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giovedì 19 maggio 2016

La rottamazione dei parchi, tra terrorismo mafioso e sviluppismo

L'attentato al presidente del Parco dei Nebrodi: i fatti e gli gli antefatti in un articolo di Alfredo Marsala e il quadro  nazionale (e globale) nell'analisi di Tonino Perna. Il manifesto, 19 maggio 2016



ANTOCI: «SO CHI MI VUOLE MORTO»
di Alfredo Marsala


«So chi mi vuole morto». Giuseppe Antoci è provato. In ospedale, sotto shock, abbraccia la moglie, i figli. Con lui c’è Rosario Crocetta che tre anni fa lo ha voluto alla guida del Parco dei NebNebrodiordi per fare pulizia della mafia tortoriciana, alleata con i clan dei Santapaola, che lucra sui terreni pubblici grazie a connivenze. Antoci è scosso. Davanti a sé ha immagini confuse, caotiche. Nelle orecchie l’eco degli spari. «Sono vivo per miracolo, mi hanno salvato gli agenti di scorta», ripete. È il racconto di un sopravvissuto.

È l’una di notte, tra martedì e mercoledì. Antoci sta rientrando a casa, a Santo Stefano di Camastra, due ore di strada da Palermo e due da Messina, dopo una cena per l’apertura di un albergo, a Cesarò. È stanco. Si accomoda sul sedile posteriore della blindata, una Lancia Thema, e si addormenta mentre l’auto è in viaggio. Alla guida c’è uno dei due agenti di scorta. Due anni fa Antoci aveva ricevuto il primo avvertimento. «Finirai scannatu tu e Crocetta», c’è scritto in quella lettera spedita da Sant’Agata di Militello, nel messinese. L’anno successivo il secondo avvertimento. Il centro di smistamento delle Poste di Palermo intercetta una busta con due proiettili diretti ad Antoci e al dirigente del commissariato di Sant’Agata di Militello, Daniele Manganaro. Il comitato per l’ordine e la sicurezza gli assegna la tutela.

Sulla provinciale è buio pesto, tra i comuni di Cesarò e San Fratello. Dietro la blindata a bordo di un’altra auto c’è il vicequestore Manganaro, commissario a Sant’Agata, che sta rientrando con un collega. Anche loro sono reduci dalla cena, trascorsa assieme ad Antoci e ad altri.

All’improvviso la blindata del dirigente rallenta: in mezzo alla strada ci sono dei massi. E soprattutto c’è una vettura messa di traverso. L’agente alla guida, frena. Antoci si sveglia. È un attimo. Poi il caos. Dall’auto di traverso vengono esplosi diversi colpi d’arma da fuoco: tre vanno a segno, forando lo sportello posteriore sinistro della blindata, proprio dove è seduto il presidente del Parco. Il vice questore Manganaro risponde subito al fuoco, anche i due agenti di scorta sparano. Gli attentatori, «quattro o sei» persone racconterà poi Antoci agli investigatori, fuggono in auto. Gli agenti continuano a sparare nell’oscurità, seguendo le luci posteriori della vettura in fuga. Sull’asfalto ci sono tracce di sangue, probabilmente uno dei componenti della banda è rimasto ferito. Non solo. Gli investigatori, giunti nel luogo dell’agguato, scoprono un altro elemento ancora più inquietante: vengono rinvenute due molotov. Il commando, secondo gli investigatori, non avrebbe avuto il tempo di lanciarle per la prontezza di reazione dei poliziotti. «È probabile che volessero incendiare l’auto obbligandoci a scendere, per essere bersagli più facili da colpire e uccidere», è convinto Antoci.

Laurea in Economia e commercio, capo area in Sicilia della Banca Sviluppo, azienda di credito sorta nel 2000 e con sede in otto regioni, Antoci, 48 anni, alle politiche del febbraio 2013 si candidò al Senato con Il Megafono, movimento fondato da Crocetta; ma non venne eletto. Poi la nomina alla guida del Parco, per otto anni gestita da commissari, che nell’area dei Nebrodi rompe quella sorta di “patto sociale” che andava avanti da decenni e che consentiva l’utilizzo per pascolo, a canoni irrisori, dei terreni demaniali. Alla rottura contribuisce anche il sindaco di Troina (Enna), Fabio Venezia, anche lui sotto scorta per le numerose minacce ricevute. Quando Troina si aggiunge agli originari comuni del Parco porta in dote 4.200 ettari di terreni a pascolo che il sindaco rifiuta di concedere alle solite condizioni. Antoci trova un alleato e comincia la serrata verifica dei contratti, su impulso del governatore Crocetta che lo affianca nella battaglia di legalità.

L’allargamento dei controlli (il Parco ha un’estensione di 86 mila ettari e comprende 24 comuni) e la richiesta di certificazione antimafia e dei carichi pendenti avviene anche per chi intende stipulare o rinnovare contratti di piccolo importo, e comunque ben al di sotto della soglia prevista per legge. Alcuni beneficiari si rivolgono al Tar, perdono. Alcune concessioni di terreni vengono revocate e dai tribunali arrivano sentenze che inchiodano gli affittuari, che insieme ai privilegi concessori perdono anche i lauti finanziamenti dell’Unione europea, calcolati sugli ettari a disposizione. Un affare milionario osteggiato dal presidente del Parco dei Nebrodi anche attraverso un protocollo di legalità firmato con la Prefettura di Messina, nel marzo del 2015.


L'ASSALTO MAFIOSO AI PARCHI
di Tonino Perna



«Alcuni casi fra i tanti, parte di un attacco quotidiano all’ambiente ed agli ecosistemi in cui ‘ndrangheta, camorra e mafia possono all’occasione costituire il braccio armato di interessi locali e/o internazionali, ma i mandanti sono altrove».

Il tentato omicidio del presidente del Parco regionale dei Nebrodi non è un fatto isolato, anche se finora in nessun parco naturale si era giunti a tanto. Quest’inverno una testa di capretto mozzata è stata appoggiata sul cofano dell’auto del presidente del Parco d’Aspromonte, che aveva già subito negli anni scorsi diverse minacce (con relativi proiettili in buste consegnate dal postino). Ed in passato anche i presidenti del Parco del Pollino, del Salento e del Vesuvio, che faceva abbattere le case abusive, avevano subito minacce. Ma, l’assalto più pesante, anche se poco conosciuto, è quello che le aree protette subiscono in tutto il mondo a causa di questo modello di sviluppo.

Secondo la Iucn, l’International Union for the Conservation Nature, la superficie delle aree protette nel mondo è pari oggi a circa il 13 per cento delle terre emerse. Ne fanno parte tanto le riserve naturali a conservazione integrale, quanto i parchi naturali, che si distinguono in nazionali e regionali ed hanno un livello di protezione ambientale articolato in base al grado di antropizzazione dell’area. In Italia l’estensione delle aree protette è cresciuta esponenzialmente pochi anni dopo che è stata varata la legge 394/91, fortemente voluta dai Verdi e dal primo ministro per l’Ambiente Giorgio Ruffolo.

Si è passati così da 5 parchi naturali nazionali esistenti al 1991 ai 23 di oggi, più un centinaio di parchi naturali regionali e riserve di natura integrali. Purtroppo, a questa crescita quantitativa si è accompagnata, in tutto il pianeta, una perdita di qualità e valore d’uso dei parchi naturali, soggetti agli attacchi di interessi economici grandi e piccoli, a quella «guerra al vivente» ben descritta e documentata da Jean Paul Berlan (Bollati-Boringhieri, 2001).

Dall’Alaska alla Colombia, dall’Equador alla Nigeria, dall’Australia ai grandi laghi della Federazione Russa, la guerra economica ai parchi naturali viene condotta in nome del progresso e dello sviluppo. Le leggi nazionali vengono fatte a pezzi, gli Stati concedono deroghe e contraddicono se stessi, premettendo alle imprese multinazionali di sfruttare risorse naturali, far passare oleodotti, scavare nuove miniere, sfruttare le rocce bituminose ( shale gas), come nei parchi delle Rocky Mountains. Un caso emblematico, che è stato raccontato su questo giornale da Giuseppe Di Marzo e dalla indimenticabile Giuseppina Ciuffreda, è quello degli indios U’wa nel Nord della Colombia.

La multinazionale nordamericana Oxy aveva ottenuto dal governo colombiano la possibilità di sfruttare il petrolio presente nelle montagne dove vivono da sempre gli U’wa. Era sempre andata bene alla Oxy (Occidental) come alle altre multinazionali presenti nel paese dei narcotraficantes. Bastava pagare qualche tangente, al governo e/o alla guerriglia o, più spesso, a tutti e due, e le cose si mettevano a posto. Non avevano considerato che in quelle montagne viveva un popolo che aveva ancora una cultura, un’identità e un credo. Non sapevano che per gli U’wa «il petrolio è il sangue della terra , le sue vene, che gli danno la vita» . Se togli il petrolio a quelle montagne è come se togliessi il sangue ad un uomo. Non pensavano che un piccolo popolo potesse arrivare a far causa ad una potente impresa multinazionale, che arrivasse a vincere la causa di fronte ad un tribunale degli Stati Uniti. E’ una storia che ha un grande significato: quando un luogo ha una forte valenza simbolica per un popolo non è in vendita, non c’è denaro, né tangenti che possano renderlo merce. Come ci ha mostrato Karl Polanyi in La sussistenza dell’uomo, la conquista economica di un territorio è preceduta dalla sua disintegrazione culturale.

Da una parte, il mito del Progresso e dello Sviluppo, che sottende i grandi interessi economici, dall’altra popolazione locali ed associazioni ambientaliste con pochi mezzi, che lottano per la sopravvivenza di siti naturali, di parchi e riserve di biosfera. E’ una lotta che nell’era del neoliberismo trionfante diventa sempre più dura, anche nel nostro paese.

E’ da quando Altiero Matteoli è diventato ministro dell’Ambiente nel 2001 che è iniziato in Italia un lento ed inesorabile piano di emarginazione, sterilizzazione delle velleità di autonomia e tutela ambientale dei Parchi nazionali e regionali.

Dopo la fortunata parentesi di Edo Ronchi, il ministero dell’Ambiente è stato gestito, non solo dal centro destra, sempre più come stampella per i disegni di grandi investimenti e grandi opere nel nostro paese: dalla Tav al Ponte sullo Stretto, la V.i.a. (Valutazione di impatto ambientale) del Ministero dell’Ambiente è stata sempre positiva. Da Portofino, dove il parco regionale è stato fortemente ridimensionato, al Parco regionale di Bracciano oggetto di un grande progetto speculativo, al terzo traforo del Gran Sasso, nel cuore del Parco nazionale, che mette a repentaglio le risorse idriche di 800mila abitanti, all’aeroporto di Malpensa che impatto fortemente sul prezioso Parco del Ticino, polmone verde della metropoli, fino all’abuso di parchi eolici ed elettrodotti che attraversano parchi ed aree protette.

E questi sono alcuni casi fra i tanti, parte di un attacco quotidiano all’ambiente ed agli ecosistemi in cui ‘ndrangheta, camorra e mafia possono all’occasione costituire il braccio armato di interessi locali e/o internazionali, ma i mandanti sono altrove.