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lunedì 9 maggio 2016

L’Isis è un’opportunità di lavoro (in Tunisia)

«Sono circa 6mila i tunisini passati a Daesh arruolati soprattutto nelle periferie della capitale “Non è solo una questione di povertà, ma di frustrazione”». Il Fatto Quotidiano, 9 maggio 2016 (p.d.)


Un tempo volevano andare tutti in Italia. Ora il sogno, qui, è Raqqa. Cinque anni, e in Siria, 500mila morti dopo, la Tunisia è il solo paese della primavera araba in cui la rivoluzione non è deragliata. Gli islamisti di Ennahda sono al governo insieme ai laici di Nidaa Tounes, e nonostante un vicino difficile come la Libia, nonostante l’attentato al museo del Bardo e poi quello di Sousse, un anno fa, con cui i jihadisti hanno colpito il turismo, la prima fonte di reddito del paese, crollato dell’85 percento, ogni angolo qui ha ancora intatto tutto il suo fascino. La Tunisia ti ricorda molto l’Europa, è vivace, libera: è tutta un caffè all'aperto, i tavolini affollati fino a tardi. Ed è vero. Ma perché sono tutti disoccupati, qui.

Bilal ha 31 anni e una laurea in ingegneria, ma fa la guida ai turisti. E ha deciso di unirsi ai 6mila tunisini che si sono arruolati nell’ISIS. “Perché in apparenza io e te siamo simili, la vita, qui, è una vita normale. Ma osservami bene: non ho che una copia cinese di quello che hai tu. I jeans, il giubbotto di pelle... Tutto finto. Non è pelle, è plastica. Sembriamo simili, ma io torno a casa stasera, a un’ora da qui, in un posto che non è la Tunisia che conosci tu, la Tunisia è una fogna in cui non ho l’elettricità, non ho l’acqua calda, ho solo un materasso, per terra e delle coperte, e perché neppure ho un lavoro: è finto anche questo: e non solo perché sono un ingegnere, ma perché con quello che guadagno mi pago a stento i mezzi per venire qui. Torno a casa, la sera, e mi sento uno zero”. La Tunisia, per quelli come Bilal, non è stabile: è immobile. “Non ho nessuna prospettiva. Nel resto del mondo sei giovane e sei pieno di energie, di progetti. Avviare un’impresa, iscriverti a un dottorato. Cambiare città. O anche solo un viaggio. Ma io? Posso solo tornare qui, domani, e vivere un altro giorno identico a questo”.

Eppure Bilal è uno di quelli che ha creduto nella rivoluzione. Uno di quelli che alle manifestazioni, cinque anni fa, è stato in prima fila. “Ma abbiamo sbagliato. Abbiamo pensato che il nemico fosse Ben Ali. E invece avevamo contro tutto il mondo, perché quando una manciata di miliardari possiede la stessa ricchezza di metà della popolazione del pianeta, non è questione di Ben Ali e dei conti svizzeri di sua moglie:è questione che tutti voi dovete rinunciare a qualcosa. Ma non l’avevamo capito. Non avevamo capito che la battaglia non si poteva vincere solo in Tunisia, perché non riguardava solo la Tunisia”. Uno dei suoi amici è già in Siria. E un altro, in Siria, è già morto. Non hai paura? “No, sono già un po' morto”.

Non è difficile, qui, incontrare ragazzi così. Né raro. Non però dove è istintivo cercarli: non a Kairouan, per esempio, quarto centro sacro per l’Islam dopo la Mecca, la Medina e Gerusalemme. Nel 2012, 10mila salafiti hanno marciato per le sue strade chiedendo l’introduzione della sharia: ma Kairouan rimane una piccola, incantevole città di luce e colori chiari, gli archi in pietra, le finestre blu. Le lanterne in ferro battuto. A Kairouan si viene a bere l’acqua che si dice arrivi dalla stessa fonte della Mecca, ma soprattutto, si viene a comprare tappeti. Gli adepti dell’ISIS non si trovano qui, a meditare sul Corano, ma nelle sterminate, improvvisate periferie di Tunisi come Ettadhamen, in mezzo a quel 90 percento di tunisini che possiede solo il 20 percento della ricchezza del paese – in mezzo a distese di case scalcinate e nient’altro, costruite così, una dopo l'altra, senza un progetto, senza infrastrutture, spazi senza luoghi, polvere d’estate e fango d’i nverno. “Tranquilla, è una zona sicura: perché non c’è niente da rubare”, mi hanno detto al Café De Paris, in centro. L’ecstasy locale si chiama Equanil: è un antidepressivo. Se hai vent’anni e sei tunisino, non ti fai per sballarti, ma per dimenticare.

La scintilla, in questi mesi, è Kasserine, al confine con l’Algeria. Uno di quei posti in cui ti sbagli, e scambi il mercato per una discarica: a Kasserine non si vendono neppure cose cinesi, solo cose usate, dove le madri vendono i pupazzi dei figli appena crescono. La Tunisia non è Europa, qui, è Africa. Il 21 gennaio, all’ennesima domanda di lavoro respinta, Ridha Yahyaoui, 28 anni, si è arrampicato su un traliccio dell’elettricità e si è ucciso. Si è fulminato. Da allora cammini, a Kasserine, a Sfax, a Sousse, ovunque, nella medina di Tunisi, tra i turisti, e all’improvviso, vedi un ragazzo in bilico su un cornicione: e tutti, sotto, che cercano di fermarlo. Se hai vent’anni e sei tunisino, o muori jihadista o muori suicida. “Non è una questione di povertà, però, ma più esattamente, di frustrazione”, dice Kais Zriba, 24 anni, giornalista di Inkifada, la testata che in queste ore sta scavando nei Panama Papers. “In Tunisia, e non solo, tutto viene ridotto a uno scontro tra laici e islamisti. Ma lo scontro è sociale e generazionale. Rispetto a cinque anni fa, certo, abbiamo molta più libertà: ma è solo libertà di espressione, perché non abbiamo alcun potere. Siamo tagliati fuori dal governo. Dalle decisioni. In realtà qui lo scontro è tra inclusi e esclusi”.

In Tunisia Beji Caid Essebsi, il presidente, ha 90 anni, metà della popolazione meno di trenta. Ed è vero che Ben Ali è stato spedito in esilio in Arabia Saudita, ma il processo per i 335 morti dei 28 giorni della rivoluzione si è concluso con una semplice condanna per omicidio colposo dei vertici delle forze di sicurezza, tutti già scarcerati.

Ora poi, è stata approvata la cosiddetta legge di riconciliazione economica: un’amnistia generale per tutti i responsabili di reati finanziari. “Che invece è la vera emergenza”, dice Kais Zriba, “perché qui tutto funziona attraverso mazzette, clientele, parentele: e quindi si arricchiscono solo i già ricchi. La crescita non è crescita del benessere, ma delle disuguaglianze. Il problema vero, in Tunisia, non è che laici e islamisti sono incompatibili, al contrario: è che sono alleati. Sono uguali”.

Secondo le stime, la metà dei miliziani dell’ISIS, in Libia, arriva dalla Tunisia. “Se volete sconfiggere l’ISIS, ha più senso investire in Tunisia che bombardare la Libia”. Dei tanti tunisini che vogliono unirsi all’ISIS, quello che più colpisce è l’assenza di qualsiasi riferimento all’Islam. Alla religione. L’ISIS, qui, è quello che per altri è la Germania: un’opportunità di lavoro. La Tunisia, colonia francese, rimane un paese sostanzialmente laico. “Siamo finiti nel mirino dell’ISIS proprio perché siamo la prova che l’Islam è un’altra cosa”, dice Imen Ben-Mohamed, 31 anni, deputata di an-Nahda. Un partito di “demo-musulmani”, nella sua definizione, “come un tempo, da voi, i democristiani. Siamo stati protagonisti della battaglia per la democrazia”, dice – suo padre è un rifugiato: era un oppositore di Ben Ali, e fu costretto all’esilio. I primi di marzo, jihadisti infiltrati dalla Libia hanno assaltato la città di frontiera di Ben Guerdane, probabilmente più per crearsi una sorta di retrovia che per fondare una nuova provincia del califfato. Almeno per ora. Negli scontri sono morti 12 poliziotti, 7 civili e 43 jihadisti. “Ma sono stati i tunisini stessi, non solo i militari, a combattere e respingerli. Per questo è importante investire nella Tunisia: perché possiamo essere di esempio”.

Fino a oggi, il sostegno internazionale è stato più morale che materiale: il premio Nobel alla società civile, al cosiddetto Quartetto, i sindacati che hanno mediato tra laici e islamisti. A ottobre l’Unione Europea, primo partner commercialedella Tunisia, ha avviato negoziati per un'area di libero scambio. Ma sono negoziati che durano anni: l'unica misura concreta, davanti all'ondata di suicidi, è stata l’esenzione dal dazio per l'importazione di altre 35mila tonnellate di olio d'oliva. In realtà, più per rimediare al calo della produzione italiana, che per aiutare la Tunisia. “Non è che non ci siano progetti e risorse”, dice Damiano Duchemin, cooperante del GVC di Bologna. “Solo che magari l’obiettivo di fondo è più contrastare il terrorismo e l’immigrazione. La Tunisia non interessa in sé”. E in effetti anche i reportage, i libri, non sono molti, la Tunisia non fa notizia. Non ha il petrolio: è la sua fortuna e la sua condanna.

Chiedi cosa è cambiato, rispetto a cinque anni fa, e nessuno ha dubbi: la libertà, ti rispondono. “Siamo liberi di dire che è una vita del cazzo”. Sidi Bouzid è a 200 chilometri da Tunisi, ed è la città in cui tutto è iniziato. La città in cui il 17 dicembre 2010 Mohamed Bouazizi, 26 anni, siè cosparso di benzina e ucciso dopo la confisca del carretto di frutta e verdura con cui tirava a campare. Lavorava da quando aveva 10 anni. Il suo suicidio ha travolto Ben Ali e l’intero mondo arabo, e oggi la strada principale, qui, ha il suo nome. Ma è la sola differenza. “Si pensa che sia tutta colpa degli attentati, della crisi del turismo. E io per primo sono stato licenziato: ma per me non è cambiato niente”, mi dice un ragazzo che chiamerò Bilal: perché come l’altro Bilal, ha deciso di andare in Siria. Lavorava a Djerba. Come cameriere. Ma il turismo, qui, anche a pieno regime, è low cost, pacchetti tutto incluso, “e i profitti vanno ai proprietari dei resort, agli operatori internazionali e i loro soci locali. Ti pagano 400 dinari al mese per dieci ore al giorno sette giorni su sette, 200 euro, e solo per la stagione. Sei un servo. Della Tunisia, della tua vita, conoscono solo l’aeroporto”. E non è solo il turismo, in realtà. Tutta l’economia, qui, è a bassa qualifica e basso salario, al servizio di altri paesi. Assemblaggio, call center. Chi non studia ha il doppio di probabilità di trovare lavoro rispetto a chi studia.

Poi cammini sulla sabbia, lungo il mare di Zarzis, e trovi scarpe. Scarpe, e relitti di barca. Mohsen Lihidheb, il postino, ha percorso questa costa in bici per vent’anni. Su, fino a Djerba, e ritorno, ogni giorno. 150 chilometri. Ora la sua casa è il Museo della Memoria del Mare. Scaffali di spazzole, accendini, fotografie, documenti. Una cassetta di bottiglie con dentro messaggi, torce, lampade, confezioni di cioccolato, di medicine, banconote della Libia, del Senegal, del Mali. E poi scarpe. Decine e decine di scarpe, la suola sottile, tenuta insieme con lo spago. Non c'è una targhetta, una data, una descrizione: niente. D’altra parte, cosa si potrebbe scriverci? Sono vite di cui non è rimasto neppure un numero. Mohsen ti dice solo: le ossa le ho sepolte.

Zarzis non è uno dei nomi sui giornali di questi giorni. Lesbos, Calais, Idomeni. Keleti. I punti di partenza e approdo cambiano di settimana in settimana. “E tutti pensano che al fondo, il problema sia la Siria. Ma non si fugge solo dalla guerra, si fugge anche dal resto”, dice Mohsen –dal mondo nascosto tra le statistiche, o forse, dalle statistiche: in Tunisia l’economia ha un tasso di crescita del 3,5 percento, ma la disoccupazione è raddoppiata. “I giornalisti vengono e ripartono. La notizia è altrove. Promettono tutti di scrivere, fare, cambiare, ma poi spariscono. La Tunisia non interessa". A Zarzis tornano solo le scarpe.
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