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lunedì 30 maggio 2016

Se l’architettura ritorna sulla scena del crimine

«Che ruolo ha nelle zone di guerra una disciplina nata per costruire? Come si possono individuare ingiustizie e violazioni dei diritti studiando gli edifici? La riflessione di un esperto israeliano». La Repubblica, 30 maggio 2016 (c.m.c.)



Forensic Architecture è il nome di un’agenzia di ricerche che ho inaugurato nel 2010 con un gruppo di colleghi architetti, registi, giornalisti investigativi, scienziati e avvocati. Portiamo avanti indagini indipendenti facendoci largo tra i segreti e le ammissioni negate della violenza di Stato nel contesto di un conflitto armato. Agiamo su commissione dei pubblici ministeri internazionali e lavoriamo con gruppi per i diritti umani in diversi posti del mondo: sulla guerra segreta dei droni in Pakistan, Afghanistan, Yemen, Somalia, Siria e Gaza; sulle tracce del genocidio nella ex Jugoslavia e in Guatemala; seguiamo le barche disperse nel Mar Mediterraneo e produciamo prove in relazione alla distruzione ambientale in Brasile e in Indonesia.

Come architetto israeliano, tuttavia, il mio lavoro nel campo dell’architettura forense si è sviluppato nel lungo periodo di attivismo in Palestina. Molti dicono che la Palestina sia un laboratorio dei meccanismi di controllo e che gli israeliani esportino queste tecniche in tutto il mondo. Ma è stato anche un laboratorio di resistenza e di attivismo. Inoltre, il conflitto palestinese ha sempre avuto una specificità architettonica che coinvolge sia la costruzione che la distruzione. Essa si articola, da una parte, nella progettazione di insediamenti ebraici che lacerano, avvolgono e isolano le comunità palestinesi privandole degli spazi aperti, dei paesaggi e delle risorse idriche.

Gli architetti e i progettisti sono sempre stati coinvolti in questa violenza, in questa violazione dei diritti umani e del diritto internazionale. È sul tavolo da disegno che i loro crimini sono stati commessi con i semplici gesti dell’architettura: tracciando delle linee sulla carta. La violenza concepita nel disegno è stata poi trasferita sul terreno.

E, dall’altra parte, la violenza militare israeliana oggi ha luogo quasi esclusivamente nelle aree urbane, e dunque comporta la distruzione di case, di quartieri e di infrastrutture. Quando una città — Gaza, Rafah o Ramallah in Palestina, ma anche Miranshah in Pakistan o Aleppo in Siria — diventa bersaglio della violenza militare, i civili muoiono negli edifici. La maggior parte delle vittime delle guerre di oggi muore nella propria casa. Questi edifici non sono solo il luogo della violenza, ma il mezzo con cui la violenza colpisce: le persone muoiono colpite dai frammenti delle loro case.

Quando la polvere si posa, queste rovine diventano indizi e prove, il mezzo più importante per ricostruire ciò che è avvenuto e per articolare rivendicazioni politiche e legali contro l’aggressore. Mentre la violenza architettonica insita nella pianificazione e nella costruzione degli insediamenti è lenta, l’analisi architettonica può anche essere utilizzata con ritmi più veloci e in scala più piccola.

L’architettura è fondamentale per capire le varie forme in cui esplode la violenza urbana: invasioni, incursioni notturne, sparatorie e uccisioni di manifestanti disarmati, omicidi mirati, attentati e bombardamenti contro quartieri abitati da civili. L’architettura è anche un buon mezzo per rispondere a un cambiamento nel modo in cui i conflitti diventano visibili.

Negli ambienti urbani di oggi compaiono moltissime telecamere, soprattutto di privati cittadini, che registrano ogni evento da diverse prospettive. In effetti, le prove più rilevanti oggi sono prodotte dai civili, soprattutto sotto forma di immagini e video. Prendere questo tipo di immagini nel contesto del conflitto palestinese è pericoloso. I giornalisti palestinesi e i cittadini giornalisti che scattano fotografie di soldati israeliani vengono regolarmente arrestati, picchiati, minacciati e subiscono la confisca delle loro attrezzature.

L’architettura può offrire un metodo per comporre e assemblare i diversi elementi multimediali che si raccolgono. Ci riferiamo alla ricostruzione di un rapporto dinamico spazio-tempo tra queste immagini come al complesso dell’immagine architettonica. La maggior parte dei video che vengono trasmessi o diventano virali su internet contengono, in un singolo fotogramma, tanto l’immagine dell’aggressore che quella della vittima.

Ma per ogni immagine che include chi colpisce e chi viene colpito, chi spara e chi viene ferito, ce ne sono molte altre dove compare solo uno o l’altro, o abbiamo solo l’audio, o quello che è accaduto prima e dopo il fatto. La loro relazione con altre immagini e l’avvenimento principale non è evidente. È più difficile vedere e capire i fatti che scivolano tra le immagini, e queste immagini, che contengono informazioni parziali, sono spesso scartate come inutili.

A volte possiamo trovare, sincronizzare e riassemblare delle immagini per ricostruire visivamente e vir- tualmente degli eventi nello spazio. Vedere in questo contesto richiede una costruzione e una composizione — come l’architettura. Fare delle indagini su specifici avvenimenti in una storia di colonizzazione, di dominio, di separazione e di violenza lunga decenni e tuttora in atto — come il conflitto palestinese — può sembrare inutile: ogni giorno porta nuove esplosioni di violenza e crea nuovi cumuli di macerie. Inoltre, raramente c’è un meccanismo efficace a cui rivolgersi per avere giustizia e definire le responsabilità. Indagare su degli episodi richiede di poter lavorare con calma e in modo sistematico, con tempi lenti che consentano di esaminare i minimi dettagli.

Come pratica politica, l’architettura forense sembra offrire l’ottimismo di un anatomo-patologo. Potrebbe sembrare un motivo di disperazione, questa grande impasse politica in cui ci troviamo, o perfino un’allegoria dello stato della sinistra oggi. Ma una patologia degli eventi non vuole solo documentare il modo preciso e la misura delle atrocità. Essa vuole anche mettere in evidenza i tentativi politici e sociali di negarle. E la negazione non è semplicemente un rifiuto di fare i conti con i crimini del passato. La negazione è anche la condizione per poter continuare a usare la violenza in futuro. Se uno non ha fatto nulla di male, può tranquillamente continuare a farlo.

Le persone che rischiano la propria vita per prendere delle immagini e pubblicarle fuori dallo spazio in cui sono represse e incarcerate — come se fossero dei messaggi in una bottiglia, senza sapere se, da chi e quando i loro messaggi saranno visti — meritano in modo particolare la nostra massima attenzione. Dobbiamo leggere questi messaggi il più attentamente possibile, benché il loro contenuto sia difficile da guardare, anzi, proprio per questo, e quando ricostruiamo certi avvenimenti dobbiamo anche ricostruire il mondo a cui appartengono.