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giovedì 26 maggio 2016

La cattiva coscienza della Biennale targata Rolex.

Preceduta da una martellante campagna pubblicitaria tesa ad accreditarne la vocazione umanitaria, è finalmente aperta la quindicesima  edizione della Biennale di Architettura di Venezia. Potente macchina al servizio degli investitori immobiliari 


1.
 Preceduta da una martellante campagna pubblicitaria tesa ad accreditarne la vocazione umanitaria, è finalmente aperta la quindicesima edizione della Biennale di Architettura di Venezia. Potente macchina al servizio degli investitori immobiliari e degli sviluppatori del territorio, la Biennale è molto abile nel cogliere le parole d’ordine e gli slogan del momento e trasformarli in spettacolari eventi che catturano masse di visitatori, per la gioia del ministro Franceschini che, dove vede gente in coda, vede cultura.

Già nelle ultime edizioni, i titoli evocavano nobili principi ed aspirazioni; basti ricordare “common ground” o “l’architettura incontra la gente” inventato da Kazuyo Sejima che dichiarò di volere «un luogo d’incontro fra i cittadini e l’architettura e non una vetrina di archistar», ma la scelta di quest’anno è particolarmente astuta. La metafora bellica, infatti, non solo è appropriata alla situazione del mondo, dove le guerre scatenate dal neo imperialismo sono una condizione permanente, ma suscita l’idea che gli architetti siano al fronte e combattano per “la parte giusta”, senza peraltro indicare chi è il nemico e chi sono gli alleati. Il frequente ricorso nei proclami diramati dalla Biennale ad alcune parole chiave -migrazioni, catastrofi, casa, inquinamento, diseguaglianze, traffico, rifiuti, spreco, criminalità- dovrebbe chiarire “perché si combatte”, ma in realtà nulla dice sugli “opposti schieramenti” che si fronteggiano . Inoltre, come osserva il Financial Times nell’articolo Biennale: architects’social conscience, attribuire agli architetti la capacità di risolvere i problemi del mondo “con eleganti soluzioni da riprodurre su scala industriale” distoglie l’attenzione dalle cause dei problemi.

2.
 Le risposte dei vari padiglioni sono molto diverse, come diversi sono i fronti sui quali si combattono le battaglie che ogni paese ha deciso di documentare.

2.1 Alcuni seguono in modo esplicito il filone sempre più corposo dell’architettura umanitaria, che non è più delegata a volontari e ad associazioni senza scopo di lucro (Architects sans Frontières, Architecture for Humanity), ma è ormai diventata oggetto di corsi universitari e conferenze internazionali. A consacrare l’architettura umanitaria provvederà, il prossimo ottobre, una grande esposizione al MoMa di New York dal titolo “Insecurities. Tracing Displacement and Shelter” dedicata ai modi con i quali “architettura e design hanno affrontato la nozione di shelter vista attraverso le lenti delle migrazioni e l’emergenza globale dei rifugiati” e dove sarà possibile, tra l’altro, ammirare Better Shelter, il prototipo di casetta per rifugiati messo a punto e prodotto dall’IKEA e già adottato, e acquistato, dalle Nazioni Unite.

Ovviamente, nei tentativi degli architetti di “far del bene” non c’è di per sé niente di sbagliato, il che vale per qualunque persona o professione, ma il messaggio che iniziative di questo tipo diffondono, e che si può riassumere con la formula “making markets working for aid”, dovrebbe essere criticamente analizzato, così come dovrebbe essere messa in discussione la tendenza ad affrontare la cosiddetta crisi dei rifugiati come un problema di design.

Dell’accoglienza dei migranti e dei rifugiati si occupano i padiglioni della Finlandia “Housing for asylum seekers”, della Germania “Making Heimat” e dell’Austria “Places for people” (titolo che intende essere anche un omaggio all’opera di Bernard Rudofsky ), che espongono una serie di esperimenti per dare un tetto alle migliaia di persone che ne hanno disperato bisogno.

In alcuni casi si tratta di singoli edifici espressamente pensati per la “categoria” degli immigrati, ma non mancano i progettisti che, assieme alle istituzioni per le quali lavorano, hanno la consapevolezza della inevitabilità di un ripensamento complessivo delle nostre città. Non a caso la Germania, che già l’anno scorso, alla Biennale d’arte, aveva dedicato una parte del padiglione a documentare la condizione dei rifugiati in Germania, ha chiamato come consulente Doug Saunders, il giornalista canadese autore di Arrival City.

Finlandia, Germania e Austria sono tre paesi europei alfieri dell’austerità ed i cui governi hanno adottato politiche contro i migranti, ma almeno ne parlano. Stridente è il contrasto con il padiglione della Francia, dove la proposta di PEROU, un’organizzazione presieduta da Gilles Clement, di esporre il loro lavoro e il loro progetto per la “Giungla di Calais” è stata scartata a vantaggio di un progetto più “neutrale”.

2.2. Un secondo fronte è quello della casa e dei tentativi di migliorare le condizioni di vita degli abitanti agendo sul tessuto fisico delle parti di città più “svantaggiate”.

Il padiglione del Venezuela è interamente dedicato a interventi nelle favelas di Caracas e di altri grandi centri urbani e in quello del Messico sono documentate esperienze di cooperative sociali e di partecipazione.

Anche nei padiglioni degli Emirati Arabi e della Cina, che pur non fanno espliciti riferimenti alle “lotte per la casa”, è possibile leggere l’evoluzione delle tipologie abitative e la “modernizzazione” degli insediamenti come indicatori dell’ingiustizia sociale e del conflitto fra profitto e diritti dei cittadini che sono sempre alla base della cosiddetta questione della casa. “Dignità, benessere, uguaglianza” sono, ad esempio, le priorità individuate dai curatori cinesi come criteri per il loro rapporto dal “fronte ignorato”.

Un approccio auto celebrativo è, invece, quello del Portogallo, che organizza il proprio evento espositivo alla Giudecca, un tempo zona di Venezia a forte densità operaia, dove esistevano una serie di case popolari costruite durante il regime fascista. Quando, negli anni ‘80, gli amministratori locali hanno deciso di trasformare la Giudecca in una sorta di belvedere su San Marco (“è come Brooklyn da dove si vede Manhattan”, dicono le agenzie immobiliari), gli abitanti sono stati cacciati, gli edifici sono stati demoliti e al loro posto sono sorte delle costruzioni firmate dai più famosi architetti del momento, da Aldo Rossi ad Alvaro Siza. Ora, Siza è richiamato sul campo di battaglia per raccontare come un’area “di degrado” è diventata un indirizzo di prestigio. Un caso da manuale degli effetti perversi della rivitalizzazione urbana che dimostra come, anche sul fronte della casa, le truppe di occupazione ed i loro architetti non solo distruggono territori e comunità, ma riscrivono la storia.

2.3 Il conflitto per il possesso e lo sfruttamento delle risorse ambientali è il fronte indagato nel padiglione del Peru, che lega la salvezza della foresta all’educazione di massa, e del Cile con una serie di affascinanti progetti che fanno “molto con poco” in zone rurali.

Ad una esplicita denuncia dell’imperialismo ambientale è dedicata anche Extraction, l’installazione del Canada, un’opera di land art che lega politiche globali ed effetti locali. Realizzata all’esterno del padiglione nazionale, che è stato chiuso per restauri, o come si dice, perché il governo canadese non ha apprezzato l’approccio del curatore, consiste in un buco nel terreno situato nel punto mediano tra i padiglioni di Francia, Gran Bretagna e Germania, attraverso il quale il visitatore vede un filmato che documenta la rete di interessi economici che controlla e coordina le attività minerarie del Canada in ogni parte del mondo ed il loro impatto devastante.

3. 
I padiglioni nazionali offrono spunti di riflessione più articolati rispetto al padiglione generale, le cui postazioni sono presidiate da una batteria di prestigiosi invitati “a prescindere” - qualunque sia il tema o il titolo, loro ci sono - fra i quali i precedenti direttori della Biennale e tutti i campioni della “scuderia” Rolex (in molti casi le due caratteristiche coincidono) che, per le tre edizioni del 2014-2016-2018, è sponsor unico della Biennale.

Da Kazujo Sejima, che ha costruito il Rolex Learning Centre a Peter Zumthor e David Chipperfield che fanno parte del gruppo dei “mentori per l’arte e l’architettura” creato dalla ditta a scopo benefico, tutti sono in scena alla Biennale.

Il fatto che Rolex, come tutti i grandi marchi del lusso, non solo faccia costruire le proprie sedi dalle archistar, ma le usi come testimonials per i propri prodotti è una ulteriore conferma di quanto dice Renier de Graaf, associato dello studio OMA: «oggi l’architettura è uno strumento del capitale» (“architecture is a tool of capital, complicit in a purpose antitetical to its social mission”, Architectural Review, aprile2015).

Il risultato è che architetti che effettivamente si propongono di migliorare le condizioni di vita delle persone che si serviranno dei loro progetti vengono affiancati ad altri che mai hanno visto un campo di battaglia. Il teatrino di palazzo Grassi e la punta della Dogana di Tadao Ando, ad esempio, è collocato tra il lavoro di Rural Studio, un gruppo che da anni lavora e costruisce con le comunità rurali dell’Alabama, e quello dell’indiano Anupama Kundoo che recupera e reinventa tecniche e materiali. Il rischio di trasmettere, così, il messaggio che qualsiasi fronte vada bene, purché sia spettacolare, è evidente.

Nei dispacci dei corrispondenti di lusso in missione per la Biennale si parla solo di vittorie (in battaglie umanitarie, ovviamente) e sono pressoché assenti notizie di vittime, dispersi, “danni collaterali o non intenzionalmente inflitti”.

Tra le poche eccezioni, il gruppo Forensic Architecture che da anni si occupa di disvelare l’uso dell’architettura come strumento di guerra.

Di guerra si occupa anche il padiglione dell’Olanda che interpreta il titolo della mostra in senso letterale. La curatrice, i cui interessi di ricerca si concentrano sullo «spazio pubblico come zona di guerra», analizza Camp Castor la base delle Nazioni Unite che l’Olanda ha costruito e gestisce a Gao in Mali mettendo in luce il significato delle sedicenti missioni di pace e l’inestricabile intreccio tra guerra e sviluppo economico. Bella l’idea di far inaugurare il padiglione da un generale e non da un architetto.

4. 
Nel complesso, la Biennale dell’imperialismo umanitario, che il Financial Times definisce la «Biennale post Piketty», ignora alcuni fronti “caldi”. Ad esempio, manca una sezione dedicata a quello che fanno in Grecia gli architetti al servizio degli investitori internazionali e ci sono poche testimonianze dall’Africa.

Degli 88 invitati di Alejandro Aravena solo 4 sono africani (due dei quali sudafricani) e solo quattro paesi africani sono presenti con un loro padiglione: Egitto, Costa d’Avorio, Nigeria e Sud Africa; tutti ricchi e/o ben connessi con la comunità internazionale. Sono scomparsi i padiglioni dei piccoli paesi, come il Rwanda che, qualche anno fa avevano provato ad accedere alla Biennale. Ora il Rwanda compare solo in quanto destinatario di un progetto umanitario di sir Norman Foster: un droneport dove far atterrare gli aiuti internazionali. Manca anche l’Angola, che nel 2012 vinse con il suo padiglione un premio ufficiale della Biennale.

Debordante, invece, e pervasiva la presenza delle grandi e ricche università americane, in particolare il MIT con docenti e ricercatori protagonisti di molti padiglioni e il cui dean è membro della giuria della Biennale.

5.
Ed infine, cosa fanno i comandanti in capo insediati al quartiere generale mentre aspettano i dispacci degli inviati più o meno embedded? Business as usual, come dimostrano i tre progetti speciali sponsorizzati dalla stessa Biennale e che sono dedicati rispettivamente a:
- urbanizzazione sostenibile, un ossimoro caro alla Banca Mondiale e ai suoi accademici, secondo i quali quale sgombrare le terre coltivabili per cederle alle multinazionali e spostare tutti in città è un fenomeno, naturale, inevitabile e benefico per tutti;
- produzione di copie di opere d’arte che si trovano in siti in pericolo a causa di guerre e cambiamenti climatico, in modo da offrire alternative per un pubblico che vuole comunque visitare i siti storici (detto in altre parole fare dei falsi per catturate i turisti);
- e infine il fronte di Marghera. Che il cuore della Biennale batta per Venezia non è una novità. Ogni edizione è servita a promuovere una o più interventi che nel loro insieme hanno trasformato la città in una dependance della Biennale (vedi Mercanti in fiera, edizioni Corte del Fontego, 2014). Ora che il centro e le isole sono state conquistate, il fronte si è spostato in terraferma.

Di Marghera si occupa anche il padiglione Venezia con un progetto fortemente voluto dal sindaco Brugnaro che, col motto “Up Marghera”, intende promuovere la verticalizzazione della gronda lagunare e della terraferma per trasformare Marghera in “una nuova Manhattan e revitalizzare Venezia e l’Italia”, consentendo (niente di nuovo sul fronte occidentale!) lauti affari ai profittatori di guerra.



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