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giovedì 16 giugno 2016

La falsificazione dell’architettura della città, non solo

Due principi hanno guidato il pensiero e l’azione di quelli che hanno coltivato l’urbanistica e l’architettura credendo nella loro unione come... (continua la lettura)


Un riassunto

Due principi hanno guidato il pensiero e l’azione di quelli che hanno coltivato l’urbanistica e l’architettura credendo nella loro unione come, riguardo alla cultura in generale, nel superamento della scissione fra cultura umanistica e cultura scientifica. Il primo, adozione di un punto di vista univoco circa le due discipline, rappresentabile nel progetto e nel piano con la pretesa che il tutto sia presente nelle parti e le parti nel tutto; il secondo, conseguente, ideazione non solo di singole architetture nobilmente motivate e urbanistiche redistributive di standard quantitativi, ma compimento di un’architettura collettiva urbana[i] («fare città», si dice oggi): aggregazione delle diverse componenti di una organizzazione spaziale in un’unità complessa, dove le ineluttabilità sociali, le funzioni e le estetiche si muovano e si fondino per ritrovare il significato comune e la bellezza di quei luoghi (piazze, strade…) che distinguevano la storia urbana italiana ed europea. In molti casi possiamo goderli ancora oggi, da spettatori, come opere d’arte sociale scampate al rovesciamento distruttivo in ogni campo, territorio e città compresi, provocato da un capitalismo che non guarda in faccia nessuno (inteso: le persone, i gruppi sociali, i beni comuni, gli edifici privati e pubblici…) pur di perseguire un’«economia dell’arricchimento» che richiede lo sfruttamento intensivo del plusvalore del lavoro nei periodi di deindustrializzazione (di recessione)[ii] e del plusvalore della terra (moltiplicazione delle rendite).

Dai tempi della semplificazione funzionalista-razionalista che ha sancito la crisi già in corso della città di strade e piazze residenziali, l’urbanistica e l’architettura, ognuna per sé sorda ai suoni della storia, non possono creare spazi di vita ed estetici di quella giustezza sociale e di quella bellezza[iii]. Il brulicare di vita collettiva, gli intensi rapporti sociali che li rendevano mirabilmente adatti erano imprescindibile necessità di una specifica formazione economico sociale; oggi non sappiamo o non possiamo praticare rapporti umanizzanti e solidari perché l’attuale società li ricusa (così ne deriva il recepimento di quei luoghi solo come nude opere d’arte…).

Ha avuto successo negli anni recenti la raffigurazione degli ipermercati, dei centri commerciali, degli aeroporti…, essenzialmente i «nonluoghi» nell’accezione di Marc Augè (Non-lieux), quali nuovi spazi di socializzazione, nuove «piazze» dove la gente s’incontra, dialoga vive…la vita. A noi paiono luoghi ultimi di cui le persone assoggettate al consumo devono accontentarsi in mancanza d’altro, impedite d’incontrarsi e di dialogare davvero. Lì all’«uomo della metropoli» manca soprattutto la comunità, la condivisione del desiderio e del ritrovamento del luogo di tutti. Le piazze e piazzette di città, cittadine e paesetti, i campi e campielli veneziani, le strade e stradine d’ogni parte: erano spazio conchiuso o delineato dalle cortine edilizie, abitate e destinate a miriadi di utilità; forma in ogni caso decisamente progettata nel senso di un concerto della popolazione per una comune scelta per così dire urbanistica. In quei nonluoghi vige forse la denaturazione psicologica e biologica dell’uomo come previsto da Willy Hellpach ottant’anni fa[iv].

La critica e la contrapposizione al razionalismo da parte degli architetti nati nel decennio 1925-1935, ispirate alle esperienze pre-razionaliste o espressioniste di olandesi e tedeschi, a F. L. Wright, a movimenti rinnovatori come la Wiener Secession si sono risolte da una parte in ingegnose architetture affatto minoritarie, neoliberty e talvolta storicistiche, dall’altra in urbanistiche pubbliche (Piani per l’edilizia economica popolare e simili) pensate in opposizione alla speculazione o indirizzate alla ricostituzione di demani locali ma, salvo poche eccezioni, respinte in innocue applicazioni troppo lontane dal corpo urbano compatto, inoltre difficilmente rapportabili alle isolate novità architettoniche[v].

Lunghi decenni fluivano attraverso vicende da cui ogni tanto sorgevano deboli speranze di cambiamento dell’urbanistica pubblica grazie all’adozione di singole normative di stampo quasi-illuminista (ma una nuova legge urbanistica generale era continuamente dilazionata fino alla rinuncia odierna!). Nei fatti si susseguivano le vittorie di uno smaccato neoliberismo speculativo e profittatore coerentemente alla progressiva finanziarizzazione dell’economia, d’altronde essa stessa propizia all’ancor più veloce decadimento della produzione industriale fino alla distruzione o riduzione all’insignificanza dei settori tradizionali. Il disinteresse della politica riguardo agli enormi danni reddituali personali, sociali, culturali provocati dal dominio delle rendite di ogni genere, unificate in una sorta di Santo Principio Primo (Spp) come statuto materiale e morale del paese, giungeva a ogni grado del potere, dal capo del governo fino al sindaco del più piccolo Comune di trentasei abitanti valtellinesi, e decretava così l’agonia della sovranità popolare (demo-kratía).

L’iniziativa urbanistica privata negoziata in apparenza col potere politico, in realtà lo surclassava anzi lo assorbiva ostentando essa presunti valori pubblici. Pseudo-concorsi «chiavi in mano» fra coppie di impresa-architetto, accordi al chiuso fra sindaci e padroni spacciati per gestiti all’aria aperta, realizzazioni urbane di enorme portata sostitutive di grandi e buone industrie con disprezzo di piani generali o di note priorità locali e regionali, architettura incapace di proporsi come arte dalla parte dei cittadini invece che subalterna alle imprese: questa, dal punto di vista del destino di città e territorio, era la trama che guidava il paese verso la fine del millennio e l’inizio del nuovo.

Una figura milanese la rappresenta in modo ideale: Gabriele Albertini, il sindaco del decennio 1997-2006, colui che impersonò gli affari urbani definiti da Vezio De Lucia «rito ambrosiano», forse primo fra gli amministratori pubblici, presto seguito da altri di altre città e dai successori di destra e di sinistra (Letizia Moratti e Giuliano Pisapia), a sostenere l’avvento degli architetti internazionalisti al servizio del municipio e dei possessori della rendita urbana. Progettisti che prospettano la costruzione di grattacieli-giganti per contesti a loro sconosciuti e tuttavia non studiati, personaggi a ogni modo propensi ad accettare o addirittura offrire essi straordinarie densità di fabbricazione.

Così valse la diffusione della fandonia, grazie anche alla condivisione di colleghi distratti, che le grandi cubature ottenute mediante inusitate altezze degli edifici applicando indici di densità fondiarie inammissibili nella pianificazione onesta comportassero il guadagno di vaste superfici di terreno da destinare a parco; quando è vero il contrario: eventuali notevoli altezze in regime di basse, molto basse densità spingono lontani l’uno dall’altro i volumi e lasciano ampie zone aperte.

Il tipo edilizio detto grattacielo o gran mole spuntava qua e là nel paese in posti inimmaginabili, Savona con Fuksas quanto mai balzano e Bofill, Sarzana coi funghi velenosi di Botta, Salerno col muraglione di Bofill, Torino la bellissima, famosa per l’elegante perfezione e uniformità delle sue strade porticate, arresa all’arroganza della più potente banca italiana, con Alessandro Antonelli sacrificato all’improvvisa insensibilità di Renzo Piano…

Milano, dopo la fallimentare prova del terzetto Hadid-Isozaky-Lebeskind al servizio della cordata Generali-Ligresti-Lanaro-GLDR nell’area dell’ex Fiera, esibiva a Porta Nuova-Isola il luogo topico della nuova architettura urbana. Già diversi mazzi di grattacieli ligrestiani per uffici, abusivi nei due ultimi piani, si erano distribuiti al di là della cinta ferroviaria quasi per declinare rapidamente verso rugginoso abbandono (intanto la rendita avanza lo stesso). Ora il raggruppamento di alcuni giganti, come in qualunque emirato o qualunque Kuala Lumpur segnato da astruse esteriorità formali e falsità sostanziali, attua in quella parte di città, guarda caso non più milanese giacché comprata interamente dal Qatar, la contestazione dell’architettura urbana laddove fosse persistita dal passato nella sua giustezza e bellezza, mistificando infine l’intera operazione targandola col nome di «piazza»: Gae Aulenti per di più.

Intanto la vendita di terra milanese a potentati stranieri procede. Se da una parte è soddisfatto l’emiro dall’altra lo sarà la dinastia dei reali sauditi: sta sorgendo su terreni utilizzati per l’Expo a Cascina Merlata (destinazione agraria sacrificata per sempre) il più grande centro commerciale della città. Sono solo due esempi fra tanti di una tendenza irreversibile. Tutto si tiene rispetto ai nuovi luoghi di falsa socializzazione. È raggiunta nell’intero paese l’obbedienza alla legge della mondializzazione; così funziona anche in questi casi il capitalismo vòlto, come detto, all’economia dell’arricchimento nell’epoca di impoverimento dei lavoratori.



Grattacieli

1.- Un’architetta intervistata in piazza Gae Aulenti disse che Milano ha il grattacielo nel suo DNA perché ha eretto la guglia del Duomo con la Madonnina. Macché DNA, macché Duomo. L’unico edificio di altezza inusitata (al suo tempo) significativo non per aver fondato una tendenza ma per essere emblema di singolarità, il contrario di possibile molteplicità, è il grattacielo Pirelli (Ponti, Nervi, Rosselli e altri, 1956-60, 32 piani, 127 metri). Quasi un contradditorio architettonico radicale ma non arrogante alla magnifica Stazione Centrale di Ulisse Stacchini (nota: opera di un fantasioso tardo eclettismo, da noi amata e per disgrazia massacrata dai lavori del Progetto Grandi Stazioni senza alcuna opposizione di ordini professionali, istituzioni culturali, politecnici, università…). Altri pochi edifici alti, da non potersi più definire grattacieli stante le spaventose gonfie verticalità raggiunte a Milano Porta Nuova-Isola (se è per questo, nemmeno il Pirelli…) non contano nulla da entrambe le prospettive: danno grave o vantaggio apportati al paesaggio urbano. Un’ammirabile eccezione sarebbe la cosiddetta Torre Rasini, la parte «alta» di un palazzo residenziale all’angolo fra corso Venezia e i Bastioni, con la Porta Venezia da un affaccio e i Giardini Pubblici piermariniani dall’altro (Emilio Lancia e Gio Ponti, 1933-34), se dovessimo accettare l’inganno nominalistico e includerla con i suoi miseri undici piani più un parziale dodicesimo arretrato. Conta invece il disegno urbano e la bellezza di un’architettura tipicamente «milanese» fra razionalismo e Novecento.

2.- Al Palazzo Reale di Milano c’è una mostra di Umberto Boccioni, abbastanza ampia se non esaustiva. Qualche giornalista innamorato dei nuovi grattacieli ha preso «La città che sale», del resto presente solo in bozzetti (uno è nella collezione della Pinacoteca di Brera; l’opera compiuta, 200x300 cm, è al Moma di New York) per una profezia del 1910 alla vocazione dei costruttori milanesi a erigere, appunto, grattacieli. Grossolana deduzione dal puro titolo. Basta osservare con attenzione le immagini di bozzetti e del quadro finito, aggiungendo magari la lettura di qualche passo di critica d’arte moderna, per capire che Boccioni lavora in piena assunzione del «dinamismo» preludente al compimento del Futurismo. Quattro quinti del dipinto sono occupati da cavalli e uomini in contorsione «fusi esasperatamente insieme in uno sforzo dinamico»[vi]. Solo in un piccolo spazio in alto a destra sbuca una forma che potrebbe rappresentare una casa in costruzione di quattro o cinque piani, oppure alludere a un quartiere periferico in corso di realizzazione come tanti all’inizio del Novecento. «La città che sale» significa una Milano che scala la china del progresso, come l’artista la vede nella realtà e la proietta in visione avveniristica.


[i] L. Meneghetti, La sostenibile infelicità della divisione, in eddyburg, 15 marzo 2015.
[ii] Intervista a Luc Boltansky del Collettivo La Boétie,
«L’Indice dei libri del mese», a. XXXIII, n. 5, maggio 2016.
[iii] L. Meneghetti, Alla ricerca dello spazio perduto (Discorsi di piazza), in eddyburg, 25 novembre 2006. In «il Grandevetro», a. XXX, n. 184 novembre-dicembre 2006; poi in Libere osservazioni non solo di urbanistica e architettura, Maggioli, Santarcangelo di Romagna, 2008. – L. M., La strada, la piazza. Un cuore antico per il futuro, in eddyburg, 7 febbraio 2009; poi in Promemoria di urbanistica architettura, politica e altre cose, Maggioli, 2010. – L. M., Dov’è la bellezza di Milano?, in eddyburg, 11 giugno 2015.
[iv] W. Hellpach,
L’uomo della metropoli (Mensch und Volk der Grosstadt, 1935, prima pubbl. 1939), Edizioni di Comunità, Milano 1960.
[v] Cfr. la rassegna di Piani di edilizia economica e popolare in
«Urbanistica», a. XXXIII, n. 41, agosto 1964. L’unico progetto, inserito nel contemporaneo Prg, che appare meno marginale è quello di Novara.
[vi]
Boccioni a Milano Catalogo della mostra al Palazzo Reale, dicembre 1982-marzo 1983, Mazzotta, Milano 1982.
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