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sabato 25 giugno 2016

Euroscettici e filo americani, l’ambivalenza dei tory

«Dentro o fuori. Il premier lanciò l'idea del referendum per prevenire l’emorragia elettorale verso la destra populista dell’Ukip di Farage». Il manifesto, 25 giugno 2016


Cameron pareva (ed è) un esponente tipico dell’euro scetticismo moderato del partito Tory. Uno da cui non usciva mai una professione di europeismo, ma solo l’esultanza per una eccezione strappata, per uno sconto ottenuto sui fondi da corrispondere, per ogni episodio in cui il punto di vista strategico degli Usa si imponeva grazie all’alleanza speciale con i britannici. Pareva ed era, la sua, solo una nuova edizione della vecchia dottrina di Macmillan.

Nel 1960 il primo ministro Tory aveva commissionato un rapporto ai maggiori esperti conservatori, da cui impietosamente risultava il declino del Regno Unito come forza globale, e l’urgenza di un’adesione alla Comunità Europea. Per questo, dopo il ritiro di un De Gaulle contrario all’adesione britannica, il Regno Unito era stato ammesso al principio degli anni 1970, ancora grazie a un primo ministro conservatore come Heath.

Il dinamismo superiore del Mercato Comune e i portenti industriali di Italia e Germania ridicolizzavano gli eleganti snobismi di chi, fra i conservatori, aveva definito la conferenza di Messina e il Trattato di Roma «scavi archeologici». Fra rovesci, riprese e oscillazioni, fra asprezze thatcheriane e morbidezze alla Mayor la linea Tory era sostanzialmente rimasta la medesima: non era sufficiente essere solo il paese più vicino agli Usa, occorreva (anche per essere più preziosi per gli americani) al contempo essere parte importante dell’integrazione europea. Dovere «scegliere fra le due sponde dell’Atlantico», sosteneva Macmillan, rappresentava in realtà una condizione di minorità e di dipendenza, non di forza. Si trattava casomai di fare ambedue le cose: essere lo Stato membro con la migliore «relazione speciale» con Washington. Certo: il progetto europeo, specie da Thatcher in poi, non doveva essere che un mercato a integrazione negativa, e il rapporto con gli Usa doveva ricevere un riguardo che la Lady di ferro non avrebbe mai riservato alle istituzioni europee.

Il risultato del referendum però ha rotto per sempre questa, forse già logora, ambivalenza dei tories.

La differenza l’ha fatta la spregiudicatezza: Cameron nel 2013 promise il referendum per prevenire l’emorragia elettorale verso la destra populista dell’Ukip di Farage. Di questa spregiudicatezza l’eccentrico ex sindaco di Londra Ben Johnson, però, ha deciso di fare uso più estremo: puntare ai voti di Farage ma assumendo egli stesso una leadership anti europeista definitiva, senza timore di spaccare profondamente il partito conservatore, spostandolo sulla Brexit oggi, domani e sempre, a prescindere dal referendum e dal suo risultato. Un risultato che poi ha tramutato in scioccante realtà quelli che sembravano giochi tattici per la leadership della destra. Un altro esempio che la spregiudicatezza, in tempi di sistemi politico-sociali sempre più deteriorati, conduce verso l’avventurismo.

C’è chi nella attuale instabilità europea vede solo una classe operaia che si dissolve, a danno della sinistra europea: costoro non hanno capito che le classi medie sono oggi altrettanto imprevedibili di altri ceti. Il dramma dei conservatori britannici lo conferma. Questo, come fra le due guerre, accade sempre in epoche chiuse in ideologie economiche talmente ottuse da non lasciare prospettive. Un contesto che, in modo diverso, ha danneggiato anche la strategia di Corbyn e del Labour. La sua linea di «Sì in Europa contro il liberismo dei tory» rompeva con gli anni di Blair: da quest’ultimo erano, è vero, giunte inedite professioni di europeismo (almeno in qualche efficace discorso) ma il progetto europeo era rimasto sostanzialmente quello di un mercato largo, e il rapporto speciale con gli Usa era giunto fino a spaccare la Ue, e a ignorare l’opinione della stragrande maggioranza degli europei (britannici compresi) pur di combattere una guerra all’Iraq fatta di menzogne e pseudo-strategie.

La campagna di Corbyn per una Social Europe di nuovo conio intendeva e intende essere, a anche a prescindere dalla sua realizzabilità, anzitutto critica del modello sociale britannico, condivisa dal socialismo nazionale dello Scottish National Party. Un europeismo affermatosi nel Labour già nella seconda metà degli anni 1980 con la leadership di Kinnock, che in una futura regolazione europea scorgeva un modello da opporre in quegli anni alla signora Thatcher. Precedentemente, invece, aveva dominato l’anti-europeismo della New Left laburista, specie fra gli anni 1970 e 1980.

A convertire in seguito i laburisti a una possibile Social Europe era intervenuto Jacques Delors: in un discorso del 1988 al congresso delle Unions egli aveva prospettato un’integrazione dedita a combattere le aree di sottosviluppo e ritardo sociale del continente, a favore di maggiore protezione sociale e maggiore potere negoziale del sindacato. Sappiamo che questa prospettiva, in parte ancora presente nel Libro Bianco di Delors, è stata abbandonata negli ultimi 25 anni. Proprio l’abbandono di questo progetto del socialismo europeo ha indebolito Corbyn e la sua battaglia per il remain. Rimane il grido che tutti i laburisti e i socialisti nazionali scozzesi rivolgono alla sinistra europea: «Non lasciateci su quest’isola da soli con i tories».
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