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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

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giovedì 26 maggio 2016

Un paese dai piedi d’argilla

«Se vogliamo dare un senso a quella ferita nel cuore di Firenze dobbiamo riacquistare una dedizione quotidiana alla salute delle nostre città ». La Repubblica, 26 maggio 2016 (c.m.c.)


Firenze è un corpo fragile. Nel gennaio del 2012 venne giù un enorme blocco dalla storica Colonna della Dovizia, nella centralissima piazza della Repubblica: solo per miracolo non fu una strage.
La patina dorata della città-vetrina coprì presto quelle macerie: e tutto fu dimenticato. Oggi lo spettacolare sfaldamento di un Lungarno, a un passo da Ponte Vecchio e di fronte agli Uffizi, innesca un ben più potente campanello d’allarme: basterà?

La prima cura di cui le città storiche hanno bisogno è assicurare che al loro corpo fragile non manchi il sangue vivo: che sono i cittadini, i residenti stabili. Firenze, da questo cruciale punto di vista, è in caduta libera: mentre gli abitanti scendono vertiginosamente (dal record di 500mila siamo ora a 370mila), la monocultura del turismo scommette di portare la quota annuale dei visitatori fino al tetto fatidico dei venti milioni. In questo quadro di declino civile e urbano, anche scelte come la pedonalizzazione di piazza del Duomo si sono rivelate dei fatali boomerang: perché, in assenza di una pianificazione adeguata del trasporto pubblico, hanno di fatto desertificato un’altra porzione cruciale della Firenze monumentale.

Qualche settimana fa, su un Lungarno non lontano dal crollo, è comparsa una grande scritta: «No gentrification». Fa una certa impressione che una difficile parola della sociologia urbana (che indica appunto la disneyficazione delle città, con relativa espulsione dei residenti) diventi una bandiera della comunicazione dal basso. È la città dei fiorentini a parlare: quella che teme di finire come Venezia, che è ormai una meravigliosa quinta disabitata.

Come nella Venezia del Mose, anche a Firenze ci si illude di supplire alla mancanza di manutenzione ordinaria attraverso le Grandi Opere: aggiungendo così danno a danno, pericolo a pericolo. Torna in questi giorni attuale la dissennata idea di scavare l’ennesimo, inutile parcheggio sotterraneo in piazza Brunelleschi: cioè a due passi dalla fragile Cupola del Duomo. Ma c’è di peggio: incombe il progetto di sventrare il centro storico per interrare la rete della tranvia, e non si è ancora abbandonato il dispendiosissimo, antiquato e potenzialmente fatale sottoattraversamento Tav della città ottocentesca e delle sue falde acquifere.

Non basta: è prossimo l’ampliamento di un aeroporto che rimarrà comunque da operetta (l’unica scelta sensata era raddoppiare quello di Pisa, e creare una navetta veloce come in una qualunque metropoli occidentale), ma sconvolgerà l’equilibrio idrogeologico della piana fiorentina. Le immagini del Lungarno Torrigiani sventrato sono un monito contro tutto ciò: nessuno potrà più dire che non sapeva quanto il corpo di Firenze sia fragile, delicato, esposto.

Più in generale, invece di continuare a massacrare il tessuto dei nostri centri storici, dobbiamo ricominciare a prendercene cura. Amiamo le nostre città perché la loro bellezza è stata plasmata da una lunga storia: ma quella stessa storia ha prodotto cicatrici, debolezze, pericoli che non possiamo ignorare.

È difficile tenerlo a mente in un’epoca che rimuove i segni del passaggio del tempo dai corpi vivi delle donne e degli uomini, e anche dai corpi (non meno vivi) delle opere d’arte più celebri, condannate ad un continuo, terribile lifting che ambisce a cancellare la storia e troppo spesso ci restituisce una bellezza astratta, disumana, inutile. È difficile perfino saperlo, in un Paese dove invece di muoverci noi alla scoperta delle nostre mille città storiche, preferiamo “movimentare” ogni anno 25.000 tra reperti archeologici e opere antiche e moderne per alimentare un’insensata industria delle mostre. È difficile riconoscerlo di fronte a una politica che rottama le soprintendenze, sradica i grandi musei dal territorio e usa i centri storici come location.

Siamo pronti a usare il Colosseo come un palasport, a far suonare Elton John nel teatro di Pompei, a coprire l’Arena di Verona come un auditorium: consumare, valorizzare, sfruttare sembrano le uniche parole d’ordine. Ci sentiamo gli utilizzatori finali di un patrimonio millenario. Sia chiaro: le città sono fatte per essere vissute, e non dobbiamo scegliere tra passato e futuro. Il punto, però, è costruire un futuro sostenibile, riprendendo ad investire sulla manutenzione ordinaria e sul governo del territorio.

Già nel 1955 Leo Longanesi scriveva che «alla manutenzione l’Italia preferisce l’inaugurazione», e uno storico dell’arte come Giovanni Urbani - il quale concepiva invece il restauro come una conservazione generale dell’ecosistema di ambiente e arte, fondata su una manutenzione programmata - dovette dimettersi dalla direzione dell’Istituto Centrale del Restauro per la completa sordità della politica. Gli amministratori sanno che la gestione ordinaria non dà visibilità, gloria mediatica, ritorno di consenso: e dunque spingono sul pedale degli eventi, delle grandi opere o dei restauri ad effetto.

Dobbiamo guarire da questa cecità. Se vogliamo dare un senso a quella ferita nel cuore di Firenze dobbiamo riacquistare una dedizione quotidiana alla salute delle nostre città: in fondo è proprio così che è nata, lentamente, la loro bellezza. Una bellezza di cui siamo custodi, non padroni.
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