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venerdì 17 giugno 2016

Dalle urne la società che vogliamo

«Qualche sera fa in una trasmissione televisiva è stato intervistato un uomo che vive in quei luoghi [Rosarno]. Gli veniva chiesto che cosa pensasse della sua situazione. Con tono pacato e in un impeccabile italiano ha detto soltanto: "Ho perduto la speranza". No, questa non può essere la società nella quale accettiamo di vivere». La Repubblica, 17 giugno 2016


LA società esiste”. Queste tre semplici parole colgono le forti dinamiche sociali rivelate dal recentissimo voto amministrativo, e così rovesciano la fin troppo nota affermazione di Margaret Thatcher — «la società non esiste, esistono solo gli individui» — che tanto ha pesato in questi anni, influenzando pure la recente politica italiana. L’esigenza di guardare alla società è sottolineata da tutti quelli che hanno dato la giusta rilevanza al modo in cui si è distribuito il voto tra i quartieri centrali delle città e i quartieri periferici. Ma il voto ha pure messo in evidenza l’irrilevanza sociale di movimenti e gruppi assai influenti invece nella dimensione politico-parlamentare. E sono emerse le condizioni materiali del vivere, che rinviano all’impossibilità di separarsi dai diritti sociali.

Come queste diverse dimensioni possano comporsi e intrecciarsi non è questione facile, che tuttavia non può essere affrontata con le categorie abituali. Se si considera proprio il rapporto centro/ periferie, non ci si può semplicisticamente rifugiare nello schema borghesia/classe operaia, la cui inadeguatezza è rivelata, ad esempio, dalle analisi sui votanti per il Movimento 5Stelle — prevalentemente giovani, con notevole scolarizzazione, professionalmente caratterizzati. Si potrebbe essere tentati di concludere che siamo di fronte ad una nuova incarnazione di quello che Paul Ginsborg, considerando l’opposizione al berlusconismo nel primo decennio di questo secolo, definì “ceto medio riflessivo”. Ma rispetto a quelle esperienze, peraltro difficilmente riconducibili tutte al medesimo denominatore, finora sembrano mancare la consapevolezza di agire come unico gruppo sociale, l’esercizio comune e organizzato di virtù civiche pubblicamente contrapposte al malgoverno.

Oggi l’elemento unificante è rappresentato dal riconoscersi in un soggetto politico già esistente, appunto il Movimento 5Stelle. Su questo dato di realtà bisogna ragionare, liberandosi di un altro schema, l’antipolitica, divenuto ormai una semplificazione che esenta dall’obbligo di misurarsi con una realtà in movimento. È di un’altra politica che si va alla ricerca, seguendo motivazioni diversificate, a partire da un bisogno di rappresentanza, non più soddisfatto dai partiti esistenti, di cui si coglie piuttosto l’ormai consolidata deriva oligarchica, divenuta così forte e sfrontata da respingere sullo sfondo il fatto che questo sia un modo d’essere che riguarda lo stesso Movimento 5Stelle.

Sono i paradossi di una situazione che ha visto proprio il disconnettersi tra politica e società, con una ossessiva ricerca del bene assoluto della decisione che travolge ogni altra esigenza e porta verso una concentrazione oligarchica del potere. Così stando le cose, ogni rifiuto dell’oligarchia diviene un segno importante per la permanenza della logica democratica. Si è giustamente detto che la democrazia rischia di ridursi da “due a uno”, identificata con chi detiene il potere di governo in un momento determinato, sì che l’alternativa viene poi presentata come impossibile o addirittura come pericolosa. Il voto del 5 giugno deve essere considerato anche da questo punto di vista, dunque come una indicazione per un recupero della pienezza della democrazia.

L’esistenza della società si fa ancora più evidente se il voto delle periferie, ma non di queste soltanto, viene considerato anche come l’espressione di un disagio sociale sempre più diffuso, che ha la sua origine in un impoverimento non soltanto economico, ma derivante da una riduzione dei diritti. Commentando proprio i risultati elettorali, Piero Ignazi ha giustamente richiamato l’attenzione su una strategia che restringe l’attenzione per i diritti a quelli “libertari” e ignora quelli sociali. Strategia non nuova, nella quale si coglie una illusione “compensativa” di cui le vicende storiche hanno mostrato l’infondatezza e che contrasta con l’ormai riconosciuta indivisibilità dei diritti. Quando ci si domanda se sia ricominciata una stagione dei diritti, com’è avvenuto dopo l’approvazione della legge sulle unioni civili, non si possono dare risposte che prescindano da uno sguardo d’insieme, dunque da una considerazione primaria anche dai diritti sociali.

Lavoro, salute, istruzione, abitazione e trasporti ci portano nel cuore della vita quotidiana, dove il rapporto tra i cittadini e le istituzioni viene percepito nella sua materialità. Qui il ritorno ad una contrapposizione tra società e individui può produrre politiche che portano ad una distribuzione delle risorse non solo a pioggia (o, come ora si dice, lanciate da un elicottero), ma che poi si traduce nell’abbandono di razionali strategie politiche e si affida ad un individualistico “fai-da-te” affidato a bonus, contributi, benefici occasionali. Ma così non si recupera la fiducia dei cittadini, ma si istituzionalizza una loro condizione di dipendenza, con inevitabili conflitti tra gruppi per la spartizione di risorse scarse, In questo senso il voto dei cittadini continuerà ad interrogarci, perché ciò di cui parliamo si chiama eguaglianza, dignità, solidarietà. L’Europa distoglie il suo sguardo, e Andrea Bonanni ha ben raccontato le ragioni di una rinuncia a politiche costituzionali dei diritti nella quale il populismo ha trovato e continua a trovare il suo alimento. 

Ma proprio la riflessione critica imposta dai risultati elettorali offre all’Italia una opportunità per guardare finalmente alla società per quella che è, riconoscendo che viene continuamente messo in discussione “il diritto all’esistenza”, che trova un suo esplicito riconoscimento nell’articolo 36 della Costituzione, dove il diritto alla retribuzione è direttamente collegato all’”esistenza libera e dignitosa” del lavoratore e della sua famiglia. Proprio partendo da questa premessa, da tempo si discute dell’introduzione di un reddito garantito, definito da molti appunto come reddito “di dignità”. Una misura, questa, che in Italia ancora non esiste e che, lo ha sottolineato Chiara Saraceno, “potrebbe essere uno degli strumenti per non essere ricattati”, dunque per attribuire alle persone una garanzia indispensabile per il rispetto dei loro diritti fondamentali. Questo tipo di reddito può assumere forme diverse, ben analizzate in un libro dedicato a Il reddito di base da Elena Granaglia e Magda Bolzoni, e rappresenterebbe un essenziale elemento per la ricostruzione delle basi materiali della dignità. Se si vuole continuare a pronunciare quella parola senza farla divenire complice di un permanente imbroglio retorico, bisogna ricostruire le condizioni della sua effettiva rilevanza, della sua materialità, del suo essere componente essenziale di quello che deve essere definito il “costituzionalismo dei bisogni”.

Ma non posiamo fermarci qui. La società italiana, ce lo ricordano periodicamente le vicende delle campagne di Rosarno, conosce ormai una vera e propria schiavitù. Nessun dato elettorale ci parla di queste persone. Ma questo ci autorizza ad ignorarle, a concludere d’avere la coscienza tranquilla perché è stata approvata una legge sul caporalato? Gli schiavi ci sono, mangiamo i pomodori che raccolgono, ma sembra che vi sia ormai un tacito consenso sul fatto che in Italia possano vivere persone per le quali la disattenzione istituzionale e civile esclude la dignità. Abbiamo alzato la voce contro la diffusione del Mein Kampf di Hitler, dunque di un testo che ha posto le premesse perché agli ebrei fosse negata la dignità e quindi la vita. Di fronte agli schiavi, privati di dignità e diritti, rimaniamo silenziosi. E non possiamo dire di non sapere.