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lunedì 30 maggio 2016

Sinistra perbene alla deriva

Definire "sinistra perbene" quelli che si presentano oggi come gli eredi della sinistra del XX secolo sottolinea una verità spesso trascurata: prima dei fatti vengono le idee, e la prima idea che uno ha è come vede (e veste) se stesso. Il manifesto, 29 maggio 2016


L’implosione della sinistra perbene emerge inconfutabile da recenti accadimenti in paesi dell’Unione Europea a guida socialista. Implosione in senso lato: in Austria, per la crisi politica innescata dall’«emergenza» immigrazione; altrove – da noi e in Francia – per le scelte conseguenti alla mutazione genetica che l’ha trasformatai in una forza organica di restaurazione.

La reazione austriaca all’ondata migratoria replica in forme estreme un fenomeno classico. Le tensioni e i conflitti provocati dalla mancata integrazione si concentrano nelle periferie e in quelli che sino a poco tempo prima erano i quartieri rossi delle grandi città, col risultato di trasformarli nelle roccaforti della destra ultranazionalista. Per mesi a Vienna le squadre neonaziste si sono sentite spalleggiate e hanno moltiplicano le aggressioni. D’altra parte il governo ha rincorso la deriva xenofoba, come si è visto al Brennero e col varo di una legge più restrittiva sul diritto d’asilo. Com’è finita, per il momento, lo sappiamo. Al ballottaggio l’erede di Jörg Haider ha perso, per il rotto della cuffia. Ma il vero fallimento è quello del Partito socialdemocratico che, dopo una decina di anni di governo, lascia un paese spaccato, più che mai restio a fare i conti con il proprio passato nero, e una destra razzista votata da un elettore su due.

In Francia Hollande e il suo governo si giocano l’osso del collo pur di imporre una «riforma» del Codice del lavoro tutta giocata contro i diritti dei lavoratori. Per offrire alle imprese lo scalpo del contratto nazionale e la piena libertà sui licenziamenti hanno evitato il voto dell’Assemblea nazionale e scatenato una reazione sindacale che sta paralizzando il paese. Ora vacillano ma non demordono, nonostante il grosso della popolazione stia con chi sciopera.

Come se la ragion d’essere del socialismo europeo risiedesse precisamente nella precarizzazione radicale del lavoro salariato e nella distruzione delle sue tutele.

In Italia, dopo due anni di escalation reazionaria contro il lavoro e i diritti sociali nel segno delle privatizzazioni e degli interessi delle lobbies finanziarie e imprenditoriali; dopo una legge elettorale anticostituzionale come e più della precedente perché negatrice del principio di uguaglianza e del diritto alla rappresentanza politica – ora il governo a guida «democratica» investe tutto su una «riforma» costituzionale incentrata sulla pienezza dei poteri in capo al premier.

Cioè sulla logica contro la quale fu disegnata la Costituzione antifascista. Anche qui è un governo di centrosinistra a dirigere la normalizzazione, guidato per di più dal segretario di una forza nata dalle ceneri del più grande partito comunista d’Occidente.

Ovunque in Europa dagli anni 90 la «sinistra clintoniana» è la testa d’ariete dello scardinamento delle conquiste democratiche in ambito economico e sul terreno (strettamente intrecciato) della partecipazione e dei diritti di cittadinanza. Ovunque i partiti «socialisti», ispiratori di Maastricht e Lisbona, hanno promosso «riforme» antisociali che difficilmente sarebbero riuscite a esecutivi di destra, necessariamente più cauti nel timore di avvantaggiare la controparte politica. Ovunque hanno cavalcato la deriva postdemocratica, avallato la prepotenza delle oligarchie, legittimato la sovranità del profitto. Oggi non è difficile un bilancio a freddo di un quarto di secolo di storia politica del continente che tenga conto, in primo luogo, della controrivoluzione culturale che ha segnato l’intero processo.

Non si è trattato di un fatto episodico né di una trasformazione epidermica. La sinistra operaia a fine Ottocento nacque dalla consapevolezza del rapporto problematico tra capitalismo e democrazia, dall’esperienza del conflitto ineliminabile tra diritti e profitti. La «sinistra» che si afferma in Europa dopo la caduta del Muro di Berlino si fonda su una opposta ideologia, che offre anche il vantaggio di nobilitare l’affarismo. Muove dall’assunto che non vi è democrazia senza capitalismo. Considera i cardini del capitalismo (il mercato e la concorrenza) addirittura capisaldi costitutivi della democrazia, quindi le privatizzazioni passaggi progressivi. Di qui una nuova qualità delle divisioni a sinistra, che non vertono più su divergenze tattiche (come un tempo tra riformisti e massimalisti), ma su questioni di ordine strategico.

In una stagione triste, avara di speranze, la crisi storica del socialismo europeo è la metafora più limpida di una politica ormai priva di ideali. Da questo punto di vista l’odierna bonaccia italiana è la fotografia di una devastazione perfetta. O, se si preferisce, di un suicidio riuscito. Nel giro di vent’anni la sinistra è stata estirpata dal corpo del paese.



Trasformata in una forza restauratrice (il sedicente «riformismo») o confinata ai margini della scena, grazie all’insipienza dei suoi dirigenti. Ora, col referendum di ottobre, siamo forse a un passaggio-chiave. Può darsi che Renzi perda, che ci si liberi finalmente di lui e della sua gente, il che sarebbe una liberazione, chiunque gli succeda. Ma anche in questa eventualità ci si ritroverebbe ai piedi di una montagna da scalare.