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mercoledì 1 giugno 2016

Il seme da piantare nella città che non c’è

«In fondo a tutti i ragionamenti possibili, dovrebbe esserci,  Roma, la grande, millenaria, bellissima, e sudicia, puzzolente, disastrata città, che uno di questi candidati sindaci dovrebbe, prima che governare, conoscere». Il manifesto, 1° giugno 2016 (c.m.c.)


Si può scrivere e pubblicare un articolo non per sostenere scelte politiche e suggerire comportamenti ma solo per esprimere disagio e sofferenza? Se non si può, questo che segue, ospitato benevolmente da il manifesto, si presterà alle più feroci e giustificate critiche. Ma tanto vale provare… Vediamo.

Il soggetto è Roma e le sue imminenti elezioni comunali. Roma è una città millenaria, carica di gloria e di bellezza, e i candidati a ricoprire la carica di Sindaco sembrano, salvo qualche limitata eccezione, nati al massimo l’altroieri. Roma è sull’orlo di un collasso istituzionale ed esistenziale che non ha precedenti. Roma è la capitale più sporca, anzi, più correttamente, più “zozza” dell’Occidente democratico-capitalistico.

Roma è vittima di un degrado urbanistico ed edificatorio praticamente senza limiti (il recente libro di Francesco Erbani e Vezio De Lucia, Roma disfatta per Castelvecchi Editore, offre da questo punto di vista documentazioni e considerazioni che possono considerarsi definitive).

 Se si passa al capitolo “traffico”, di cui praticamente nessuno parla, Roma non è più una città, è un “delirio”, una sorta di affannosa e disperata gara verso il nulla. Al tempo stesso il servizio di trasporto pubblico è inesistente o è catastrofico. La fiducia nelle istituzioni, dopo lo sciagurato fallimento dell’avventura Marino, è arrivata prossima allo zero. La corruzione s’era (s’è?) annidata dappertutto; se non ci fosse stata la magistratura, ci sarebbe ancora.

I segni di reazione, dopo le tristi esperienze degli anni passati, ci sono, ma sono molto limitati. La restituzione dell’onore delle urne della lista Fassina ha ridato fortunatamente spazio e spinta a una risposta, politica e popolare, positiva. Ma siamo ancora, – e non potrebbe essere diversamente, – a minoranze attive sul piano sociale e istituzionale, ma destinate, ovviamente, a una lunga battaglia, che non potrà avere esito con l’esito di questo voto (condivido quasi tutto dell’ultimo articolo di Piero Bevilacqua, salvo il suo giovanile ottimismo).

E allora, nel frattempo, che si fa? Io penso che la sinistra, – quella che ambisce presentarsi come più legata al passato e al tempo stesso più modernamente nuova e anticipatrice, – si trovi oggi classicamente stretta fra l’incudine e il martello (è accaduto altre volte nella storia). L’incudine è la protervia senza limiti (falsamente razionalizzatrice) del nostro attuale Presidente del consiglio; e il martello è la spinta, anch’essa durissima e feroce, della destra (qualsiasi tipo di destra, oggi tatticamente separata, ma sempre disponibile a ritrovarsi unita) allo scopo di riacquistare lo spazio che per ora le è stato sottratto. In questa situazione le scelte ferme e limpide del passato, – o si è da una parte o si è dall’altra, – sono tramontate.

La battaglia si svolge continuamente su di un duplice o addirittura triplice fronte: si può essere contro l’uno e contemporaneamente contro l’altro; ma, se serve, si può essere provvisoriamente con uno per essere meglio contro l’altro. Oppure: per combattere l’uno bisogna evitare di favorire (troppo) l’altro.

Questo vale, praticamente, per qualsiasi occasione politico-istituzionale contemporanea. Si pensi al referendum di ottobre. L’altro giorno passavo dal televisore acceso ho sentito una voce che pronunziava, con tono calmo e solenne, la seguente affermazione: «La nostra Costituzione è messa in pericolo dalla sciagurata riforma Renzi, Per questo, nel referendum di ottobre, bisogna votare fermamente e decisamente no». Mi sono voltato. A parlare era Silvio Berlusconi. Mi è venuto un forte senso di nausea. Ma certo non penso per questo che non sia opportuno e necessario votare “no” al referendum di ottobre. Solo che mi chiedo dove possa portarci l’insensata politicizzazione che di quel referendum (tutto costituzionale) ha dato in primissimo luogo il nostro ineguagliabile premier («o con me o contro di me»), e che è stata prontamente raccolta dalla nostra, – da tutta la nostra – destra, in attesa di riunirsi.

Ne usciremo (ne usciremmo) recuperando tout court spazio a sinistra (ma per ora come si fa?) o aprendo le porte alla rivincita di una (attualmente) delle destre più torbide e inquietanti del continente? Mi si potrà ragionevolmente rispondere: intanto vinciamo il referendum, – per giunta, molto probabilmente, senza l’apporto della destra non si vincerebbe, – poi si vedrà. Sì, certo, ma le domande restano. Insomma, ci vorrebbe una strategia di lungo periodo, che provi a mettere insieme queste cose difformi e suggerisca loro una possibile coerenza. Non basta, io penso, l’opposizione ferma e dura all'”attuale stato di cose esistenti”. Ma dove arrivare. E con quali tappe.

Le elezioni comunali a Roma, che per giunta si svolgono, come ho cercato sinteticamente di dire, nelle condizioni catastrofiche della Capitale, rappresentano secondo me un esempio calzante, anche se minore rispetto a tutto il resto, di tale discorso. La lista Fassina rappresenta un punto di partenza importante, si tratta di capire come meglio portarlo avanti.
Cerchiamo di circostanziare il quadro. In ballo ci sono due liste chiaramente e dichiaratamente di destra (Marchini-Berlusconi; Meloni-Salvini). Non ci si può certo augurare che una di esse prevalga. Poi c’è la lista, particolarmente forte del Movimento 5 Stelle.

Su questo punto, secondo me, occorrerebbe fare più chiarezza di quanto finora fra noi non ce ne sia stata. Il Movimento 5 Stelle è un singolare fenomeno tutto italiano, che nasce interamente dalla crisi del nostro sistema politico-istituzionale. E’ un partito ereditario, in cui le redini del potere trasmigrano, senza neanche bisogno del notaio, nelle mani del figlio quando il padre venga meno. E’ un partito autoritario, anzi dittatoriale, nel quale la volontà del Capo, e dei suoi più stretti accoliti, che del resto sono anche loro i primi ad esserle sottomessi, occupa solidamente il ruolo supremo, cancellando ogni sia pur timida manifestazione di democrazia interna (è necessario portare esempi, anche recenti e anche di grande portata?). Il Movimento 5 Stelle non ha nessuna vocazione sociale; in compenso ne nutre in seno una d’ispirazione xenofoba, abbastanza nascosta, per ora, ma visibile.

La vittoria della candidata grillina a Roma sarebbe dunque gravissima, per la sua carica gravida di significati nazionali; e anche perché, in caso di ballottaggio con il candidato dem, la massa dei voti di destra si riverserebbe su di lei onde ottenere la sconfitta del candidato dem, così come accadrà con il referendum di ottobre, dove votare per il no può non significare affatto in difesa della Costituzione, ma piuttosto per detronizzare il ducetto di Rignano sull’Arno e sostituirgli un orrido potere al tempo stesso antieuropeista, antisociale e antisolidaristico.

Dunque, in caso di ballottaggio non c’è altra scelta fra il non andare a votare e il votare per il candidato dem? Ma non andare a votare, ammesso che il candidato dem vada al ballottaggio, significherebbe inevitabilmente favorire la vittoria del candidato antagonista, sia che si tratti del candidato di destra sia che si tratti della candidata grillina.

Dunque, non c’è scelta, in caso di ballottaggio: ossia, votare per il candidato che a Roma rappresenta, anche molto ortodossamente, le posizioni del ducetto di Rignano sull’Arno? Se le condizioni sono quelle che finora ho descritto, mi pare che non ci sia altra scelta. Domanda: se le cose stanno così, non sarebbe meglio votare il candidato dem fin dal primo turno, onde assicurare più facilmente che vada al ballottaggio?

No, un seme va piantato. Nel rispetto di tutte le rispettive responsabilità e peculiarità. Per andare all’ultimo voto non basterà infatti solo la disponibilità della sinistra. Bisognerà che altre si manifestino. E’ così che un processo va avanti. E per deciderlo bisognerà essere in più di uno. Non spetta solo a noi farlo.

Ma in fondo, – in fondo a tutti i ragionamenti possibili, – dovrebbe esserci, – e ancora non c’è, non c’è proprio, – Roma, la grande, millenaria, bellissima, e sudicia, puzzolente, disastrata città, che uno di questi candidati sindaci dovrebbe, prima che governare, conoscere. E se tutto ricominciasse da qui? Ed è possibile ricominciare da qui, senza uno sforzo concorde e colossale di tutte le forze che siano disposte a farlo? Aspettiamo risposte, prima e dopo il voto