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venerdì 13 maggio 2016

Profughi, il posto a Tempelhof è solo su prenotazione

«Reportage dall’ex aeroporto, il più grande centro di accoglienza della capitale tedesca. È gestito da un'azienda privata. Quattro hangar dismessi “arredati” dall’esercito con letti a castello e pareti mobili. All’entrata i check-point filtrano gli ingressi». Il manifesto, 13 maggio 2016 (p.d.)


All’epoca del Terzo Reich era l’avveniristico aeroporto della Germania nazista. Ai tempi della guerra fredda il “pilone” del ponte aereo americano che piegò l’assedio dei russi a Berlino. Nell’era di Angela Merkel, l’ex aeroporto di Tempelhof è il più grande centro-profughi della capitale.

Un edificio (a forma di mezzaluna) comunque contemporaneo e di rappresentanza: della «politica di benvenuto» del governo; della gestione sussidiaria del flusso dei migranti, esattamente come in Italia; dei limiti strutturali nell’accoglienza senza l’integrazione.

Quattro hangar dismessi “arredati” con letti a castello e pareti mobili dall’esercito tedesco. Da ottobre sono affidati a Tamaja, un’azienda privata. Gestisce la vita quotidiana di 1.461 rifugiati siriani, iracheni, afghani e bosniaci con il futuro organizzato quanto incerto. Loro sono più che disponibili (ma fuori dal “recinto”) a raccontare il passato.

«La via dei Balcani? È chiusa ma se si hanno le conoscenze giuste si passa dappertutto. Basta pagare. Finora ho speso quasi 7.000 euro per attraversare i confini» racconta Hekmat, 25 anni, libanese. «La mafia turca controlla e gestisce tutto. La polizia di Erdogan si gira dall’altra parte. Sono complici: in queste condizioni denunciare è impossibile oltre che pericoloso». Poi mostra le carte con i timbri del Landesamt für Gesundheit und Soziales (Lageso), l’ufficio sociale dello Stato di Berlino che si occupa dell’emergenza profughi. Sono quattro fogli zeppi di numeri e tabelle: certificano il canone di affitto “calmierato” (393 euro a persona al mese) e la garanzia di pagamento del Land. Ma non è sufficiente. «Quando rispondiamo agli annunci immobiliari, chiedono subito la nazionalità. E appena scoprono che non siamo tedeschi, la conversazione finisce. “Ci dispiace: preferiamo affittare ai locali” è la risposta ormai scontata».

Così la possibilità di alloggio al di fuori degli hangar di Tempelhof resta davvero sulla carta. Proprio come il lavoro, bandito per i primi sei mesi di permanenza a Berlino: un miraggio anche dopo. «Bisogna saper parlare almeno un po’ tedesco. Per questo frequentiamo il corso d’integrazione» riassume allargando le braccia un egiziano 40enne che ne dimostra dieci in più. Ha superato mezza dozzina di frontiere per raggiungere prima la Grecia e quindi la Germania, risalendo a tappe l’Italia, eppure fatica a oltrepassare i confini dell’inflessibile burocrazia della Bundesrepublik. «Non capisco qual è il problema: invece di darci 100 euro al mese per piccole spese personali potrebbero permetterci di lavorare. Sarebbe meglio per tutti» ragiona a voce alta. Mentre corre il paragone con i greci «più poveri dei tedeschi, ma meno complicati e sempre pronti a dare una mano».

Non è passato per il “muro” di Idomeni sul confine macedone né ha assistito alle “esercitazioni” dell’esercito di Tsipras nel cielo del campo-profughi. Per lui esiste solo Patrasso, «dove ci sono le navi che portano in Puglia». Da lì ha raggiunto Amburgo in quattro giorni, alla ricerca dell’unico contatto tedesco per finire a Tempelhof insieme a siriani, iracheni, afghani.

«Ci hanno messo tutti insieme. Uomini da una parte, donne e bambini dall’altra. Dormiamo in “stanze” di circa 15 metri quadrati: 12 persone a modulo. Le donne single stanno insieme alle famiglie» aggiunge un altro rifugiato che si definisce semplicemente “arabo”. Il suo viaggio è durato 14 giorni: dal Nord Africa alla Turchia, dalla Grecia all’Ungheria, dall’Austria alla Germania.

«Al confine con la Baviera sono salito a bordo dei bus che ci ha mandato… Angela Merkel». Non è esattamente così, ma il nome della cancelliera è davvero l’unica parola in grado di strappare un mezzo sorriso. «È una grande donna» scandice Hekmat che battezza Mutti «il capo dell’Europa».

Tuttavia la politica delle porte aperte a Tempelhof vale solo previa prenotazione. «Scaricando i moduli di Tamaja da Internet» fanno sapere ai check-point che filtrano gli ingressi agli hangar. Non sono ammesse visite a sorpresa né lo scatto di fotografie alla porta d’entrata. «Motivi di sicurezza» taglia corto la security in formato bodyguard. Controlla il via-vai degli ospiti che devono esibire l’unico documento riconosciuto, una tessera magnetica con foto fornita a ogni profugo.

E i custodi dell’aeroporto non perdono di vista un attimo anche chi prova ad aggirare la “dogana” passando per le due piste in disuso, confondendosi tra skater, pattinatori, ciclisti e runner. La privacy degli ospiti è garantita pure all’esterno: davanti ai vecchi gate dell’aeroporto un muro di transenne fa il paio con la rete di recinzione distante 200 metri dall’edificio.

Così per sapere cosa succede a Tempelhof non resta che affidarsi (e fidarsi) della legenda fornita da Tamaja. L’hangar n.1 ospita il «centro medico» gestito dal personale dell’ospedale Vivantes. Nei giorni dispari è attiva la clinica pediatrica, mentre il servizio di ginecologia viene assicurato dai dottori del San Giuseppe. Le emergenze sono gestite dal servizio «H24» affidato ai volontari del Johanniter: un dottore, un mediatore e due paramedici sono il “pronto soccorso”.

Scuola, istruzione, educazione dei bambini competono a Tamaja, alla filiale tedesca di Save the Children e al circolo giovanile Cabuwazi con sede a Kreuzberg. Poi ci sono gli assistenti sociali (uno per hangar) e il «servizio di orientamento» burocratico (dalle informazioni sul permesso di soggiorno temporaneo all’assistenza nella procedura di richiesta dell’asilo). Le associazioni Daf e Startcon curano i corsi di lingua con la supervisione dei docenti della Volkshochschule (la scuola di lingua statale) e di German Now, mentre a coordinare le attività didattiche ci pensano i consulenti dell’associazione Trialog.

A Tempelhof c’è anche l’ufficio-reclami: aperto dalle 19 alle 21, ufficialmente per vagliare i «suggerimenti» anonimi degli ospiti da imbucare negli appositi box di colore verde. Si aggiunge il supporto della galassia di associazioni e volontari con sede nel quartiere: da Tempelhof Hilft a Thf Welcome, fino alle parrocchie e alle moschee. Mediatori fondamentali, quasi quanto i traduttori.

«All’inizio la security non parlava una parola di arabo, poi hanno assunto personale bilingue. Da allora va un po’ meglio: almeno adesso capiamo cosa dicono» spiega un rifugiato siriano. Poco distante sette afghani si riposano sul ciglio dell’aiuola davanti all’hangar 3. Parlano persiano eccetto l’unico pashtun del gruppo che comunque si adatta alla conversazione in farsi.

Tuttavia è in perfetto inglese (con accento britannico) che uno traduce l’Odissea che li ha portati a Berlino: «Siamo scappati da Kabul. In Afghanistan la guerra continua come prima, anche se ora dicono che è tutto sotto controllo. L’unica differenza è che il presidente Karzaj, più corrotto dei talebani, è amico di Usa e Europa. Siamo venuti in Germania perché è l’unico Paese che non ci ha chiuso le porte». I persiani apprezzano l’ospitalità tedesca, ma sono consapevoli che il futuro è più che incerto.

«Siamo qui già da sei mesi: per ora non ci sono possibilità di lavoro. L’unica novità è stata il trasferimento di hangar: quello dove dormivamo prima era da ristrutturare».

Intanto fuori da Tempelhof spuntano i primi bambini che tornano da scuola accompagnati dai genitori. Una mamma con l’hijab spinge il passeggino lungo il marciapiede che costeggia la strada principale. Un bimbo sorveglia il fratellino che gattona tra cemento e erba. Altri ospiti si mettono in coda davanti all’ascensore esterno che conduce alla stazione della metropolitana di Platz der Luftbrücke dove ha sede, tra l’altro, la centrale di Polizia del Land di Berlino.

Per ora, si godono l’unica libertà conquistata. Quella di movimento.