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domenica 15 maggio 2016

Dopo il 7 maggio: la speranza di Sant'Agostino

E adesso, dopo l'entusiasmo (e la fatica) delle iniziative del 6 e 7 maggio, "Emergenza cultura", il movimento cresciuto in pochi mesi, di oltre... (continua la lettura)

E adesso, dopo l'entusiasmo (e la fatica) delle iniziative del 6 e 7 maggio, "Emergenza cultura", il movimento cresciuto in pochi mesi, di oltre 100 Associazioni, 22 sigle sindacali e 9 fra partiti e movimenti politici, ha deciso che questa esperienza - preziosissima - non possa che essere l'inizio di un percorso.

Nato per contrastare la deriva che ha investito il nostro patrimonio culturale e paesaggio attraverso le riforme Franceschini e leggi quali SbloccaItalia, legge Madia, Codice degli Appalti e ddl sul consumo di suolo, Emergenza cultura è riuscito, in pochi mesi, a coalizzare un gruppo sempre più vasto di persone, di esperienze, di conoscenze di altissimo livello culturale, sociale, civico. Perché al contrario di chi ha pensato le riforme del Mibact, lo strumento che ci ha guidato per contrastare quello che riteniamo un gravissimo attacco all'art. 9 della Costituzione, è stato il confronto, la discussione, l'ascolto reciproco di posizioni diverse. Insomma, l'esercizio di quel senso critico che riteniamo essere uno degli obiettivi primari cui porta la conoscenza del nostro patrimonio culturale.

Lo si è capito benissimo nell'affollatissimo convegno del 6 maggio al Centro Congressi di Roma. Tantissime le analisi, i commenti, i racconti delle esperienze e delle iniziative che ruotano attorno ai beni culturali e al paesaggio: quasi da sopraffare per complessità e vastità dei problemi e del loro intreccio. Un’amplissima disamina delle ragioni del patrimonio - dalle Soprintendenze agli archivi, dalle Biblioteche ai Musei, ai cantieri di scavo - che ha impietosamente rivelato lo stato di preparalisi di tantissimi Istituti e luoghi della cultura, non più in grado di svolgere le funzioni loro assegnate per una mancanza di risorse ormai più che decennale. Asfissia aggravata dall'insipienza amministrativa che ha guidato gli ultimi provvedimenti ministeriali, a partire da quello sulla mobilità interna del personale, costretto ad un'autogestione imbrigliata in criteri opachi e contraddittori.

Ma poi anche le iniziative "dal basso", di Comitati ed Associazioni, che in questi tempi così faticosi si affiancano nell'opera di denuncia, ma anche, spesso, svolgono un'efficace azione civica a tutela di patrimonio e paesaggio.

E assieme, l'analisi puntuale dei provvedimenti normativi, nella pericolosità derivante dal loro carattere sistemico; pur se farraginosi, giuridicamente deboli e talora contraddittori, decreti e leggi di quest'ultima stagione sono accomunati in realtà da una coerenza ferrea: la ridefinizione sistematica della pubblica amministrazione mirata ad una compressione radicale delle sue competenze e funzioni. Quelle funzioni che permettono ad uno Stato degno della maiuscola, l'esercizio dei principi costituzionali, compreso quindi l'art. 9.

Ma assieme, fra questi interventi troverete (sul sito emergenzacultura.org) l'analisi della latitanza e conclamata inadempienza del Ministero, nell'insieme della sua componente dirigenziale, di fronte a qualsivoglia funzione di programmazione di area vasta, a partire da quella cruciale connessa alla pianificazione paesaggistica.

E lo svelamento articolato nel dettaglio e supportato da cifre e dati inequivocabili del carattere velleitario, e spesso dannoso delle ultime "invenzioni" della riforma: dalle Soprintendenze "olistiche" (e quindi sulla necessità delle specializzazioni, non come territori circoscritti, ma come rivendicazione della supremazia del sapere scientifico su quello amministrativo), ai poli museali regionali (un limbo di strutture eterogenee con finalità velleitarie quali i "sistemi museali regionali") alla così detta Scuola del Patrimonio (un ircocervo senza alcuna precisa visione culturale).

E, infine, e non certo per importanza, le ragioni del mondo del lavoro: dalla delegittimazione costante del personale interno alle condizioni incivili di precariato cui sono costretti ormai molte migliaia di giovani che pur in situazioni al di sotto della dignità professionale (dai tirocini, ai voucher, dagli stages ai contratti a 5 euro lordi l'ora per studiosi spesso plurispecializzati e dottorati) contribuiscono - tutti i giorni - e in modo sempre più determinante, a far funzionare archivi, biblioteche e musei, a catalogare il patrimonio, a gestire migliaia di cantieri archeologici l'anno.

Nella propaganda governativa delle riforme Franceschini e del miliardo per la cultura, non un solo centesimo è assegnato alla tutela del paesaggio, o per il miglioramento delle condizioni professionali del personale - interno e non - cui è affidato il compimento dell'art. 9.

Gli eventi di emergenza cultura, che hanno trovato una loro perfetta continuità nel convegno - partecipatissimo - organizzato a Bologna dalla locale sezione di Italia Nostra il 13 maggio, oltre ad un indubbio successo mediatico, hanno ottenuto altri risultati straordinari: riunire verso un obiettivo comune, gruppi che sinora avevano proceduto su strade separate, e addirittura confliggenti.

Oltre al personale del Mibact, il mondo dell'Università, quello del precariato, i sindacati, gli operatori culturali sul territorio, i comitati civici, le Associazioni a tutela del patrimonio e di categoria, partiti e movimenti politici, il mondo intellettuale che si sta mobilitando in difesa della Costituzione per il No al Referendum. Perché, come è stato sottolineato da molti, a partire da Salvatore Settis, nella Costituzione - con sapiente costruzione - i vari articoli si richiamano l'un l'altro, necessitandosi: così la difesa dell'art. 9, si ricollega direttamente agli articoli 1, 3, 4, 33, 35, 36...

Credo che per i lavoratori del Mibact sia stato il momento dell'orgoglio ritrovato, per quello delle Università, il rinnovarsi della consapevolezza che la ricerca - ciò che lega tutela, valorizzazione, insegnamento - è tale solo se pienamente libera e non ammette cesure istituzionali, per i precari, la speranza che la loro condizione diventi una battaglia allargata: perchè il futuro di questo Ministero passa anche e soprattutto attraverso di loro. Inevitabile, adesso, che questa esperienza prosegua e, accanto e oltre la denuncia, riesca a costruire una diversa proposta per l'attuazione dell'art. 9.

Non sarà semplice, ma intendiamo "usare" le energie intellettuali e le competenze emerse in chi si riconosce in "Emergenza cultura", innanzi tutto per elaborare dei correttivi all'attuale quadro normativo e proporre, di conseguenza, una diversa e più efficace attuazione di quanto prescrive il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. È un impegno complesso, soprattutto perché passa attraverso un obiettivo ineludibile, che è quello dell'allargamento del "popolo dell'art. 9".

Abbiamo il dovere, prima di tutto, di ampliare la platea di chi riconosce l'importanza cruciale di quell'articolo come strumento di consapevolezza civile. La "democratizzazione" del patrimonio culturale è un passaggio ancora incompiuto della nostra democrazia: dalla ristretta platea di una colta élite di frequentatori di musei e monumenti, siamo approdati alla folla dei turisti consumatori, teleguidata nelle scelte. È successo in pochi decenni, senza mediazioni, anche per colpa nostra: abbiamo il dovere di recuperare, in fretta e aiutare a costruire una maggioranza di cittadini che, in quanto tali, rivendicano un diverso modo di accesso al patrimonio, più consapevole e critico.

Dopo il 7 maggio, però, sappiamo di possedere entrambi i "figli" della speranza:
La speranza ha due bellissimi figli, lo sdegno e il coraggio.
Sdegno per le cose come sono e coraggio per cambiarle.

Sant'Agostino