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sabato 28 maggio 2016

L’ostilità dello spazio

«Ancora una panoramica sulla Mostra dell'Architettura di Venezia Un’indagine, quasi da imprenditore, sullo stato delle città». Ma è proprio vero che gli architetti abbiano difficoltà a rispondere, in modo adeguato, alle contraddizioni dell’economia globale di mercato» ? Il manifesto, 28 maggio 2016 con postilla (p.s.)


La Mostra di Architettura di Venezia ha ospitato negli ultimi dieci anni critici come Dejan Sudic, storici, Kurt W.Foster, professori della London School of Economics, Richard Burdett e, naturalmente, architetti, Kazuyo Sejima, David Chipperfield, Rem Koolhaas, ma è la prima volta che in Laguna fa la sua comparsa un architetto-imprenditore: il cileno Alejandro Aravena.

Nulla di cui stupirsi perché l’istituzione veneziana predilige chi può garantire al meglio il successo mediatico della manifestazione e il cileno, vincitore quest’anno del Pritzker Prize, dopo sette anni nella giuria del famoso riconoscimento, è stato ritenuto il più adatto ad assolvere questo compito.

La fama non l’ha conquistata per l’Innovation Center Uc Anacleto Angelini a Santiago o il Centro Culturale di Constitución (entrambi del 2014) e neppure per i dormitori per l’Università di St. Edward a Austin, in Texas (2008), opere che sono un combinato di geometria e tettonica com’è la tendenza in molta architettura contemporanea. La notorietà gli è stata procurata dal suo progetto Elemental, una soluzione che è apparsa a molti originale perché idonea a garantire un alloggio sociale in mancanza di risorse economiche.

Il progetto consiste nell’applicazione in ciò che Aravena definisce la «logica riduttiva» (lógica reduccionista). Con lo slogan «mezza casa buona non è uguale a una casa piccola» egli propone, con la sua impresa Elemental S.A. – della quale è direttore esecutivo mentre azionisti sono con lui la società petrolifera Copec e l’Università Cattolica – la costruzione, per nucleo familiare, di soli quaranta mq. degli ottanta necessari, lasciando i restanti all’autocostruzione.

Verso l’housing

È in questo modo che in varie località del Cile sono stati realizzati migliaia di alloggi. Si presentano aggregati in stecche di tre livelli con una porzione disegnata e una da completare, che sarà costruita successivamente dai proprietari, diversa da quella dell’architetto per materiali e colori. Il risultato sono monotoni parallelepipedi che fanno rimpiangere le tipologie in linea multipiano del modernismo.

Ha scritto sul sito madrileno Arkrit (www. dpa-etsam.aq.upm.es/gi/arkrit/), Fabián Barros (La desigualdad es elemental) che l’espediente è paragonabile a «un medico che decide di dare la metà di un trattamento vitale contro una malattia; l’altra metà dipenderà dallo sforzo dei più poveri».

Per Aravena è così che l’housing riesce a trasformarsi in «investimento e non solo in una mera spesa sociale» come recita un capitolo del suo manuale (Hatje Cantz, 2012) al quale rimandiamo per comprendere, in tutti i suoi dettagli, in cosa consiste l’architettura che lo ha reso famoso: dal primo insediamento Quinta Monroy a Iquique ai masterplan per Constitución o Calama. Torniamo, però, alla mostra veneziana e all’Arsenale, il suo centro, perché proprio descrivendola attraverso i partecipanti invitati dall’architetto cileno si può comprendere meglio il significato del titolo, Reporting from the front.

Il «fronte» è quello della città, che produce disuguaglianze, del paesaggio naturale che continua essere a rischio, delle aree rurali che si impoveriscono lì dove non trovano investimenti sufficienti a svilupparle.

La più politica delle arti

Aravena usa la metafora dell’archeologa fotografata da Chatwin su una scala per guardare dall’alto le linee Nazca sul suolo per dimostrare che la soluzione ai gravi problemi che l’umanità ancora sopporta non è questione di scarsità di mezzi ma di «inventiva», non di squilibrata distribuzione della ricchezza ma di creativà.

L’altra componente che insieme all’invenzione serve a legittimare la sua architettura (ma anche quella di altri) è la «pertinenza», ossia la critica all’«abbondanza»: l’archeologa avrebbe potuto utilizzare altri mezzi, ma (non si comprende il perché) «avrebbe distrutto l’oggetto del suo studio». Tuttavia, per assecondare la tesi che l’architettura è «la più politica delle arti» (Baratta) – dalla quale si evince che chi se ne occupa sia il più politico dei professionisti – e che necessita occuparsene a dovere, ecco le nuove narrazioni proposte da Aravena.

La rassegna miscela con sapienza e astuzia progetti di architettura vernacolare (Anna Heringer in Balgladesh) con esemplari case study (la ricerca di Rahul Mehrotra a Kumbh Mela sull’insediamento «effimero» per sette milioni di abitanti), stravaganti progetti per la metropoli (Spbr Arquitetos a San Paolo con la loro megastruttura per il parco Ibirapuera) con edifici di un ingenuo formalismo (Bernaskoni a Mosca), buona pratiche rientranti nell’ordine della sostenibilità ambientale (Al Borde in Ecuador o Amateur Architecture a Fuyang) con altre invasive e incongrue (51N4E in Albania). Il risultato è uno spaccato che chiarisce in modo netto lo stato di difficoltà che l’architettura vive nel rispondere in modo adeguato e coerente alle contraddizioni dell’economia globale di mercato.

Poche le esperienze capaci di incidere nella scala planetaria della povertà o nelle contraddizioni della città capitalista. Meritevoli di riflessione ci sono quelle esposte nei diversi progetti nei padiglioni stranieri e per una volta il Padiglione Italia con il progetto Taking Care di TAMassociati che sarà nostro impegno seguire nei suoi sviluppi futuri.

Tam associati Urbanizzazione diffusa

Molte sono le presenze di giovani architetti con opere interessanti in aree povere del mondo, come il tedesco Manuel Herz con il suo insediamento temporaneo per profughi fatto di tende e fango nel Sahara Occidentale, i paraguaiani del Gabinete de Arquitectura, artefici nell’uso di tecniche e materiali low-tech, come i loro colleghi iraniani di VAVStudio o i cileni Elton Léniz con le loro aule all’aperto sulle Ande.

Si collocano accanto a loro architetti più famosi e conosciuti come Francis Kéré già impegnato in Burkina Faso con programmi di scuole e adesso con la prestigiosa sede del Parlamento, i giapponesi Sanaa (Sejima e Nishizawa) e Atelier Bow-Wow dalla raffinata ricerca minimalista sull’abitare, il ticinese Snozzi con la sua straordinara prova, seppur datata, di Monte Carasso.
Non ci è possibile soffermarci oltre sui partecipanti alla mostra.

Interessa qui solo rilevare che, insieme a processi democratici in atto in molti paesi – dove l’architettura è strumento di critica e di socializzazione e dove si stanno costruendo luoghi e spazi migliori per le persone – al tempo stesso mai come oggi sono frustrate le possibilità di cambiamento con l’aumento del disagio e della sofferenza per milioni di loro. Sappiamo che per l’architettura non ci sono modelli urbani ai quali ispirarsi, ma dovunque è possibile individuare una urbanizzazione diffusa, banale, segregante.

Tra queste contraddizioni, gli architetti dovranno ancora per lungo tempo muoversi. L’augurio è che sappiano dare risposte concrete agli esclusi e combattere l’autoritarismo urbano, già così pericolosamente presente.

postilla

Nell’articolo si parla dello «stato di difficoltà che l’architettura vive nel rispondere in modo adeguato e coerente alle contraddizioni dell’economia globale di mercato». In realtà l’architettura come professione e la maggior parte degli architetti (almeno quelli non disoccupati) sono perfettamente adatti e coerenti alle leggi del mercato e si adeguano rapidamente alle sue parole d’ordine, come dimostrano la maggior parte degli invitati di Aravena. Oggi il motto è convincere gli elettori ed i consumatori che i problemi del mondo possono essere affrontati con soluzioni tecniche e/o di design, in modo che nello stesso giorno in cui si ha notizia nuovi naufragi e morti in mare, Renzi possa inaugurare quella che il giornale locale intitola “la Biennale dell’accoglienza” (p.s.)
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