spazio selvaggio o dilapidato dall’incuria degli Italiani e ci ordina di resistere all’oblio, a costo di combattere con l’asfalto, i guard-rail e le recinzioni abusive. Sì, per accedere alle meraviglie nascoste dell’Italia si deve fare talvolta del lavoro sporco, perché l’ambiente non è solo bosco e idillio di brughiere, ma anche città, periferia, fabbrica, banlieue.

Il cammino vero si fa nel mondo, non fuori dal mondo. Non è arroccamento in riserve indiane. E così come sopporta vesciche, graffi e punture di tafani, il vero esploratore accetta anche zaffate di tubi di scarico, insulti e diffidenza. La viandanza è immersione, non decollo verso altezze rarefatte; è contaminazione, metamorfosi. Può essere paracarro, campo di frumento, cava di pietra, metanodotto, muretto a secco, greto, tratturo, passaggio a livello, uliveto, pelle di serpente.

E poi, non è vero niente che “tutte le strade portano a Roma”. Semmai “tutte le strade partono da Roma”, perché è Roma lo straordinario punto zero di un conteggio delle miglia che innerva come una ragnatela l’Europa e lo spazio mediterraneo. Chi taglia a piedi un territorio come l’Italia del centro-sud vede molte cose che altri non vedono, specialmente i politici di scarpa lustra. Credere che siano le periferie a dover accorgersi del centro è qualcosa che con l’antica Roma aveva poco o nulla a che fare.

Ma forse tutto questo nostro Paese, nato troppo in fretta, andrebbe riletto a rovescia. A noi è bastato poco per capire che la Linea Magica che aveva portato a sudest il segno di Roma nel cuore del Mare Nostrum ora portava verso l’Urbe il segno della camorra. In pochi mesi, dopo il nostro passaggio, Roma e Brindisi perdevano i loro sindaci, decapitate dalla politica o dalla magistratura, e la terra dei Casalesi era investita da inchieste pesanti. A tutt’oggi tra Roma e il Casertano, undici su trentanove Comuni attraversati dalla Gran Via sono commissariati, con la provincia di Latina che — con una concentrazione anomala di appalti sospetti — si fa anello di congiunzione fra Gomorra e la Capitale.

Tutto questo non lo capisci con i droni e gli smartphone, ma usando i piedi. Sono loro il sismografo, il metal detector, la bacchetta di rabdomante. I piedi non sono arti, ma organi di senso che mandano alla testa una strepitosa quantità di segnali.

Nello stesso tempo la strada ribalta schemi e pregiudizi. Proprio nelle terre più malfamate è facile trovare i segni di un’ospitalità da Grecia antica. Quanto più, verso il magnifico capolinea, i segni dell’archeologia si rarefanno, tanto più la temperatura umana aumenta. E poi, quanta varietà e bellezza in più rispetto a Santiago. La via italiana non è solo campagna, pietre miliari e basolato. È donne ai balconi, pasta alle melanzane, rospi schiacciati, vento nei canneti, la mamma e Padre Pio. Pane cafone, fiori su un guard-rail, caffè alla nocciola e cani perduti. È argine, solco di carri sulla roccia viva, tiglio solitario, cantoniera abbandonata, cancello con la scritta ATTENTI AL CANE.

L’Appia è fatamorgana, fantasma meridiano che galoppa nei campi di colza inondati di sole. Proprio dove ti schianta con le sue devastazioni, l’Italia del Sud si fa perdonare con una fritturina di paranza o col pane cotto con patate, aglio, peperoncino ed erbe di campo. Se passerete a piedi in questo mondo appartato, sismico e fertile, dai sapori ancora pieni, sappiatelo: sopporterete tentazioni peggio di Sant’Antonio. Tutto cospirerà per farvi desistere. Ma almeno inghiottirete il Paese a forchettate. Ruminerete insieme cibo, storia, flora, fauna e paesaggio. Melanzane fritte e Federico di Svevia, Aglianico e canti ebraici di Oria, carciofi alla giudia e Satire di Orazio Flacco.

L’Appia non è solo i suoi celeberrimi chilometri iniziali. È molto di più. Per cominciare, essa è il solo cammino europeo leggibile nei due sensi. Mentre Santiago ha un significato one- way, la via romana racconta due grandiose storie parallele.

La strada verso Brindisi appartiene alle legioni, quella verso Roma agli apostoli Pietro e Paolo, al Cristianesimo che sbarca in Occidente. Essa è continuità di storia, un asse che riassume la storia d’Italia ben oltre l’epoca romana, parla dei popoli del mare, dei Greci, dei Saraceni e degli Ebrei. Narra di Svevi e Longobardi. Evoca la Resistenza e le repressioni borboniche, l’epopea garibaldina e la devastazione degli anni Sessanta. C’è molto di più che sul Camino spagnolo.

L’Appia è il portale d’accesso a un arcipelago unico al mondo di mausolei, anfiteatri, ville, opere di difesa, stazioni di sosta, locande. Camminandoci sopra, potrete sentire il passo delle legioni e il flusso delle mercanzie, il raglio degli asini e le grida dei traghettatori, e questo vi aiuterà a scrivere una rapsodia italiana persino più autentica del rinomato Grand Tour. Essa sarà per voi un modello insuperato di brevitas rispetto alla viabilità contemporanea tormentata da svincoli, rotonde e sottopassi. Un esempio unico di lavori pubblici ben fatti e buona manutenzione. L’Appia è unica. Un marchio di formidabile richiamo internazionale.

Ai camminatori dico: ora tocca a voi scrivere la storia. Basteranno i vostri piedi, un buon tagliaerba e qualche cartello. L’Appia non è il Colosseo. È una scommessa leggera, a fronte di un investimento pesante. Ve ne accorgerete: ci vuole poco per riprendersi l’Italia.

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