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lunedì 23 maggio 2016

Lo strano Paese che è tornato al ’46

È un po' malvolentieri che pubblichiamo questo articolo, dato il rispetto che abbiamo per l'autore.  Ma ci sembra utile farlo, aggiungendo, in calce la nostra opinione. Riassumibile in una frase: non è giusto essere equanimi tra il lupo e l'agnello. La Repubblica, 23 maggio 2016, con postilla

Si è colti da un forte senso di straniamento di fronte ad alcuni toni e accenti, sia pur marginali, del dibattito di questi giorni. Marginali, certo, ma da rimuovere al più presto dal percorso che attende il Paese sino al referendum sulle riforme costituzionali. Com’è possibile contendere su come voteranno, o come voterebbero, il prossimo ottobre coloro che hanno combattuto il fascismo e il nazismo più di settant’anni fa, in una Resistenza ampiamente plurale? È possibile dimenticare che proprio questa pluralità fu la forza di quel momento straordinario della nostra storia? Parteciparono anche i monarchici a quella stagione, e vi contribuirono in più forme anche molti che non voteranno poi per la Repubblica il 2 giugno del 1946: eppure l’Anpi, la principale Associazione nata da quella esperienza e impegnata a rinnovarne il messaggio, ha fatto una scelta netta e vincolante per il No nel referendum di ottobre.

Un referendum che riguarda — occorre ricordarlo — quella parte della Costituzione che attiene al funzionamento dello Stato, non ai principi fondativi. Forse la discussione doveva rimanere all’interno di quella Associazione ma non c’è da stupirsi troppo se sono fioccate le risposte polemiche di chi in quella riforma crede, come molti senatori del Pd. E certo il ministro Boschi poteva evitare di interpretare la volontà di “molti partigiani, quelli veri, quelli che hanno combattuto la Resistenza, non le generazioni successive”: non ne avvertivamo davvero il bisogno.

Sul versante opposto Giorgia Meloni  candidata a sindaco di Roma per il centrodestra (per l’ala di destra del centrodestra, a voler essere precisi) - si impegna a dedicare una strada della Capitale a Giorgio Almirante in caso di vittoria: e costringe la comunità ebraica a ricordare il ruolo che egli svolse nel giornale-guida del razzismo italiano, “La difesa della razza”. Della esternazione elettorale di Giorgia Meloni non sarà lieto neppure Matteo Salvini, probabilmente: e figuriamoci il vecchio Bossi, che quando litigava con Berlusconi gli rimproverava lo “sdoganamento” degli eredi del fascismo (cosa pensi su questo Alfio Marchini non si sa, è impegnato ad evocare il Mussolini urbanista e alla titolazione delle strade non è ancora arrivato). Se questo è il clima possiamo attenderci di tutto: magari qualcuno domani trarrà dagli archivi degli anni settanta le denunce contro il “fucilatore Almirante”, con annessi bandi della Repubblica di Salò. Siamo un Paese davvero strano: troppo spesso immemore della propria storia e troppo spesso pronto a utilizzarla come una clava (e quasi sempre fuori luogo).

Per favore, ritorniamo all’impegno centrale che abbiamo di fronte: decidere se settant’anni dopo vogliamo o no riscrivere la seconda parte della Costituzione guardando al futuro. Riflettendo sulla crisi della nostra democrazia e al tempo stesso sui rischi possibili quando si mette mano a modifiche pur invocate da decenni. Quando si affrontano questioni segnalate già nel dibattito alla Costituente, non occorre neppur ricordare il Berlinguer del 1981 (ma magari neanche dimenticarlo, se appena è possibile). I nodi veri sono legati al difficile e incerto operare di meccanismi istituzionali inediti, o al nesso fra la riforma costituzionale e la legge elettorale (nodi meglio comprensibili, com’è ovvio, se si evitano le grida sulla Costituzione stracciata). Non pochi interventi di qualità stanno realmente andando in questa direzione, pur sostenendo tesi differenti: talora accentuando la contrapposizione e talora invece lavorando per renderla meno aspra, come osservava ieri su queste pagine Andrea Manzella. È l’unica strada possibile, e anche queste polemiche fuori stagione ci aiutano a ricordarlo. Ci segnalano l’urgenza di recuperare uno sguardo sul futuro e un senso comune di appartenenza. Uno “spirito costituente”, in altri termini: oggi il compito può apparire quasi impossibile, come ci ha ricordato Michele Serra con la sua amara (e purtroppo fondata) ironia, ma va perseguito con ogni forza.

postilla

Gettare secchi d’acqua su un incendio è certamente cosa buona e giusta, equa e salutare. Ma non ha altrettanti pregi mettere sullo stesso piano chi ha appiccato l’incendio e chi ne è vittima. Le critiche alla riforma costituzionale promossa da Matteo Renzi furono, dall’inizio e fino a oggi, tutt’altro che incendiarie: erano e sono puntuali analisi del merito. Ed essendo analisi serie, non osservano solo l’oggetto in sé (l’articolato della legge di modifica della Costituzione) ma il quadro complessivo nel quale esso si pone: sul piano dei contenuti (per esempio il rapporto con l'Italicum) e su quello delle procedure (per esempio il rapporto tra governo e parlamento, - e quel parlamento). Non è certo da Zagrebelsky o Azzariti, da Carlassara o Villone, da Rodotà o Pace, da Tocci o Ferrara, da Bonsanti o Urbinati che sono partiti gli schiaffi e gli insulti - e le plateali menzogne, come quella che sarebbe per merito di Matteo Renzi, e non per obbligo costituzionale, che si va al referendum. Quindi, per favore, non ci si sforzi di essere equanimi ad ogni costo, sfidando la verità e la giustizia - come ci sembra abbia fatto questa volta uno storico che fino a oggi abbiamo stimato molto.
Naturalmente non ci riferiamo alle critiche che vengono dalla destra. Ma ci vuole un bel coraggio a mettere il nome di Meloni apparentato a quelli che abbiamo allineato qui sopra, come fa Crainz. Così come ci sembra del tutto incomprensibile (se non segno di accecata faziosità) mettere a confronto la forte tensione unitaria che l'Anpi richiama come matrice della nostra vigente Costituzione, con le lacerazioni profonde - e il totalitarismo - che hanno contrassegnato tutta la vicenda della riforma renziana.
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