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domenica 29 maggio 2016

L’arte di costruire per tutti

«Il cileno Alejandro Aravena, curatore della XVI Biennale, immagina l’architettura come un bene pubblico e l’architetto come un prestatore di servizi». Il Sole 24 ore, 29 maggio 2016 (c.m.c.)


Dal vostro inviato al fronte. Visto da Venezia il fronte dell’architettura si presenta più come una rete che come una linea retta. Una griglia involontaria di strade trafficate e di vicoli appartati, di luoghi comuni e di insolite proposizioni che aiutano a ridefinire la nostra idea dell’architettura e del progetto secondo direzioni a volte anche inattese.

Alejandro Aravena, l’architetto cileno regista e curatore di questa plateale messa in scena,è noto per l’impegno sociale esemplificato dal lavoro del suo studio nel campo delle infrastrutture, degli spazi pubblici, dei progetti di edilizia a basso costo( Elemental). L’intera Biennale da questo punto di vista è il manifesto allargato di una posizione che mette al centro l’idea di architettura come bene pubblico e una visione dell’architetto come prestatore di servizi che dà forma ai luoghi in cui viviamo.

La sua posizione non è né inedita né isolata e i suoi antecedenti storici possono essere rintracciati nella nozione di “necessario” elaborata da Tatlin nella stagione eroica della rivoluzione russa («non il meno, né il più: solo il necessario»)o in quella di Giuseppe Pagano che ,contro il formalismo delle avanguardie, rivendicava nella sobrietà i veri «benefici dell’architettura». Ma, anche se è entrata da qualche anno nell’agenda del “politicamente corretto”, quest’idea viene ancora percepita più come un obbligo sociale che come una vera condivisione intellettuale.

Credo che il merito di Aravena sia di essere riuscito a schivare in parte il pericolo di una assunzione ideologica e moralistica, aprendo a una pratica curatoriale più aperta e problematica che, accanto agli slogan dell’architettura per tutti, apre spiragli verso pratiche più interstiziali e intriganti sulle responsabilità del progetto. Come nella bella e agghiacciante installazione - The Evidence Room- che, partendo dall’ analisi forensica del campo di concentramento di Auschwitz, replica le caratteristiche degli spazi e dei luoghi di detenzione ricostruendo gli strumenti architettonici di detenzione e di tortura: frutto dell’accurata progettazione di ingegneri e di architetti al servizio del terrore.

La proposta di Aravena riguarda in fondo la necessità di ampliare la gamma delle tematiche cui ci si aspetta che l’architettura debba dare risposte, avvertendo tuttavia il limite di una sua meccanica equiparazione a strumento di servizio. Se si accoglie l’invito sintetizzato dall’immagine-manifesto - l’antropologa tedesca Maria Reiche, sorpresa da Bruce Chatwin a camminare nel deserto con una scala di alluminio per decifrare dall’alto il disegno delle tracce archeologiche disseminate disordinatamente al suolo - ci si accorge che l’insieme affastellato delle installazioni si compone infine nella complessità di linee individuali ma intrecciate tra di loro anche quando apparentemente conflittuali.

Prima tra tutte per quantità di partecipazioni, quella legata ai temi dell’emergenza; poi quella delle best practices, che riguarda sia i luoghi dell’iper sviluppo che quelli del sotto sviluppo, a partire dai rifiuti e dall’ecologia dei consumi; forse un po’ meno evidente, ma cruciale, quella infine che definisce l’architettura come una pratica di resistenza, per l’affermazione di una qualità avvertita come altrettanto “necessaria” .

Se la prima linea risulta maggioritaria in questa Biennale che ha il suo epicentro ideale nell’America Latina , le altre due forse sono , per molti motivi, più significative. L’emergenza in qualche modo è per sua natura eroica e drammatica: richiama la violenza dei conflitti etici, religiosi, sociali, la pressione delle migrazioni, l’ingiustizia insopportabile delle diseguaglianze tra nord e sud del mondo. Richiede soluzioni semplici e forti, ma legate a una condizione temporanea che difficilmente possiamo immaginare di stabilizzare in una condizione di lungo termine.

Sull’altro fronte invece , la gestione dell’ordinario non è mai eroica, richiede pazienza e negoziazione, e molto spesso non sente il bisogno del talento dell’architetto costringendolo anzi a fare più di un passo indietro: per usare la metafora del fronte, lavora in seconda linea in una guerriglia di resistenza per l’affermazione di diritti negati, di equità sempre elusa, di revoca della ghigliottina del Capitale.

Ma esiste anche un’altra linea, quelle delle piccole cose, spesso rappresentata da progetti a scala ridotta, ma sempre contrassegnata dal desiderio di trasformare l’ordinario in esemplare: l’università di Lima di Yvonne Farrell e Shelley MacNamara( Grafton architects) – un budget “sociale” per un’architettura veramente eroica per le sue prestazioni luminose, spaziali, ambientali - ; le scuole in Veneto di Cappai e Segantini che sostengono la natura collettiva e pubblica degli spazi per l’educazione; la scontrosa navigazione controcorrente di Giuseppina Cannizzo in Sicilia, con la sua quotidiana pratica di piccoli progetti trasformati in grandi architetture; l’ostinazione di Luigi Snozzi nel rivendicare il primato del collettivo nella definizione della città; le agopunture di Mazzanti negli slums sudamericani, gli interventi misurati di Barozzi-Vega in Europa, l’eroismo minimalista di Francis Kerè nel pathos del suo costante confronto tra Europa e Africa, eccetara.

Esperienze disseminate negli spazi di confine di questa Biennale, che invitano il visitatore a riflettere sulle necessari età dell’architettura nonostante tutto. È in questi interstizi che l’esposizione veneziana si rappresenta più stimolante e riflessiva, resistente alla fastidiosa ( e talvolta grottesca) estetizzazione dell’etica e alla sua neutralizzazione nell’ennesimo slogan del momento.