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lunedì 13 giugno 2016

Padiglione Italia alla Biennale, oltre l’architettura c’è di più

«Andrea Mariotto, coordinatore del Comitato di indirizzo al progetto curatoriale del Padiglione Italia, invita a leggere la mostra secondo la chiave politica del “prendersi cura”, ridiscutendo il sistema di attori, attese e funzioni che ruotano intorno ai progetti». Ilgiornaledellarchitettura.com, 13 giugno 2016  con postilla (p.s)


Del Padiglione Italia si è già detto, scritto e visto quasi tutto. La gran parte dei report testuali e video-fotografici hanno puntato l’attenzione su un’architettura che entra in gioco in processi più o meno spontanei di costruzione o di appropriazione e si prende cura di spazi urbani o periurbani, conferendo loro maggiore qualità estetica e funzionale, e quindi anche maggiore riconoscibilità e legittimità per le attività che vi si svolgono. In questa sorta di riscoperta della funzione sociale dell’architettura vengono richiamati soprattutto gli aspetti del riuso/riciclo, della sostenibilità energetica, del low cost, di un approccio minimale, nonché il carattere partecipato che contraddistingue molti dei percorsi progettuali selezionati. Curiosamente, molte meno attenzioni sono state poste sul motivo per cui le architetture presenti nel Padiglione dovrebbero essere guardate come beni comuni, invece che come normali, ancorché particolarmente ‘curati’, interventi di trasformazione.

La cosa risalta perché il carattere politico e non squisitamente tecnico del taking care è uno tra i messaggi centrali che questo progetto curatoriale ci lascia ed è ribadito in più occasioni. Il fatto che non sia stato colto appieno è forse dovuto al fatto che a visitare il Padiglione e a scriverne è un pubblico “di settore”, abituato ad apprezzare più la modalità di costruzione, sia anche intesa per il percorso collettivo a sostegno della realizzazione di un manufatto, che non il sistema di produzione di beni e servizi cui il manufatto stesso rinvia. E così si rileva l’efficienza, il fare tanto con meno, piuttosto che l’efficacia nel trattare una data questione e nel costituire una risposta a dei bisogni. Come se a determinare la rappresentatività di queste opere nel panorama nazionale contemporaneo fosse solo il senso etico sotteso alla scelta di forme, materiali, maestranze e partenariati, e non c’entrasse ad esempio il rapporto che esse instaurano con una collettività, i modi in cui sono percepite e vissute, e le trasformazioni che inducono a livello organizzativo, sociale e politico.

Per apprezzare appieno il valore innovativo di questa proposta si dovrebbe infatti considerare come non sia scontato che, a differenza di quanto siamo abituati a vedere in una mostra di architettura, molti di questi oggetti, e in particolare i cinque dispositivi della sezione “agire”, non siano pubblici né privati, ma nascano piuttostoda un intreccio complesso di saperi e pratiche, intuizioni, occasioni e iniziative che si combinano con risorse di vario tipo e con domande non ancora del tutto espresse. Non c’è (o è molto sfumato) un committente, né c’è una figura tradizionale di esecutore, spesso sostituita da un’aggregazione di soggetti, nata attorno al progetto stesso, cresciuta con la sua realizzazione e probabilmente capace, nelle fasi successive, di mutare le proprie attività e di affinare le proprie capacità.

Oltre che per natura giuridica e titolo di godimento, i manufatti qui proposti sono degli ibridi anche dal punto di vista delle funzioni. Prendendo il caso dei cinque dispositivi, ma lo stesso si potrebbe dire anche per la gran parte dei venti progetti selezionati, il circolo virtuoso creato tra progettisti, associazioni e contesti periferici, non produce un vero e proprio ambulatorio, una biblioteca, un ufficio-sportello, una palestra o un tradizionale laboratorio d’analisi ambientale, quanto piuttosto un mix variabile tra queste e molte altre funzioni. Quando questi dispositivi troveranno collocazione, scopriremo cosa effettivamente siano e, probabilmente, li potremo definire soltanto con nuove denominazioni, perché non risponderanno alle attuali categorie, sia per le forme esteriori sia per le forme di gestione e d’uso. Per ora, si può affermare che, da un lato, si sopperisce con essi a un’offerta pubblica di servizi sempre più vincolata dall’incomunicabilità tra livelli e tra settori amministrativi, ciascuno col proprio (risicatissimo) budget, e nel dare così qualche chance in più al trattamento di nuovi bisogni, marginalità e fasce di disagio; mentre, dall’altro lato, sembrano in grado di fornire un contributo, si spera determinante, a un cambiamento culturale centrato sulla responsabilità individuale nella realizzazione di luoghi vitali e accoglienti.

Coerentemente, anche il crowdfunding attraverso cui si finanzierà la realizzazione dei cinque dispositivi, si presenta come l’unica forma possibile per sperimentare velocemente le nuove tipologie di servizi di cui sopra; capire come si sostengono economicamente e di quali figure professionali necessitano, quali valori verranno messi in gioco, come funziona nel nostro contesto, e nel medio-lungo periodo, una proprietà multipla, condivisa, replicabile e, soprattutto, “praticata” di un bene. Si configura quindi uno spostamento netto non solo rispetto alla produzione di servizi da parte dello Stato ma anche nel ruolo del mercato, posto che a produrre questi dispositivi contribuiranno migliaia di soggetti, con finalità e interessi anche molto distanti tra loro, e tuttavia comunemente intenzionati a vedere concretizzata questa operazione, innescata, strano a dirsi, da una mostra d’architettura.


postilla 


La libera stampa di regime si è dichiarata unanimemente entusiasta del padiglione italiano. Schierate a falange le truppe di Dario (Franceschini) hanno cercato di convincerci che, in Italia, architettura significa prendersi cura del bene comune. A questi commenti “indipendenti” si aggiunge, ora, l’invito da parte di uno dei consulenti che ha contribuito all’ ideazione del padiglione a considerare un «aspetto politico e non squisitamente tecnico che forse è sfuggito ai visitatori», cioè il fatto che i casi esposti alla mostra non sono «né pubblici né privati». Il che vale anche per le cinque unità mobili che dovrebbero «sopperire a un’offerta di servizi pubblici sempre più risicata per mancanza di finanziamenti». Mandare in giro un pulmino col medico dai piedi scalzi o con una biblioteca ambulante è sicuramente un mezzo per mitigare il disastro prodotto dai tagli ai servizi pubblici. E’ pur sempre un regresso, però, che coincide con il considerare inevitabile il ritorno alle condizioni di disperazione descritte nei romanzi di Steinbeck, alle quali invece che con un
new deal il padiglione italiano risponde con il crowfunding. Tradotto in italiano si dice colletta e significa che i cittadini che pagano le tasse e che vedono quelle tasse dilapidate dai comitati d’affari che si sono spartiti il paese, devono ulteriormente tassarsi per garantirsi un minimo di servizi. Purtroppo è quello che accade ogni giorno e sembra l’unica possibilità rimasta ai cittadini che vogliono prendersi così cura del bene comune, con o senza gli architetti della Biennale (p.s).