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sabato 7 maggio 2016

Il ricordo. I 50 secondi che seppellirono la storia di quelle valli antiche

Il terremoto nel Friuli. Il racconto  di quegli istanti,  di quel luogo e la scomparsa di un mondo antico.  La Repubblica. 7 maggio 2016 (c.m.c.)



Ricordo perfettamente dov’ero e cosa facevo quando arrivò il terremoto del 6 maggio ‘76, e anche dov’ero e cosa facevo durante le scosse successive. Sono fotogrammi stampati nella memoria con nitidezza impressionante. È come per l’11 settembre 2001: tutti ricordiamo il momento in cui arrivò la notizia. Io ero a spasso per Napoli, c’era il sole, e una donna lanciò da una finestra il grido “Hanno bombardato New York, poi il grido si moltiplicò, corse di bocca in bocca come una fucilata per Spaccanapoli fino ai Quartieri Spagnoli.

Quella sera che la voce del Profondo urlò sotto i monti del Friuli stavo lavorando nella redazione de Il Piccolo, a Trieste, a 80 chilometri dall’epicentro. Una vecchia stanza con due scrivanie, ai piedi del Colle di San Giusto. Faceva caldo, le finestre erano aperte sulla strada, si sentiva profumo di acacia. Ricordo che scrivevo un pezzo sulla “Dottrina Brežnev” su una Olivetti Lettera 32. Alle 21 ci fu un tremito lungo e così regolare che immaginai una messa in moto anticipata delle rotative, due piani più in basso. Non mettevo minimamente in conto una cosa lontana, visto che la sedia ballava, e la sedia era sotto di me.

Il fatto è che quella cosa tremendamente vicina non accennava a smettere. Poi, dalla finestra, vidi che tutto il giornale — giornalisti e tipografi — si era riversato per strada. Ero l’unico rimasto in redazione. Uscendo, feci in tempo a vedere la tromba delle scale contorcersi su se stessa. La percorsi e quando arrivai per strada — senza correre per conservare un minimo di dignità — era già tutto finito. Non c’era nemmeno un’automobile in giro, il traffico era scomparso, ma le strade erano piene di gente. Tutta Trieste era uscita in ciabatte o maniche di camicia. Non avevamo la minima idea di dove avesse picchiato il terremoto.

La parola Friuli arrivò solo un’ora dopo, sotto forma di lancio d’agenzia, mentre ero chino sui tavoli della composizione del giornale. Volarono nomi di montagne note: San Simon, Chiampon.
Li sentii rimbombare cupamente. Poi si parlò di centri abitati. Gemona. Venzone. Noti anche quelli. Partirono i primi inviati e i primi soccorsi. Ma il terremoto ci mise del tempo a uscire dalla dimensione astratta di un telex. Non sapevamo che in quei cinquanta secondi era scomparso un mondo antico. Per quanto mi riguarda, forse non lo volevo sapere.

Ma sì. Non era possibile che fosse scomparsa Montenars, dove da bambino avevo passato estati a caccia d’asparagi o di gamberi di fiume sotto il Monte Quarnan. Non poteva essere crollata la bottega di alimentari di “sior Raffaele” dove avevo imparato la lingua locale e il gioco fulmineo della morra. Era impossibile che se ne fosse andata la piccola Magnano in Riviera, il paese che nonno Domenico aveva lasciato a otto anni per un destino d’emigrazione a Buenos Aires. Rifiutavo che non ci fosse più Artegna, con la casa della bella “Mariute” dal sottotetto pieno di pannocchie e la grande aia pavimentata con ciottoli dove avevo visto ammazzare il maiale.

All’alba del 7 maggio ci furono scosse di assestamento e ne ricordo perfettamente la prima. Ero in cucina, avevo in braccio mio figlio Andrea di tre mesi che, succhiando il biberon, subito avvertì il mio allarme sbarrando gli occhi. Fu solo allora, ricordo, nel grande silenzio della casa, che ebbi la percezione nitida della potenza del Profondo e capii perché quelle montagne mi erano sempre apparse arcigne. La cordigliera dei Musi, in particolare, segnata di bianche abrasioni, simile all’onda di uno tsunami, che separava le Alpi Giulie dalla pianura friulana. Poi aprii la radio e cominciò la conta dei morti e dei paesi distrutti.

Il 15 settembre mio cognato andava a insediarsi come pretore a Tolmezzo e si beccò entrambe le scosse, micidiali, che quel giorno diedero al Friuli il colpo di grazia. Con la seconda gli venne addosso l’intera parete di scaffali e bottiglie nel bar dove era andato a brindare al primo incarico di magistrato. Nelle settimane seguenti mollai per un po’ la redazione e finii con i soccorritori nella selvaggia alta valle del Torre, un posto dimenticato da Dio e anche dalla politica, dove avevamo allestito un campo di fortuna.

Fu lì che, verso sera, sentii il ghigno della Signora del profondo come mai prima. Ero in tenda, sfinito. Leggevo, ricordo, Praga Magica di Ripellino, l’unico libro che avevo nello zaino. A un tratto, con veloce crescendo, un lamento baritonale si impossessò della valle. Pareva un corno tibetano. Solo quando aprii la zip e guardai fuori, arrivò la scossa, sfasata di alcuni secondi rispetto al tuono. Era un banale assestamento, ma egualmente la valle parve rattrappirsi e gli strati contorti della montagna, in alcuni punti, presero a sparare scintille. Massi rotolarono nei ghiaioni, poi fu di nuovo silenzio. E non esiste silenzio più silenzio di quello che segue un terremoto.

Sono passati quarant’anni e non sono mai tornato nei posti dell’anima che avevo conosciuto prima del 6 maggio del ‘76. Mai più ad Artegna, a Magnano o a Montenars. Ci ho sempre girato attorno, meticolosamente. Troppa la paura di non saperli ritrovare o di scoprirvi l’ombra irriconoscibile del bambino che ero. Viaggiando, capivo che la ricostruzione più ben fatta d’Italia aveva cambiato tutto. Aveva sepolto un mondo più della furia di Persefone. Forse tutto sarebbe cambiato egualmente, certo. Ma quella resta per me la cesura. Non troverò mai più il Friuli che ho amato.
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