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mercoledì 22 giugno 2016

Dall’Unità d’Italia ai re delle favelas le mani dei palazzinari sulla Capitale

«Dal cardinale de Merode a oggi Roma ha dovuto fare i conti con il potere immobiliare. Neanche l’amministrazione M5S farà eccezione». La Repubblica, 22 giugno 2016 (m.p.r.)


Bufalotta, Tor Pagnotta, Malafede, Casal Boccone, Castellaccio, Murate, un arcano spregiativo segna nei nomi i confini dell’impero palazzinaro della capitale, che dalle rare e dolci denominazioni come Romanina e Madonnetta non può avere riscatto. L’impero ormai è lì nella ripugnanza di favelas postmoderniste, nell’incolpevole degrado sottoproletario. «Roma è l’unica città mediorientale senza un quartiere europeo», diceva Francesco Saverio Nitti già ai primi del Novecento. E adesso? E gli imperatori del cemento (absit iniuria verbis) che si sono perpetrati per più di mezzo secolo di generazione in generazione? Chissà se davvero basterà una giovane signora di 37 anni, determinata ma alquanto innocente, a scalfire il fortilizio invitto della speculazione, che è la cifra quasi bicentenaria della capitale fin dai tempi del cardinal Francesco Saverio De Merode, il quale lanciò negli affari immobiliari i gesuiti, poi gli agostiniani, i certosini e via via gli altri ordini proprietari terrieri, fino a gettare le basi di una città undici volte più estesa di Parigi.

Occorre distinguere bene tra imperatori e re delle favelas (ex?), da domani alle prese con la risoluta Virginia Raggi. C’è chi nella notte di lunedì scorso piangeva sui suoi bilanci, rimpiangendo Rutelli, Veltroni, Alemanno e persino Marino, oltre agli omini in Campidoglio in vendita per un pezzo di pane, e teme di dover cambiare mestiere. E chi, con aplomb principesco, si è già preparato alla fatalità Cinque Stelle.

Lacrima, per dire, Luca Parnasi. Carico di invenduto, Parnasi, erede di Sandro, ha puntato tutto sulla costruzione dello stadio della Roma con Pizzarotti. Ma lo stadio M5S si farà mai ? Erasmo Cinque, ex costruttore di riferimento di Alemanno, è impaniato, insieme all’ex ministro Altero Matteoli nel processo del Mose. Gli altri non gongolano. Lamaro e Toti sono in guerra con Franco Caltagirone e per di più considerati vicini al centrosinistra (quale?). Un giorno i fratelli Toti vendono un terreno a Caltagirone alla Bufalotta e poi si mettono a trafficare per farsi autorizzare una variante per trasformare in residenziali altre aree, vicine a quelle già vendute al re delle favelas, che non perdona. Più o meno in una zona che Veltroni volle dedicata, alla cultura.

Traversi una favela e ti ritrovi un po’ stordito in via Riccardo Bacchelli, in via Ezra Pound o in via Cesare Zavattini, che, poveretto, viveva in un eremo verde ai Castelli romani. Qualcuno, in un’ultima resipiscenza, scelse per la sede del III Municipio Via Olindo Guerrini, poeta scapigliato che verseggiava: ”Quando schizzan le sorche innamorate/ Dalle tue fogne o Roma”. Da fare affari ce ne era per tutti: i Toti, i Todini, i Pulcini, i Parnasi, gli Scarpellini, i Bonifaci. E adesso con l’audace Raggi, algida e intrattabile? S’interroga ancora incredulo chi sperava in pezzetti o pezzoni della Metro C, nelle opere delle Olimpiadi del 2024, se mai Giovanni Malagò e Luca Montezemolo riusciranno ad aggiudicarsele, la Fiera di Roma, le voragini stradali, i restauri.

Ma c’è uno che figurarsi se fa piagnisteo. Lui a Roma (e in Italia) è abituato a dare ordini di qualunque parte siano i sindaci. E nessuno ha il coraggio di snobbarlo di fronte alla potenza di fuoco di carta di cui dispone: a Roma Il Messaggero, il giornale cittadino che con il gratuito Leggo finisce in ogni bar e che è assai ben disposto a seguire gli affari dell’editore. Poi, tanto per gradire, Il Mattino a Napoli e Il Gazzettino a Venezia. Ma non solo è per questo che Franco Caltagirone ha il diritto di scrollarsi il titolo di imperatore delle favelas. Ormai è un finanziere di prima fila. Collezionista di sculture, quadri, monete antiche ma soprattutto moderne, “liquido” per molti miliardi è capo di una dinastia di origine siciliana, di cui fanno parte il fratello Leonardo, che ha costruito il Parco Leonardo, vicino all’autostrada per Fiumicino e Edoardo. Altro ramo i Caltagirone Bellavista, che avevano in tasca Andreotti e l’intera Democrazia cristiana.

Il capostipite Franco non può più neanche dirsi immobiliarista, visto che, oltre che di Acea, è azionista di Generali, Mediobanca, Unicredit, una delle “banche di sistema” del mondo. Oggi è abituato a dire la sua non solo sulla presidenza della Rai o sulle più importanti nomine pubbliche, ma è nel cuore del cuore del capitalismo italiano. Fu anche lui a silurare il Ceo delle Generali Mario Greco e, in questi giorni, sta creando un po’ di rogne al presidente della banca Giuseppe Vita, il quale parla un giorno sì e un giorno no con Angela Merkel, chiedendo che il nuovo capo di Unicredit sia un italiano e non uno straniero fra quelli che compaiono nella lista di Egon Zehnder.

Ecco la vera partita del nuovo sindaco di Roma, il potere vero con il quale dovrà confrontarsi. Resisterà dura e pura? O il governo è un’altra cosa, come ha dimostrato il sindaco Pizzarotti a Parma?
Paolo Berdini, probabile assessore, ha già detto che «le Olimpiadi non sono un male a prescindere». E davvero vogliamo fare tram come nell’Ottocento?

Che la partita abbia inizio, perché «Roma deve apparire meravigliosa a tutte le genti del mondo: vasta, ordinata, potente, come ai tempi del primo impero di Augusto» (Benito Mussolini).
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