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mercoledì 18 maggio 2016

L’ecologia mancante nell’epopea di «Occidente»

"Etica dello spazio" di Stefano Righetti per Mimesis. Il nichilismo di un mondo che fa della crescita infinita la sua religione. Il libro sarà presentato oggi al polo universitario Roma3. Il manifesto, 18 maggio 2016 (p.d.)

Si può narrare di tempi lontani e insieme parlare dello spazio e degli spazi che ci circondano? Si possono narrare le gesta concettuali di grandi pensatori del passato e scrivere un testo denso di implicazioni politiche, etiche ed ecologiche che investono profondamente il presente? Si può, oggi, fare filosofia pratica? Se una cosa ha insegnato il pensiero (non solo) francese del XX secolo è che non esiste un pensiero puro, privo di effetti nel presente; che ogni teoria è al contempo una pratica concreta che definisce limiti e contorni di visibilità e di azione, al di là delle buone intenzioni di chi produce pensiero.

Pensare significa produrre degli effetti e il presente è il suo spazio d’azione, il suo campo da gioco con i suoi pericoli e i suoi contrasti. E il libro di Stefano Righetti, Etica dello spazio. Per una critica ecologica al principio della temporalità nella produzione occidentale (Mimesis, pp. 112, euro 18), è la narrazione di un pericoloso gioco di contrasti e dei suoi effetti nel nostro modo di percepire, di vivere e di rapportarci al nostro presente, alla nostra spazialità, ai nostri habitat e alle nostre storie. Il volume sarà presentato oggi all’università di Roma 3 da Ubaldo Fadini, Manlio Iofrida, Giacomo Marramao (ore 13).

La narrazione di un paradosso

Come ogni narrazione, anche questa ha dei personaggi. Il principale ha il nome di Occidente. Già il suo nome è un paradosso: è una definizione spaziale che, tuttavia, indica un destino temporale. Forse, la grande rivelazione dell’epoca globale consiste in questo: occidente ha perso qualsiasi riferimento spaziale, invadendo terre lontane, inglobando nel palcoscenico della Storia attori molteplici e differenti. La Storia (d’Occidente) non è affatto finita, prosegue, al contrario, ostentando una presunzione d’illimitato, spingendosi sempre oltre, nell’idiosincrasia della crescita infinita. Il personaggio di cui ci parla Righetti,Occidente, è ossessionato dall’invisibile, dal non ancora, dall’irraggiungibile e al contempo intimorito dal mutabile, dalla molteplicità, da ciò che sfugge ai suoi valori, alle sue fobie, ai suoi isterismi.

Righetti si muove all’interno di questa narrazione (che è, poi, la narrazione che il Logos fa di se stesso) con un intento, quanto meno, duplice e complementare. Da un lato, egli usa come filo conduttore la storicizzazione dello spazio (o degli spazi: urbani, visivi, naturali) legata ad una nevrotica necessità d’infinito che l’insonnia del pensiero alimenta dentro di sé: la combinazione mortifera di accumulo capitalistico e devastazione ambientale. Questo è il filo principale, l’obbiettivo positivamente determinato. Tuttavia, dall’altro lato, sembra voler lasciare la sensazione al lettore che quella non sia l’unica strada possibile, che non ci sia solo la Storia, quella fatta con la S maiuscola, dei grandi eventi e delle grandi opere; che nelle grandi trasformazioni, nelle rivoluzioni (politiche, sociali, tecnologiche, scientifiche) si aprano sempre spiragli e linee di fuga che fan sì che non esista solo la storia; che forse la geografia – e con essa gli spazi – sia possibile al di là del desiderio di conquista; che, nonostante la «Grande Storia», sia possibile costruire artigianalmente piccole storie minori, fatte di spazi di manovra, spazi d’azione, spazi di gioco che siano al di qua del tempo tiranno, che si ritrovino immerse nello spazio visibile, senza bisogno di un principio esterno che ne giustifichi l’esistenza (leggi eterne, della fisica come del padre). Sotto il tempo delle rivoluzioni perpetue (industriali, borghesi, civilizzatrici), si annidano spazi visibili. Bisogna però imparare a guardare.

Geografia del visibile

Pensare significa, dunque, produrre spazi di visibilità e di discernimento; pensare è un’azione concreta nel mondo e fa sì che si modifichi il modo in cui noi lo vediamo (con gli occhi del corpo e della mente). Ecco, allora, che il filo critico principale non è autoreferenziale, non basta a se stesso, non si accontenta di mostrare che ci sono stati degli errori di valutazione, ma ci invita, prima di tutto, a guardare il mondo in modo differente, a riappropriarci della nostra dimensione di soggetti corporei, di carne sangue e nervi che, in quanto tali, si muovono, agiscono e producono nello (e dello) spazio.
La temporalizzazione, nella sua visione dell’eterno progresso e della crescita infinita (a pieno discapito di rapporti improntati sulla reciprocità con la natura), ha fatto della produzione l’azione (di creazione e trasformazione della natura) di soggetti alienati dai propri spazi, esistenziali e di vita, nella perpetua volontà del lontano, dell’assenza, del mai-qui. Ma la produzione non è esente da luoghi e mondi (naturali e culturali) che sono sempre qui e ora. Ma questi essere qui ed ora non sono immediati, bisogna imparare a riconoscerli e a cercarli. Ed è proprio qui che il pensiero smette di essere critico, impegnandosi in un preciso compito etico-ecologico, in un gioco di produzione che non sia meramente economico-materialistico di sfruttamento delle nature (umane e non), ma di spazi di discernimento, di margini d’azione, di visibilità in una Storia che è sempre, prima di tutto e al di là di risvolti ideologicamente orientati, una geografia del visibile; in un apparire che basti a se stesso senza attendere l’instaurazione di regimi di senso trascendenti per acquisire il proprio valore, valore che si trova sempre al di qua di un principio di scambio o di uso, ma che investe i soggetti (umani e non) nel regime complesso della vita e dell’esistenza.

La critica ecologica del sottotitolo significa, in ultima istanza, scoprire e produrre quella gloria del visibile che non risiede nell’alto dei cieli, né nella pura teleologia della storia, ma è, al contrario, tutta da produrre a partire dal nostro presente e dalla nostra carne; per scoprire che la Storia non finirà tanto facilmente, ma, lontani dal pessimismo nichilistico del postmoderno, è ancora possibile immaginare che siamo, in fondo, più forti del nostro passato e che il futuro è sempre un’orizzonte del nostro presente.

Il futuro, allora, è possibile (nel bene, come nel male) soltanto a partire dalla nostra inerenza pratica e fattuale con il presente, che è sempre presenza – anche se, alle volte, è presenza dell’assenza.
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