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venerdì 6 maggio 2016

A Roma decide la città: ecco la carta dei beni comuni anti-sgombero

« La protesta della campagna "Roma non si vende" si è trasformata nella proposta "Decide la città": una carta dei diritti in dieci punti che sarà sottoposta ai candidati sindaci sabato 14 maggio». Il manifesto, 6 maggio 2016 (c.m.c.)

Quelli di «Decide Roma» sono gli unici oggi a riuscire nell’impresa impossibile: manifestare a Roma con 20 mila persone. È successo il 19 marzo scorso e questo resterà un evento nella campagna elettorale più deprimente della storia della Capitale. Da mesi c’è un tam tam in città: 860 spazi (centri sociali, atelier, associazioni) rischiano lo sgombero. 

L’altra faccia di Mafia Capitale
Il pericolo riguarda Esc, Auro e Marco o la Torre, palestre popolari come quella di San Lorenzo e associazioni come «Il Grande Cocomero», il centro riabilitativo di neuropsichiatria infantile protagonista dell’omonimo film di Francesca Archibugi. Così è nata la campagna «Roma non si vende» che ha l’obiettivo di ripensare gli spazi pubblici e i beni comuni in una città dove la giunta dei commissari guidata dal prefetto Tronca ha dato attuazione alla delibera 140 voluta dal sindaco defenestrato Ignazio Marino. Reti sociali, solidali e di prossimità saranno messe sul mercato immobiliare. L’obiettivo, stando al Documento Unico di Programmazione (Dup) approvato da Tronca, è quello di incassare 15 milioni di euro all’anno per i prossimi tre. Un modo per fare cassa nella città da 12 miliardi di euro di debito.

Il costo sociale di questa operazione è immenso: destrutturazione capillare delle reti associative, culturali, dell’autogestione che a Roma rappresentano un’eccezione. In passato, la prima giunta Rutelli cercò – inutilmente – di mettere ordine con la «delibera 26»: canone «sociale» e regolarizzazione delle occupazioni in città. Oggi si chiedono gli arretrati a prezzi di mercato, ignorando gli accordi precedenti: alla Torre 6 milioni di euro, al grande Cocomero 116 mila euro.

È l’altra faccia di Mafia Capitale: con la scusa del caso «affittopoli», del ritorno alla legalità, per cancellare la stagione degli «affidamenti diretti» che tanti guai e corruttele ha portato, si è scelto un rimedio peggiore del male: il bando che favorisce la privatizzazione delle politiche sociali e la vendita del patrimonio pubblico. La campagna «Roma non si vende» è cresciuta, si è coalizzata e ha maturato una discreta fiducia in se stessa. Qualche risultato lo ha raggiunto: gli sgomberi sembrano essere stati messi in stand-by. Nel frattempo la protesta è passata alla proposta. Da settimane ci sono assemblee nei quartieri della Capitale dove si sta scrivendo la «Carta di Roma Comune» in dieci punti. 

Una carta in dieci punti
Il principio è chiaro: il patrimonio pubblico non è alienabile e a Roma devono tornare in vigore i principi della carta costituzionale stabiliti negli articoli 42-45: quelli che parlano di «finalizzazione sociale della proprietà», di «socializzazione dei beni produttivi e dei servizi di interesse generale» e di «tutela della cooperazione mutualistica». Nella carta si parla, inoltre, di «autogoverno».

Singolare esperienza di diritto dal basso, nato dall’incontro tra docenti, attivisti, ricercatori precari e abitanti dei quartieri, la carta di Roma Comune conta almeno su un precedente: lo statuto della fondazione del teatro Valle Bene Comune. Elavborata nel corso delle assemblee nel teatro occupato tra il 2011 e il 2013 e in una consultazione online, oggi è un’esperienza che ha sedimentato alcuni argomenti-chiave e una serie di argomenti decisivi.

Nel testo di “Roma Comune” si parla di diritto sorgivo: “Il diritto non è solo quello prodotto dall’autorità dello Stato. Il diritto nasce dalle pratiche, dalle convenzioni, dalle consuetudini, dagli usi. Questo diritto sorgivo reclama un riconoscimento da parte delle istituzioni, ma è già diritto, prima di questo riconoscimento. Nessuno potrà più cancellarlo”. 

I nuovi corpi intermedi
Il riconoscimento di questo diritto rappresenta un problema politico e genera un conflitto. Questo, in fondo, è un problema ordinario nel diritto: l’istituzionalizzazione di un processo o una pratica, di un’invenzione normativa o di un comportamento diffuso investe ad esempio il riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali, in particolare il loro diritto ad amarsi e unirsi in matrimonio. Nella carta romana il diritto vivente viene declinato in tutti i campi della vita sociale e dei servizi pubblici: acqua, mobilità, istruzione, cultura, casa, governo e amministrazione della città, partecipazione ai processi decisionali.Si parla di beni comuni urbani: “Gli spazi sociali, le associazioni virtuose, i centri culturali, le fabbriche riconvertire e le nuove esperienze di lavoro cooperativo, quei “corpi intermedi” e quelle forme di democrazia popolare che si oppongono allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo”. 

Essere autonomi, oggi
Il valore fondamentale evocato è quello dell’autonomia: “Significa “darsi le regole da sé”. Ma autonomia è anche apertura della singola entità o comunità autonoma alla relazione con l’altro. Per questa ragione, prima di ogni delibera o regolamento imposti dall’alto, hanno priorità e precedenza le scritture collettive dei singoli statuti di autogoverno”.

Di questa visione coraggiosa, e senz’altro innovativa rispetto a un dibattito stagnante e a dir poco mediocre, si possono rintracciare l’origine in alcuni passaggi degli ultimi libri di Stefano Rodotà, Il diritto ad avere diritti o Diritto d’amore. Anche in questo caso si ragiona sul concetto di autonomia e sull’incontro con i movimento sociali.

L’incontro con i movimenti serve al diritto per «conoscere se stesso, il proprio limite, l’illegittimità di ogni sua pretesa di impadronirsi della vita – scrive Rodotà -. Emerge così uno spazio di non diritto nel quale il diritto non può entrare e di cui deve farsi tutore, non con un ruolo paternalistico, ma con distanza e rispetto». Dal punto di vista dei movimenti, il diritto serve a riconoscere e a coltivare una tensione nel darsi regole che possono cambiare, seguendo una geometria delle passioni interna alle relazioni tra il soggetto e la sua vita. 

La “Soluzione ponte”
Concetti lontani anni luce dallo stato di eccezione in vigore in città e dall’autoritarismo della «democrazia decidente» renzian-craxiana. Gli attivisti della campagna hanno invitato i candidati sindaci della Capitale a un incontro sabato 14 maggio a San Lorenzo. In quella sede sottoporranno l’ingegnosa proposta di una «soluzione ponte» per l’affidamento in custodia temporanea di tutti gli spazi del patrimonio pubblico presenti in città.

Il testo, scritto in punta di diritto, propone di ricomprendere tutte le realtà che “svolgono comprovate attività socialmente utili di interesse cittadino o municipale” in un nuovo elenco. Tale elenco sarà un supporto utile per definire il “Regolamento sulla gestione del patrimonio” e ristabilire il criterio per l’accesso alla disponibilità dei beni pubblici e di interesse sociale”. Alla base c’è un altro principio costituzionale, quello della sussidiarietà orizzontale stabilito dall’articolo 118 che favorisce “l’autonoma iniziativa dei cittadini, singolie associati”.

Ancora un volta, si cerca un rapporto virtuoso tra i movimenti sociali e Costituzione, il testo che è stato cambiato dalla riforma renziana per un buon terzo. Ma questa è un’altra storia.
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