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venerdì 6 maggio 2016

La sfida degli architetti? Costruire città più giuste

«Dal tramonto delle archistar ai progetti innovativi per le periferie sudamericane Il grande storico Joseph Rykwert parla del futuro del nostro spazio urbano». La Repubblica, 6 maggio 2016 (c.m.c.)


«Un architetto per essere un vero architetto dev’essere un po’ boy scout, diceva Aldo van Eyck, grande progettista olandese. Vuol dire, secondo me, che non può che essere ottimista. Ma io, di motivi per essere ottimista, non ne vedo tanti». Joseph Rykwert ha compiuto pochi giorni fa novant’anni (nato a Varsavia, vive a Londra, ha insegnato negli Stati Uniti). È a Bologna per ricevere, oggi, una laurea ad honorem, che premia una formidabile carriera di storico dell’architettura e di storico della città, in particolare. È una laurea in pedagogia, un riconoscimento alle sue qualità di didatta.

L’idea di città e La seduzione del luogo sono due fra i suoi titoli (editi in Italia da Adelphi ed Einaudi): entrambi propongono l’organismo urbano, dalla Roma antica alle metropoli contemporanee, siano esse Shanghai o New York, Kinshasa o Mumbai, come forma simbolica e non solo come aggregato edilizio, più o meno pianificato. «Per quanto volga in giro lo sguardo», aggiunge, «non scorgo politiche orientate a rendere la città più giusta. Soprattutto nel mondo occidentale».

Ci arriviamo. Intanto mi dica se la città esprime ancora valori simbolici, se rappresenta la visione del mondo di chi la abita?
«In un certo senso è così. Aggiungerei: deve essere così, deve esserlo sempre. Noi vediamo la città come un corpo, come un’entità civile. Questa verità rimane immutata».

Però qualcosa cambia. O no?
«È evidente. È cambiata con la rivoluzione industriale o con il trasporto pubblico non più a cavallo. Io ricordo ancora la Varsavia in cui sono nato: lo sterco dei cavalli per terra era un elemento fondamentale del paesaggio urbano. Poi sono arrivati l’ascensore e l’automobile...».

Ma ora è cambiato qualcosa di più sostanziale, la città ha perso il senso del limite, ha invaso il territorio, non è più distinguibile da esso.
«Non sappiamo come andrà a finire. Però anche in mezzo ai grattacieli di Manhattan o in una baraccopoli sudamericana ognuno ha in mente la pianta del luogo che abita. Non parlo solo di valori simbolici. Ma è presente in tutti una carta geografica del proprio habitat, degli spazi collettivi, dei nodi di scambio. Si riconosce una forma».

La tendenza di certa urbanistica e di certa architettura è di realizzare quartieri ed edifici che vadano bene in Asia come nel Nord America. Vince un linguaggio universale. Qui viene meno il valore simbolico?
«Un mio collega messicano ebbe l’incarico da un governo africano di realizzare un insediamento nella capitale. Ma il progetto fu respinto. Sa perché? Non aveva previsto una selva di grattacieli. Si era ispirato al contesto, ma loro volevano un pezzo di città come a Chicago».

I grattacieli, lei dice, sono il simbolo della potenza finanziaria e immobiliare. E aggiunge: fino agli anni Venti del Novecento erano costruiti lasciando vuoto il pianterreno perché fosse uno spazio pubblico, poi non più. Il grattacielo resta il veicolo di un’immagine?
«Senza dubbio. I grattacieli realizzati di recente a Londra hanno uno spazio aperto, una connessione con la città. Ma quanto effettivamente questi spazi siano pubblici è da vedere. Spesso sono luoghi che aggiungono prestigio al committente, ne offrono un profilo più benevolo».

Quanto è importante per una città garantire spazio pubblico, spazio di convivenza?
«È essenziale. Anche per ridurre le disuguaglianze. Bisogna stare però attenti ai camuffamenti: certo capitalismo finanziario ci tiene a far bella figura ».

Ridurre le disuguaglianze. Quali altri dispositivi possono realizzare l’architettura e l’urbanistica a questo scopo?
«L’architetto può fornire gli strumenti tecnici. Ma questo compito spetta alla politica. Negli Stati Uniti e in Europa non accade. Spesso è dominante un’architettura tendente all’oggetto vistoso. Osservando questi fenomeni matura il mio pessimismo».

Non ci sono eccezioni?
«Le esperienze da molti anni maturate in alcuni paesi del Sud America sono un’eccezione. È un’eccezione il caso di Curitiba, in Brasile, dove ha operato il sindaco-architetto Jaime Lerner, il quale ha progettato un sistema di trasporti che ha avvantaggiato le classi popolari. Lo stesso è accaduto in diverse città della Colombia. Ancora un’eccezione è il sindaco di San Paolo, che ha proibito di tappezzare con la pubblicità le facciate dei palazzi».

Sono esperienze di rilievo.
«Se si apre una breccia nel mio pessimismo è perché rivolgo l’attenzione ai tanti architetti, soprattutto giovani, che s’impegnano nelle periferie del mondo».

Mi fa qualche esempio?
«Si tratta di esperienze anche modeste, che però fronteggiano problemi elementari, il disagio abitativo, le drammatiche forme di disuguaglianza. In diverso modo si risponde a quei bisogni che erano al centro delle riflessioni già negli anni Venti del Novecento o, andando indietro nel tempo, erano presenti nel pensiero utopico».

Volge al declino la stagione delle archistar?
«Mi chiede un vaticinio. Il fatto è che la gran parte delle archistar non realizza architetture di qualità, ma oggetti per lo spettacolo visivo e per l’intrattenimento. E soprattutto non fa pezzi di città».

Oggi alle 17.30 all’Università di Bologna si terrà la cerimonia di conferimento della laurea ad honorem in pedagogia per Joseph Rykwert. La Laudatio sarà tenuta da Raffaele Milani Rykwert è nato a Varsavia nel 1926. Tra i suoi saggi sull’architettura e l’urbanistica: L’idea di città ( Adelphi) e La seduzione del luogo ( Einaudi)


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