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giovedì 5 maggio 2016

Luoghi urbani in comune

«Esperienze di auto-determinazione di comunità locali. Poco importa se queste esperienze hanno differenze e grandi fragilità, una cosa è certa: ovunque gruppi di cittadini hanno smesso di delegare e dimostrano che è possibile creare luoghi sociali». Comune-info, 3 maggio 2016 (p.d.)

In molte città europee, come conseguenza delle varie ondate di crisi politiche ed economiche del passato decennio, il settore pubblico ha gradualmente ridotto l’erogazione di alcuni servizi. In alcune città, organizzazioni e gruppi di attivisti si sono impegnati a fornire quei servizi che non erano più offerti dalla pubblica amministrazione. Parallelamente, molti architetti, urbanisti e attivisti sociali hanno riconosciuto che i modelli di finanziamento e di organizzazione tradizionali non erano in grado di supportare iniziative di piccola scala e progetti urbani con un impatto sulle comunità locali, e hanno cominciato ad elaborare alternative per aiutare i cittadini ad accedere a questi servizi.

Il crescente bisogno di infrastrutture e servizi alternativi che fossero autosufficienti e comunitari, ha avuto un impatto significativo sulle nostre città. Gli attori di queste iniziative sono emersi come protagonisti (mediatori, organizzatori ed esperti tecnici) di un nuovo movimento che si focalizza sul coinvolgimento sociale e su interventi di piccola scala, mettendo a sistema le risorse locali con i bisogni delle comunità. Se da una parte la precarietà organizzativa ed economica di molte di queste iniziative ha portato alla conclusione di queste esperienze, dall’altra in alcuni casi ha comportato lo sviluppo di nuove sperimentazioni volte al consolidamento dei servizi di welfare alternativo erogati.Iniziative di questo tipo si sono sviluppate in varie città europee, con sfumature diverse a seconda del contesto specifico, e variano dalla gestione di spazi verdi a spazi culturali, da mense sociali a servizi di assistenza medica o educazione auto-organizzata.

Questo articolo racconta le iniziative sviluppate ad Atene, Berlino, Liverpool e Rotterdam, mostrando come questo sia un trend crescente in Europa e mettendo in luce diversi aspetti del rapporto che si costruisce tra le comunità e gli altri attori locali.

Atene: la rete di servizi civici
Se nei Paesi del Nord-Est Europa riscontriamo uno spirito di imprenditoria sociale economicamente più solida, nel Sud Europa prevalgono le iniziative promosse da movimenti e gruppi di azione civica. Queste ultime non sempre hanno sviluppato modelli economici sostenibili, forse anche a causa di una differente cultura locale e storia imprenditoriale. Nel caso di Atene, nel settembre 2015 siamo andati a conoscere molte di queste iniziative civiche che hanno sviluppato servizi come giardini condivisi, mense sociali, servizi di assistenza sanitaria, educazione, sport e cultura. Nel quartiere di Metaxiria abbiamo incontrato la mensa socia leed il dopo-scuola auto-organizzati da Kostantinos e la sua associazione. Entrando nello spazio ci hanno spiegato di aver affittato un grande appartamento per metterlo a disposizione del quartiere, ospitando i ragazzi dopo le ore scolastiche nonché fornendo quotidianamente pasti caldi agli abitanti della zona ma anche ai rifiugiati che erano accampati nelle piazze di Atene. La bellezza della filantropia di Kostantinos e dei suoi colleghi ci hanno commossi, ma come garantire una sostenibilità di queste iniziative nel tempo? Pochi giorni dopo abbiamo conosciuto Boroume (Possiamo), un’associazione che funge da piattaforma logistica per la raccolta degli scarti alimentari da ristoranti e supermercati e la redistribuzione verso le innumerevoli mense sociali, sia comunali che auto-organizzate, come quella di Kostantinos. I fondatori dell’organizzazione ci spiegano come Boroume sia un servizio pubblico, svolto senza sovvenzioni pubbliche, che collabora con l’amministrazione i per ottimizzare la distribuzione degli alimenti. Gli stipendi delle otto persone dell’organizzazione sono pagati grazie a donazioni e finanziamenti di fondazioni. Discutendo del loro modello organizzativo ed economico ci spiegano come sia complessa in Grecia la crescita delle imprese sociali perché, a causa di una lunga storia di corruzione e oscuri finanziamenti a Ong vicine al potere, la credibilità degli operatori economici sia fortemente debilitata agli occhi del pubblico.

Berlino: proprietà collettiva come spazio libero
“ExRotaprint è un progetto di sviluppo urbano che affronta il mercato immobiliare e l’economia, le tendenze di separazione ed esclusione sociale, le strategie di politica urbana […] è un esempio di come sviluppare nuovi progetti nello spazio urbano. Qui esiste un orizzonte di possibilità, senza scopo di lucro, basato non su ideologie ma su accordi e consensi. […] The gGmbH non-profit ExRotaprint scardina i meccanismi della spirale speculativa del mercato immobiliare e si appropria dell’edificio tramite un diritto di superficie ereditario. È responsabile per tutti gli aspetti di sviluppo, finanziamento, affitto degli spazi e restauro dell’edificio. I partner di ExRotaprint non traggono profitto dalle attività dell’edificio e non possono creare un incremento del valore dell’immobile tramite la vendita della loro quota. Pertanto allo spazio è garantita una stabilità durevole che può essere creata dagli utenti dello spazio seguendo le loro esigenze.”
Citazione da intervista con Daniela Brahm, ExRotaprint

Il complesso industriale ExRotaprint, è situato in una vecchia fabbrica di macchine da stampa a Nord di Berlino, nel quartiere di Wedding, ed è stato venduto dal Comune di Berlino a un gruppo di abitanti nel 2009, con l’aiuto di due fondazioni interessate a investimenti sostenibili e a progetti comunitari socialmente responsabili, con l’obiettivo di togliere dal mercato speculativo le proprietà immobiliari. Il complesso conta 10.000 metri quadrati e oggi, una voltaesclusa la possibilità di venderlo a costruttori, ospita varie attività sociali, culturali e produttive grazie ad una gestione cooperativa, che crea abbastanza profitto da garantire il restauro dell’edificio.

Nel 2009 un gruppo di artisti e di residenti decise di sviluppare un nuovo progetto per l’edificio ExRotaprint che era stato messo in vendita dal Comune di Berlino al miglior offerente. Dal momento che, sempre nel 2009, l’edificio era diventato patrimonio storico, non poteva essere abbattuto ma le sue funzioni future erano ignote. I residenti non furono inizialmente presi sul serio dal Comune, motivo per cui si consociarono in un’associazione di inquilini che avrebbe condiviso le stesse prospettive, portando avanti varie discussioni sul concetto di profitto e su come l’investimento di capitale avrebbe influito sul potere decisionale.

“Nessuno aveva soldi ma l’idea di generare denaro, la fantasia del profitto fu una vera bomba. Èstata la parte più difficile del progetto, l’idea del profitto ha quasi distrutto il gruppo ancora prima che si formasse”.
Citazione da intervista con Daniela Brahm, ExRotaprint

La proprietà dell’immobile segue un modello piuttosto interessante: gli abitanti hanno comprato l’edificio per il quale pagano l’affitto, fra i 3 ed i 4,5 euro al mq, uno dei canoni più bassi a Berlino. Con questi fondi si ripaga il mutuo acceso con la Fondazione Trias in Germania e la Edith Marion a Basilea, in Svizzera. Nonostante il diritto di superficie ereditario, la proprietà del terreno è stata data per 99 anni alle Fondazioni mentre la ExRotaPrint gGmbH, l’azienda non-profit che gestisce il progetto, possiede l’edificio. Questo modello toglie l’immobile dal mercato e previene meccanismi di speculazione immobiliare. La gestione dell’edificio è portata avanti dalla ExRotaPrint gGmbH, dove dodici partner che rappresentano gli inquilini si incontrano mensilmente per prendere decisioni sullaregolare amministrazione dell’edificio, mentre quattro si incontrano ogni settimana. Inoltre le decisioni sono prese in accordo con l’Associazione di Inquilini. Tutti gli interventi di ristrutturazione dell’edificio sono pagati con un mutuo di 2,3 milioni di euro stipulato con Coopera Sammelstiftung Puch, un Fondo Pensionistico Svizzero, che ha una rata fissa del 4 per cento. Lo spazio è organizzato con una divisione equa delle attività a fini sociali, culturali e produttivi. Il progetto ha un bilancio annuo pari a zero, perché i profitti, che provengono dagli affitti degli spazi e dal bed&breakfast, vengono reinvestiti per pagare il mutuo di Coopera Sammelstiftung Puch, per le ristrutturazioni, e quelli con le Fondazioni Trias ed Edith Marion, per l’affitto del terreno.

Sebbene il progetto abbia un importante impatto sociale, fornendo spazi a prezzi accessibili per attività di piccola imprenditoria, spazi culturali e sociali come corsi di lingua tedesca per migranti o scuole serali, esso è gestito completamente da privati, senza alcun tipo di cooperazione con l’amministrazione pubblica. Questo è anche il caso di Holzmarkt, una cooperativa che si è prefissata l’obiettivo di rigenerare l’ultimo spazio libero lungo il fiume Spree in modo da sviluppare un progetto sociale e inclusivo, o dello Spreefeld, un progetto di co-housing con 6.000 mq di residenze e 1.500 mq di servizi in parte accessibili anche al quartiere. Anche nel caso del Markthalle Neun, un mercato messo in vendita dal Comune di Berlino che a seguito di varie proteste cittadine acconsentì a dare l’edificio all’offerta migliore in termini di programma e offerta al quartiere con un prezzo fisso. Nel 2012 l’edificio è stato venduto ad un gruppo di giovani imprenditori e oggi ospita al suo interno un mercato di prodotti locali, oltre a un supermercato discount, caffetterie, ristoranti, fiere di vendita diretta dei produttori, un programma educativo, un parco giochi per bambini e uno spazio per piccoli spettacoli. Attualmente conta quaranta attività commerciali e dà lavoro a circa cento persone.

Liverpool: nuovi modelli di gestione e accesso alla proprietà collettiva
A seguito della Housing Market Renewal Initiative (iniziativa di Rigenerazione del Mercato Immobiliare) portata avanti dal governo britannico in molti quartieri popolari del Regno Unito, molte case furono evacuate in attesa di demolizione e ricostruzione. A causa della crisi economica del 2008, i lavori non sono iniziati e perciò rimangono ancora oggi intere strade con case abbandonate. Questo è il contesto del quartiere di Anfield di Liverpool, accanto al noto stadio, dove la comunità locale ha preso in gestione una panetteria, Homebaked (“cucinato a casa”) per sviluppare con la cittadinanza un centro di incontro e di dialogo per il futuro del quartiere. Dopo più di due anni di partecipazione, nel 2012 Homebaked è diventata una Community Land Trust con l’obiettivo di ristrutturare il complesso edilizio dove si trova la panetteria, creando spazi per imprese e abitazioni a prezzi accessibili. Un’esperienza simile è stata portata avanti dal progetti Granby Four Streets dove non lontano da Homebaked un’altra comunità locale ha preso in gestione un isolato del quartiere per creare abitazioni e spazi per imprese a prezzi calmierati, sempre tramite lo strumento del Community Land Trust. Queste ultime sono organizzazioni gestite dalle comunità locali che possono portare avanti una serie di attività, da abitazioni accessibili a giardini condivisi, dove la comunità gestisce il terreno garantendone l’accesso individuale nell’interesse della comunità. La proprietà del terreno e degli edifici è della comunità e non può essere oggetto di compra-vendite nel mercato immobiliare. Le forme di utilizzo, compresa la concessione in uso a famiglie, associazioni e imprese, sono decise dall’organizzazione, nell’interesse della comunità.

Olanda: imprenditorialità civica come strumento di inclusione
L’Olanda, grazie alla propria tradizione commerciale e alla propria cultura del compromesso, seguendo il “modello Polder”, ha sviluppato recentemente dei progetti dove la società civile ha mostrato spirito imprenditoriale e ha sviluppato collaborazioni sia con il settore privato che con quello pubblico.

Questo è per esempio il caso di Zoho a Rotterdam, dove lo studio di pianificazione Stipo, assieme alla Associazione Edilizia Havensteder, ha sviluppato un progetto di rigenerazione di un’area degradata accanto alla stazione di Rotterdam.Attraverso le negoziazioni con i proprietari e sono state create le condizioni per attrarre rappresentanti del settore creativo, imprenditori locali e cittadini. In questo modo è stato possibile rigenerare il quartiere in termini sociali, economici e culturali.

Una vicenda simile è stata portata avanti ad Amsterdam nel progetto De Ceuvel, dove è stato sviluppato unospazio per industrie creative e imprese sociali vicino al Canale Hasselt a Nord di Amsterdam. Il terreno è stato concesso con un permesso di dieci anni dal Comune ad un gruppo di sperimentatori che avevano vinto il concorso per la rigenerazione dell’area. Il sito era stato precedentemente utilizzato per usi industriali ed è oggi un esempio di sviluppo urbano sostenibile in Europa. Infatti, il terreno fortemente inquinato ospita oggi case-barca dislocate in una foresta di piante di bambù che purificano il suolo. Le barche sono state riutilizzate come abitazioni, uffici e laboratori e presto ospiteranno anche una sala da thè ed un bed&breakfast.Un’altra esprienza di auto-determinazione di una comunità è stata esplorata ad una scala di quartiere nel caso della Cooperativa Afrikaanderweik nel quartiere multi-etnico nell’omonimo quartiere nel sud di Rotterdam. La cooperativa è un’organizzazione che assolve la funzione di ombrello per collegare gli spazi di lavoro con negozianti, artigiani, associazioni e operatori del mercato di zona. Gli attori della zona hanno così potuto sviluppare una serie di servizi locali come una cooperativa energetica che crea un grande risparmio per le aziende locali come anche piccole imprese sociali di pulizia, catering o consegne a domicilio che operano nel quartiere includendo la popolazione locale.

Quale morale in queste storie?
Le storie che abbiamo raccontato brevemente sono soltanto un piccolo campione di un caleidoscopio di iniziative che si stanno moltiplicando, nelle città metropolitane di tutte le nazioni europee. La recente crisi economica è stata un’occasione di risveglio per molte comunità. Nonostante il grande entusiasmo verso queste nuove pratiche di sviluppo urbano partecipativo e di piccola scala, questo nuovo approccio non è privo di problemi . Se da una parte le comunità locali hanno cominciato ad avere un ruolo sempre più importante nello sviluppo locale dei quartieri, creando importanti infrastrutture come spazi pubblici, mense sociali o spazi culturali, dall’altro la maggior parte di loro sono tuttora molto fragili e precarie.

Superare questa condizione di fragilità, senza dipendere da sovvenzioni pubbliche: è questa la sfida principale da affrontare per chi crede nelle potenzialità delle iniziative promosse da gruppi e associazioni di cittadini. Gli esempi del nord Europa ci confermano che la sfida si può vincere, anche lasciando all’amministrazione il solo compito di creare le condizioni minime perché le attività si svolgano in modo regolare. Se poi qualche amministratore virtuoso volesse favorire queste iniziative e integrarle all’interno dei processi inclusivi di trasformazione della città, basta che si preoccupi anche del valore d’uso che può derivare dal riutilizzo di edifici e aree dismesse, e non soltanto del loro valore di mercato.


Funding the Cooperative City – Finanziare la Città Cooperativa, è un progetto di Eutropian Planning&Research che mira ad esplorare, promuovere e assistere esperimenti di sviluppo urbano comunitario nelle città europee. Si terrà a Roma un workshop il 5-7 Maggio e a Rotterdam il 28 Maggio, dove saranno invitate le iniziative selezionate dalla open call e faranno inoltre parte della pubblicazione “Funding the Cooperative City”.
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