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giovedì 19 maggio 2016

Le linee di frattura dell’Europa che non c’è

«Europa. La crisi economica prescinde dalla successiva esplosione migratoria che assume tratti senza precedenti e vanifica le politiche dell’ossimoro europeo, l’emergenza permanente». Il manifesto, 19 maggio 2016 (p.d.)


Non dovrebbero esserci più dubbi sul fatto che l’Europa che abbiamo conosciuto e sognato non c’è più. Confini, filo spinato, respingimenti stanno dando l’impressione che la causa della crisi sia la recente esplosione dell’immigrazione. Ma non è così. Il principale fattore di crisi è precedente e riguarda l’evoluzione e la gestione dell’unificazione europea.

Il processo è stato sviluppato come un crescendo rossiniano. Si è partiti da un nucleo originario di pochissimi paesi con livelli di vita abbastanza simili, ci si è progressivamente allargati ad un’area crescente di paesi con livelli di vita sempre più differenziati. Se nell’Europa a sei il rapporto tra Pil per abitante del paese più povero (Italia) e Pil del paese più ricco era di 1 a 2,7, esso è diventato di 1 a 5 con l’ingresso di Spagna e Portogallo, poi di 1 a 12 nel 1995 (paese più povero la Lettonia) fino ad arrivare ad 1 a 20 nel 2007 (paese più povero la Bulgaria).

Il numero di paesi è cresciuto di cinque volte, le disuguaglianze interne di sette volte, le aspettative si sono sempre più divaricate: i paesi più ricchi contavano sui nuovi mercati di sbocco e su manodopera a costi più bassi, quelli più poveri su crescita e benessere a livelli “europei”.

Tutto questo allora non sembrava irrealistico perché, proprio fino al 2007, le economie crescevano: dal 2000 al 2007 i paesi del centro nord hanno visto crescere il reddito procapite del 12%, quelli del sud del 9%, quelli provenienti dall’est sovietico, che erano entrati con redditi di appena un quarto, sono crescite del 44%.

Il loro sogno, insomma sembrava potersi realizzare. Ma nel 2008 si è verificato un primo fattore imprevisto: è iniziata quella crisi che si trascina fino ad oggi e che in Europa si è tradotta in una stagnazione-recessione differenziata: la crescita dei paesi dell’est è crollata all’8%, quella del centro nord si è azzerata, i paesi del sud hanno perso addirittura l’11%. La crisi, così, ha vanificato i sogni ed aumentato le disuguaglianze.

Un fenomeno di questa portata avrebbe richiesto una politica economica solidale con un intervento pubblico consistente, si è fatta invece una politica di austerità e di egoismi nazionali. Da qui la rinascita di nazionalismi e populismi prima e la nascita di tre linee di frattura tra paesi ricchi del centro nord, paesi dell’area orientale e paesi del sud mediterraneo. La crisi economica è la prima frattura dell’Europa, è, quindi, un problema a sé che prescinde dall’esplosione delle migrazioni.

Queste sono sopraggiunte dopo, si sono inserite nelle linee di frattura ricordate, debbono, quindi, essere esaminate separatamente. La nuova grande migrazione del ventunesimo secolo riguarda ambedue i continenti più ricchi del mondo, quello americano e quello europeo. In questo scenario globale l’Europa è diventata la terra promessa per una lunghissima teoria di popoli che si snodano dall’Asia (Afghanistan, Pakistan…), attraversano tutto il medio oriente (Siria, Irak..) arrivano all’intero, immenso, continente africano.

Si tratta di una migrazione senza precedenti causata da fughe da guerre e da fame, incentivata dalla nuova conoscenza del mondo prodotta dalla rete, sostenuta da una nuova ed inattesa coscienza del diritto di emigrare e di essere accolti. Una nuova generazione di migranti, di diverse etnie e generazioni, unite da una nuova consapevolezza della loro condizione di vittime di politiche economiche e militari occidentali preme senza sosta ai confini del mondo sviluppato con una potenza quantitativa e qualitativa inarrestabili.

Questo fenomeno, in Europa, si somma alla crisi economica, ne accentua le linee di frattura e ci pone davanti ad drammatico bivio: cercare di giorno in giorno di arginarne gli effetti con politiche di emergenza permanente o prendere il toro per le corna ed impostare una strategia di lungo periodo adeguata alla gravità della situazione.

Partiamo intanto da una constatazione. L’esodo che stiamo vivendo presenta una differenza rispetto a quello del continente americano perché qui le conseguenze si scaricano tutte sull’Europa, ma le cause non sono generate dalla sola Europa. Le politiche di sfruttamento delle risorse, le guerre che hanno destabilizzato paesi ed intere aree, sono state promosse dagli Usa, accettate dall’Europa ed avallate dall’Onu ed hanno generato una nuova divisione del mondo. Se fino a pochi decenni fa si poteva parlare di “paesi sviluppati”, “paesi emergenti” e “paesi fermi” e si poteva ipotizzare una mobilità dei paesi da un gruppo all’altro, oggi ai tre gruppi citati se ne è aggiunto un altro, quello dei “paesi declinanti” come Siria ed Irak e questi nuovi blocchi appaiono come sclerotizzati ed immodificabili. La conseguenza è che i “paesi declinanti” ed i “paesi fermi” sanno di essere tagliati fuori e per sempre da ogni speranza di futuro.

Questa suddivisione appare inaccettabile in tempi di globalizzazione economica e delle informazioni ed è proprio la consapevolezza di essere tagliati fuori da ogni possibile futuro sviluppo che sta determinando i ritmi senza precedenti dell’esodo dal medio oriente e dall’Africa. Il problema tocca l’Europa, ma è di carattere globale.

Serve perciò una politica all’altezza dei tempi e delle dimensioni che si fondi su tre pilastri capaci di unificare le risposte all’emergenza a quelle più strutturali. Gestire i flussi distribuendoli tra paesi, riequilibrare le disuguaglianze tra aree, arrestare i focolai di guerre diffusi sono tre azioni che debbono far parte di un’unica strategia. Si tratta di un sogno, di un progetto utopistico, difficile? Si anzi difficilissimo ai limiti dell’impossibile.

Si tratta di un progetto che richiederebbe una sessione straordinaria dell’Europa prima e dell’Onu dopo che affronti il problema delle nuove migrazioni, che vari un grande piano euro mediterraneo di pacificazione, di riequilibrio e di sviluppo. Si tratta di realizzare ingenti investimenti e di trasferire risorse dai paesi più ricchi verso le aree ferme ed in declino. Si tratta, però, di cose che nessuno ci costringe oggi a fare. Possiamo continuare a trastullarci col nostro declinante benessere materiale, a resistere ed ostacolare gli arrivi, a palleggiarceli come merci infette che nessuno vuole, a spostare il problema sempre oltre e sempre dopo. Possiamo anche farlo fino a quando non esploderanno le nostre miserie culturali ed umane.
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