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domenica 8 maggio 2016

La bellezza della morale

«L’Italia vive dell’idea di bello come di qualità estetica. Ma sarebbe preferibile il concetto greco che non scindeva il bello dal buono». Il Sole 24 ore, 8 maggio 2016 (c.m.c.)


L’articolo 9 della Costituzione afferma che la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione, dove il paesaggio e la storia rimandano a quegli esiti significativi e olistici dell’esistenza carichi più di significato che di qualità estetica. La cultura non si limita al bello.

Diffusa è l’idea che la cultura equivalga al bello e di qui il pensiero, ormai troppo fatto, della bellezza che salverà il mondo. Ma l’uomo si salva solo coltivando varie aiuole dell’orto, non una sola. Se ritorniamo ai Greci, troviamo una idea di cultura ampia che dovremmo fare nostra, quella del kalokagathos, cioè del bello unito al buono. Essa comprende corpi e spiriti eccellenti, istituzioni, costumi e leggi da preferire, le cose che rifulgono, insomma tutto ciò che s’impone nel continuum tra “significato” storico e “rappresentazione” estetica. Quanto lontano da questa idea di cultura è l’uomo d’oggi, unilateralmente disciplinare e maniacalmente economico, la cui umanità a brandelli invoca una rilegatura.

Da un punto di vista filosofico, il bene è il campo in cui fioriscono le idee morali e politiche che servono a governare la vita individuale, di gruppo e di comunità. I valori primi possono essere considerati singolarmente – pace, libertà, felicità, giustizia, amore, creatività – e nel loro confluire in quei paesaggi e sistemi d’idee che sono le civiltà. Riguardano temi sui quali i pensatori s’interrogano da millenni e che portano ogni giorno ciascuno di noi, anche se non ce ne accorgiamo, alla fortuna o alla rovina. Ecco perché è importante imparare, fin sui banchi di scuola, come essere curiosi di sé ma anche di amici, rivali e nemici, perché frammenti di verità si trovano anche nelle tasche altrui e i frammenti nella nostra tasca non bastano.

Esagerare un fine primo come la libertà oppure l’uguaglianza porta a trasformare un bene in un male, perché nell’uomo sempre fermentano più valori primi, tutti ugualmente necessari, che solo il buon senso consente in una qualche misura di combinare, anche quando contrastano fra loro. I disastri del ’900 provengono da esagerazioni sia dell’Illuminismo che del Romanticismo, entrambi in origine movimenti liberatori. Esiste un terreno comune umano di fini primi che riguarda alcuni valori morali accettati da gran parte degli uomini, non sempre e ovunque ma in grande parte dei tempi e dei luoghi. Si tratta di valori condivisi senza i quali le società non comunicherebbero, non si comprenderebbero e non si riprodurrebbero.

Terreno comune è distinguere il bene dal male, il vero dal falso e il giusto dall’ingiusto; perseguire bisogni basilari come cibo, riparo, sicurezza e appartenenza a un gruppo; raggiungere un minimo di libertà, felicità e sviluppo delle proprie potenzialità; concepire gli individui in relazione al loro ambiente maturale e culturale, etc. Si tratta dei limitati valori primi che sono dati, accettati, validi in sé e parte del mondo oggettivo; distinti da usanze e inclinazioni inventate e adottate che la storia mostra come numerosissime e diversissime.

Secondo una durevole e prevalente tradizione di pensiero gli uomini disporrebbero della conoscenza naturale innata di un certo numero di verità universali ed eterne quali l’esistenza di Dio, la conoscenza del bene e del male e del giusto e dell’ingiusto, l’obbligo di dire il vero, di restituire i prestiti, di mantenere le promesse e di seguire alcuni o tutti i comandamenti della Bibbia. Al contrario, secondo pensatori come Epicuro, Lucrezio, Vico, Herder, Hume e Marx, le suddette verità si sarebbero formate tramite evoluzione e sviluppo culturale, sarebbero cioè il risultato di effetti cumulativi, privi tuttavia di struttura e di scopo. Per questi pensatori la “natura umana” sarebbe si comune ma non fissa. È un atteggiamento che porta al pluralismo dei valori, ma non al relativismo, per il quale i fini primi sono soggettivi, arbitrari e infiniti, idea che i pluralisti rifiutano.

È comune pensare che i beni contrastino con i mali e si armonizzino invece tra loro; ma è una idea sbagliata. È doloroso prendere coscienza che i beni possano contrastare anche fra di loro. Ciò spiega perché sia così difficile agire moralmente e politicamente per il bene delle persone e comune. Quando si tratta di beni che configgono, la scelta si fa drammatica. Infatti è impossibile essere perfettamente liberi e perfettamente uguali, perfettamente giusti e perfettamente compassionevoli, perfettamente pianificati e perfettamente spontanei, perfettamente consapevoli e perfettamente felici; altrettanto impossibile è essere a un tempo lucidi e stupefatti, calmi e furiosi, leali e neutrali. Risulta pertanto incoerente qualsiasi idea di una armonia perfetta tra tutti i fini primi.

Ne consegue che l’attuazione totale e contemporanea di valori può rivelarsi impossibile quando sono tra loro incompatibili. Necessità e bisogni antinomici possono essere bilanciati ricorrendo, più che a una magica sintesi dialettica, a imperfette e provvisorie composizioni: ad esempio concedendo una dose di libertà e una dose di uguaglianza, in modo che nessuno dei due fini giunga a schiacciare l’altro. Altre volte un tale compromesso si rivela impossibile, come quando una comunità si propone di massimizzare un valore ritenuto preminente, per cui non dà spazio agli altri valori.

Ogni scelta comporta la perdita delle alternative scartate e nel caso di valori incompatibili, il sacrificio di un fine a favore di un altro, così che la commedia umana si converte sovente in un doloroso dilemma. Neppure è possibile gerarchizzare i valori primi, distinguere i più importanti dai meno importanti, perché manca un criterio valido per misurarli. Ne consegue che i valori primi sono incommensurabili e quindi tutti ugualmente necessari.

Sono da ritenere validi non solamente i fini che prediligiamo ma anche quelli che scartiamo o addirittura detestiamo. Se ci dotiamo dell’empatia che Vico e Herder insegnano, capiamo come, in condizioni storiche particolari, sia stato possibile scegliere e perseguire in maniera coerente e comprensibile scopi che non sentiamo più come nostri. Grazie all’immaginazione è dato intravedere cosa abbia significato essere un servo greco, un soldato romano, un martire cristiano, un giacobino, un ayatollah o un hippy americano: tutti modi di vivere che hanno avuto senso in altri tempi e luoghi. Penetriamo e comprendiamo gli eroi di Omero e Wagner, ma non condividiamo più i valori di Achille e Sigfrido, pur rientrando Iliade e Tetralogia nel nostro canone culturale. I missionari hanno potuto convertire gli Isolani delle Trobriand e i Pigmei dell’Africa, perché si appellavano a valori che anche gli altri intendevano.

Il fatto che tutto il mondo desideri visitare l’Italia rivela anch’esso l’esistenza di un terreno comune umano, cioè la possibilità di apprezzare una serie di civiltà anche se si appartiene a un diversissimo paesaggio di idee.I valori di una civiltà possono confliggere con i nostri eppure rientrare in quel genere di fini che immaginiamo perseguibili senza che smettano di apparirci umani. Sono fioriture che appartengono ad aiuole diverse e comprendere le aiuole lontane è diventato compito affrontabile solo a partire dello storicismo, che la cultura europea ha inventato nel XVIII secolo; una conquista che ancora non ha raggiunto numerose parti del globo, come ogni giorno è dato di constatare.

Capire quanto non condividiamo è divenuta una necessità imprescindibile anche nel nostro Paese. Dobbiamo preservare il nostro centro di gravità culturale e farlo conoscere e rispettare a chi viene da fuori, ma possiamo al tempo stesso esercitarci in idee e gusti di altri continenti. Capire falsi miti, fanatismi e estremismi non esclude che si possa combattere per difendere la forma di vita che preferiamo dal nemico che si proponesse di distruggerla. Valori comuni ed empatie fungono da ponte tra le culture nell’andirivieni ininterrotto tra limitati valori primi che uniscono e innumerevoli usanze che dividono.

Chi crede in un sistema unico e finalizzato di valori inalterabili, universali ed eterni, più che nel terreno comune umano che empiricamente è dato riscontrare, tende all’intolleranza verso quanto ritiene falso, perverso e deviato. È così accaduto che perfino l’illuminista Voltaire abbia dato del barbaro a Shakespeare. Lo storicismo, figlio del Romanticismo, impedisce ormai a noi simili pregiudizi, per cui possiamo essere legati al nostro paese e al tempo stesso sentirci parti di un unico Pianeta.