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sabato 11 giugno 2016

Ecco perché è possibile fermare l’inceneritore di Firenze

«Negli ultimi giorni infuria il dibattito sull’Inceneritore di Firenze e fra i vari argomenti portati avanti dalle amministrazioni comunali interessate quello dell’impossibilità di tornare indietro nel percorso decisionale intrapreso. Ma è davvero così?». La città invisibile, 8 giugno 2016 (c.m.c.)


Quello dei rifiuti è uno dei servizi che fa emergere le contraddizioni del sistema Italia, dove, a fronte del mancato raggiungimento degli standard stabiliti dalle direttive europee – il 65% di R.D. – vengono confermate le strategie di raccolta che non portano a raggiungere l’obiettivo: “una sana gestione imprenditoriale, sottolinea il Presidente Merletti di Confartigianato, “vale anche per le amministrazioni pubbliche”, il che significa che le tariffe sostenute dai cittadini devono tradursi in qualità del servizio.

E’ un problema di organizzazione e quindi di management, le gestioni dei rifiuti alternative all’incenerimento, ossia porta a porta con tariffazione puntuale e impiantistica a freddo con recupero di materia, non solo sono concretamente realizzabili, ma portano a una diminuzione dei costi, con aumento dell’occupazione, come ci insegnano le esperienze già in atto.

Ma veniamo esplicitamente ai costi di realizzazione per impiantistica di trattamento e smaltimento di supporto alla discarica. Situazione con inceneritore di Firenze-Sesto Fiorentino: costo pari a circa 170 milioni di Euro, da PEF Piano Economico Finanziario di Qthermo, per smaltire 200.000 tonnellate di rifiuti urbani indifferenziati annui.

La situazione invece prospettabile con impianto di Trattamento Meccanico Biologico (TMB) finalizzato a recupero materiali è questa: circa 40 milioni di Euro per trattare una analoga quantità di rifiuti indifferenziati in ingresso (200.000 tonnellate). Una quantità sovradimensionata rispetto al fabbisogno, infatti, con una gestione di raccolta PAYT (porta a porta con tariffazione puntuale), l’esperienza mostra che sia arriva non solo a percentuali intorno all’85% di differenziata, ma anche a una riduzione significativa del rifiuti.

Sarebbe dunque più che sufficiente andare a ristrutturare (revamping) l’impianto TMB (trattamento meccanico biologico) di Case Passerini, autorizzato per 130.000 tonnellate di rifiuti urbani indifferenziati annui; in tal caso il costo di revamping è stimato sui 5 milioni di Euro, come da costo previsionale di analogo impianto a Pioppogatto-Massarosa (Lucca).

Il rifiuto solido, da inviare a discarica, prodotto in uscita dai 2 sistemi a confronto (raccolta integrata+inceneritore e raccolta porta a porta PAYT+fabbrica recupero materiali) è comparabile; è però diversa la natura e la classificazione di tale rifiuto solido, tossico e pericoloso nel primo caso, non tossico e non pericoloso nel secondo caso. Non tenendo conto delle sostanze emesse al camino dall’eventuale inceneritore, veicolati all’interno di una massa di fumi pari a 170.000 m3/h per 8.000 ore/anno.

Evidenziamo inoltre che i dati italiani riportati dall’Ansa il 28 maggio scorso rilevano un calo di produzione di rifiuti (negli ultimi 5 anni sono diminuiti del 10,1%) rispetto a tariffe di raccolta che continuano a galoppare, lievitate del 22,7% dal 2011, spesso a fronte di strade e quartieri invasi da sporcizia.

Confartigianato riferisce che soltanto un terzo (34%) degli italiani è soddisfatto della pulizia della propria città, un valore inferiore di ben 29 punti percentuali rispetto al 62% della media europea e che ci colloca all’ultimo posto in Europa per il livello di soddisfazione dei servizi di igiene urbana.

In Toscana si pagano mediamente 210, 3 euro ad abitante, ma cosa accadrebbe se il nuovo impianto di incenerimento venisse realizzato? Qthermo sostiene che non ci saranno rincari, ma facciamo delle stime e mettiamo a confronto le due diverse modalità di smaltimento dei rifiuti, nello schema allegato.

Proprio questa settimana è intervenuto sulla stampa, contestualmente al Dottor Giannotti, AD di Quadrifoglio, il Professor Themelis , della Columbia University, uno dei maggiori sostenitori dei termovalorizzatori in ambito americano come si legge nelle sue note biografiche, Presidente e fondatore di WTERT (Waste to energy Research and Technology Council).

Quando interviene un tecnico ci si deve sempre chiedere se c’è un conflitto di interessi, si nota ad esempio che tra nella lista di sponsors di WTERT si trova COVANTA, che gestisce 42 inceneritori negli Stati Uniti. Non dimentichiamo che le interpretazioni dei dati possono essere molto diverse.

Ad esempio Themelis cita la Danimarca come ottimo esempio per quanto riguarda la raccolta differenziata e in generale per la gestione dei rifiuti. Ma i dati dimostrano invece che inceneritori ed economia circolare non possono andare a braccetto. La percentuale di raccolta differenziata in Danimarca è inferiore al 50%, come a Brescia e a Parigi, quando le direttive europee stabiliscono un minimo del 65%, dal 2012, che se non raggiunto viene sanzionato.

Inoltre la Danimarca è uno dei maggiori produttori di rifiuti in Europa. Sappiamo bene come nelle realtà, come Empoli e la provincia trevigiana, dove si attua una gestione virtuosa, non solo si hanno percentuali di raccolta differenziata attorno all’85%, ma vi è una diminuzione molto significativa dei rifiuti. Per finire il governo danese ha adottato un programma “Recycle more, Incinerate less” proprio per cambiare direzione.

Esce inoltre oggi un articolo sui monitoraggi ambientali entro 5 km dal futuro impianto. Se aveva lo scopo di tranquillizzare i cittadini li mette ancor più di fronte alla certezza del rischio incombente, come noi ben sappiamo. Monitoraggio previsto su animali e prodotti agricoli, tempestivo e coordinato fra più centri, ma la domanda resta sempre la stessa: in presenza di danno ambientale che facciamo?

Sappiamo che l’impianto non verrà spento, come succede a Montale e come successo per l’inceneritore di San Donnino, chiuso di urgenza nel 1986 per disastro ambientale accertato dall’Istituto Superiore di Sanità e che ha regalato un’impennata di morti per tumore negli abitanti dell’area, e non solo. Morti su cui non si è mai avuta alcuna indagine istituzionale. Uno degli slogan della grande manifestazione del 14 maggio era: nessun rischio evitabile è accettabile. A maggior ragione se esistono delle alternative praticabili.

Il 14 maggio un corteo di quasi 20.000 persone ha invaso Firenze affinché anche a Firenze si cambi direzione, verso la modernità. Ignorare questa volontà di partecipazione, ignorare la richiesta forte di voler decidere del proprio territorio e della tutela della propria salute è una grande responsabilità politica. Le amministrazioni devono scegliere se vogliono lavorare contro la cittadinanza, aprendo una stagione di conflittualità sociale, o se vogliono lavorare insieme alla cittadinanza, fermando il progetto e aprendo un vero confronto partecipato sulle alternative alla costruzione dell’impianto.
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