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mercoledì 25 maggio 2016

A proposito degli OGM (e non solo): conoscere non significa utilizzare

Nella lista di discussione "Officina dei saperi", aperta da Piero Bevilacqua si è aperta una interessante discussione sull'atteggiamento da  tenere sulla questione degli OGM (organismi geneticamente modificati). Ci è sembrato utile offrire ai nostri frequentatori il documento che qui, col consenso dell'autore, pubblichiamo


Care amiche e cari amici,
scusate per l'insistenza sul tema, ma anch'io avevo scritto delle riflessioni sugli ogm, tenute nel computer per non essere troppo invadente. Dopo i due importanti contributi di Marcello  e di Dario, che si muovono in ambiti specialistici diversi, vorrei cercare di mostrare, intervenendo sullo stesso tema, la necessità di un approccio multidisciplinare , di valutare il linguaggio e il ruolo dei media, di stabilire che cosa è per noi innovazione. Le riflessioni che seguono nascono a margine della trasmissione televisiva Ballarò del 19 aprile. Erano presenti vari esperti e c' era anche il ministro Martina, che per la verità si è difeso bene contro i fautori degli ogm.

«Allora, fanno male o non fanno male gli ogm?» andava chiedendo ai suoi ospiti il conduttore Massimo Giannini, con il tono penosamente banale di chi non ha letto neppure un rigo sull'argomento.  Vediamo di seguito le questioni.

1° problema. Fanno Male? Marcello ha mostrato da par suo in che senso possono far male e non c'è molto da aggiungere. Io vorrei richiamare l'attenzione sulla banalizzazione del linguaggio giornalistico. Che senso ha dire fa male o non fa male? Gli ogm non sono certo prodotti tossici, non fanno venire il mal di pancia se ingeriti, altrimenti neppure circolerebbero. Ma questa mancanza di tossicità è sufficiente a dire che non fanno male? Se io respiro un pugno di polvere di amianto non farò neppure uno starnuto. Per questo aspetto rinvio al documento di Dario, che mostra i casi di fallimento della scienza in campo alimentare ( dagli oli idrogenati, al glifosato, alla diffusione della BSE tra gli uomini, ecc).Ma fra 10-15 anni ho una probabilità elevatissima di sviluppare un tumore mortale alla pleura o ai polmoni. Questo del “fa male non fa male” rivela una modalità di pensiero di devastante superficialità. Come se noi possedessimo davvero gli strumenti tecnologici per stabilire scientificamente se il mais bt ci fa male. E' evidente che, sotto tale profilo, il principio attivo del bacillo può, ad es., interagire con i batteri del mio intestino o di quello degli animali di allevamento che se ne nutrono, ma - a meno di disturbi acuti – come facciamo a sapere quel che succede nel nostro organismo, vista la grande varietà di cibi che mettiamo nel nostro stomaco ogni giorno? Come si fanno a vedere i risultati nel corso degli anni? Tale riflessione riguarda il rapporto tra il cibo e il cancro. Ci sono studi sui cancerogeni, certo, che dicono qualcosa sui singoli alimenti pericolosi. Ma il fatto è che nessun laboratorio scientifico è in grado di riprodurre il cocktail chimico che si crea nel nostro organismo, dove confluiscono non solo residui di pesticidi, di diserbanti, conservanti, coloranti, sostanze chimiche varie, ecc, ma anche le molecole dei gas di scarico delle nostre saluberrime città. Anche qui rinvio al testo di Dario. Solo la diffusa presunzione tecnologica ci fa supporre che la scienza sia in grado di stabilire la sicurezza di lungo periodo dei cibi industriali. Nessuno screening è in grado di stabilirlo. E' un fatto che tutte le popolazioni dei paesi in via di sviluppo appena assumono il modello alimentare dei paesi avanzati, nel giro di una generazione, acquisiscono la stessa predisposizione ad ammalarsi di cancro dei paesi avanzati. Esistono indagini epidemiologiche schiaccianti in proposito. Perciò i tumori aumentano in maniera esponenziale, ma nessuno è in grado di avventurarsi sulle piste delle loro cause. Il principio di precauzione ricordato da Dario è una soglia giuridica irrinunciabile se non si vuol capitolare del tutto alle ragioni del profitto.

2° problema. Gli ogm vanno accolti, perché la scienza deve andare avanti. Opporvisi è considerato un atteggiamento antiscientifico e irrazionale. Il medico Umberto Veronesi è un campione di questa campagna di discredito. Una ragione, apparentemente di buon senso , a supporto di tale posizione è: gli agricoltori hanno sempre modificato le piante, solo che oggi adoperiamo una tecnica diversa, modificando i geni. Una tale tesi, è stata sostenuta da autorevoli filosofi della scienza, come Edoardo Boncinelli e Giulio Giorello. Ma è davvero così? Sono uno storico dell'agricoltura e so bene che i contadini hanno continuamente manipolato semi e piante per migliorarli. Ma in 10 mila anni di storia, mai avevano inserito materiate genetico del mondo animale in una pianta. Gli ogm non sono la continuità di una vecchia storia, ma una rottura genetica senza precedenti del mondo botanico.

3° problema. Altra superstizione camuffata da progressismo scientifico: la scienza comunque deve andare avanti, com'è sempre stato nella secolare storia umana. Essa, infatti, ha portato sempre benefici. Attenzione: qui incontriamo un travisamento concettuale ricorrente, soprattutto fra gli scienziati. Si confondono come sinonimi sapere e tecnologia. L'avanzamento del sapere è infatti sempre e universalmente utile all'umanità. Anche quando crea disincanto e dolore ( Leopardi non sarebbe d'accordo). La tecnologia non sempre lo è. La conoscenza dell'atomo è una conquista rilevante nell'esplorazione della materia. La bomba atomica, suo frutto tecnologico, è un'arma pensata per il genocidio. Le assegneremo comunque un'utilità sociale? La perorazione astratta dell'avanzamento della scienza non è altro che un pregiudizio fideistico. Pura superstizione, come credere nell'esistenza del Diavolo. Dunque non sempre la ricerca è utile e necessaria, ci sono strade diverse e non tutte conducono a un fine universalmente utile. Pensate se la fisica moderna non avesse preso la strada della ricerca atomica nella seconda metà del '900, impegnando le migliori menti del secolo e facendo investire ingenti risorse statali per fabbricare ordigni di morte. E pensate se invece avesse studiato le energie alternative, il solare, il vento.... Oggi forse avremmo scongiurato il riscaldamento climatico che incombe sul nostro immediato futuro. Questo punto, dunque, vale a dire quale tipo di strada prende la ricerca, è rilevantissimo per il nostro atteggiamento di fronte alla scienza contemporanea, che è in genere priva di una visione complessa del reale. Ancora oggi quanta ricerca si fa, in gran segreto, per rendere più devastanti bombe, armi e vari dispositivi bellici?

4 problema. Qual'è la ricerca tecnologicamente più avanzata di cui media e politici si riempiono la bocca nel più totale e superficiale conformismo. Qui tocco un punto essenziale, legato agli ogm, ma di valore più generale e che implica una scelta etico-politica. La senatrice Elena Cattaneo, ostinata fautrice di questi nuovi prodotti, li sostiene come il risultato della ricerca scientifica più avanzata. E' una posizione che rivela in maniera cristallina come la scienza possa farsi fautrice di cattive cause. Che cosa c'é di più avanzato negli ogm, rispetto all'agricoltura convenzionale, se non la capacità tecnica di manipolare i geni delle piante come mai era accaduto in passato? Che cosa non la creazione di nuovi prodotti economicamente ( a quanto pare) più competitivi? Ma la Cattaneo e tutti gli altri sostenitori degli ogm non si accorgono di essere attestati su un fronte scientifico arretrato, di combattere non per una agricoltura più innovativa, ma più vecchia. Vecchia nel modo di produrre, anche se getta sul mercato prodotti tecnicamente nuovi. Il mais bt, la soia round up, ecc sono infatti prodotti pensati per diminuire i costi di coltivazione di queste piante ( e per far incassare ingenti profitti di royalties alle multinazionali produttrici, come ricorda Marcello), ma non cambiano in nulla la struttura produttiva dell'agricoltura industriale, anzi la marcano ulteriormente in senso antinaturale. Concimi chimici e diserbanti continuano a inquinare l'aria, la terra, l'acqua di falda, nelle grandi distese argentine, brasiliane, statunitensi in cui sono coltivate. E questa è la novità, il grande portato di tanta ricerca? Nuovi prodotti per il mercato secondo una vecchia logica che non guarda ad altro fine che al profitto? E' questa la frontiera più avanzata della scienza? Produrre di più e a meno costi (?) lasciando invariato il paradigma scientifico su cui si regge da un secolo l'agricoltura industriale?

No, non è questa. Per noi la frontiera più avanzata è' quella che affronta una grande sfida, una sfida che nasce da una visione complessa e olistica della realtà, in cui non ci sono solo i beni agricoli e il mercato, ma anche il mondo dei viventi, uomini e animali e la loro salute. La sfida scientifica vera è quella di produrre cibo in quantità, per una popolazione crescente, come in passato ha fatto l'agricoltura industriale, ma senza avvelenare gli habitat agricoli, rigenerando la fertilità del suolo oggi annichilito da un secolo di concimazioni chimiche, conservando la vita degli animali, producendo beni agricoli sani e di qualità. Ecco la nuova frontiera che tanti scienziati non sanno intravedere, prigionieri di un progressismo scientistico ingenuo e fallimentare. Alla base di tale indirizzo c'è un mutamento generale di paradigma: il suolo non è considerato un supporto neutro su cui far crescere le piante pompandole con concimi chimici, ma è un organismo vivente, un ecosistema che va rigenerato continuamente, come hanno fatto gli agricoltori per circa 10 mila anni nei vari angoli della Terra. L'agricoltura non è una qualsiasi macchina che produce merci, non è una fabbrica di manifatture. Si svolge entro habitat dotati di propri equilibri vitali – il suolo, l'acqua, l'aria, clima, l'umidità, gli insetti, gli uccelli, ecc - con cui fare i conti, da riprodurre e da valorizzare. L'agricoltura convenzionale ha trasformato l'agricoltura elaborata in millenni di storia in una pratica industriale come le altre.

E' dunque qui la novità rappresentata dall'agricoltura biodinamica e biologica. La ricerca scientifica su cui queste si reggono non è orientata a fabbricare qualche nuovo prodotto patentato (ogm) da gettare sul mercato , ma studia le piante nel loro ambiente, per scoprire strategie di difesa, ad es. contro gli attacchi dei parassiti, le muffe, ecc. Tutti gli insetti utili presenti nell'agricoltura biologica esistono oggi grazie agli studi dell'entomologia. La scienza più avanzata ha scoperto che se non si avvelena l'ambiente delle campagne, se non si alterano con la chimica gli equilibri complessi della natura, gli insetti utili fanno il loro lavoro senza alcun intervento umano. Naturalmente , il fronte dell'innovazione passa anche attraverso il miglioramento genetico delle piante, grazie a una ricerca che mira a rafforzare, contro funghi e parassiti, l'immenso patrimonio di biodiversità agricola della nostra tradizione. Ma non puntando a tirar fuori dai laboratori il singolo prodotto Frankenstein, come fosse l'ultimo gadget elettronico di successo. La ricerca deve puntare a rafforzare le piante senza ridurre la biodiversità genetica e tenendo presente il grande obiettivo di ripristinare la salubrità degli habitat naturali compromessa dall'agricoltura industriale, di ricostruire l'equilibrio del mondo vivente in cui tutti siamo immersi, come produttori e consumatori.

5° problema. C'è un lato della discussione sugli ogm che ci mostra come gli scienziati abbiano un approccio unilaterale, risultando molto sguarniti sul piano del sapere economico e del sapere storico. La senatrice Cattaneo e altri come lei, lamentano di non poter costruire in Italia il mais bt per poter competere con l'analogo organismo g.m. prodotto nelle Americhe. Sotto il profilo economico, diciamo benevolmente, che si tratta di una ingenuità. In Argentina, Brasile, in Usa, ecc si coltivano piante ogm su immense superfici, con pochissimi coltivatori, ecc, ecc. Già ne ha parlato Marcello. Come facciamo a competere con queste realtà produttive a costi bassissimi? E dobbiamo poi competere? Dobbiamo riempire le nostre limitate pianure di concimi chimici e diserbanti, affidando tutto alle macchine?

Sotto il profilo storico – e qui perdonate l'enfasi – l'ignoranza degli scienziati assume vette intoccabili, in cui l'aria si fa rarefatta. Dobbiamo correre dietro gli ogm? Ma noi abbiamo una agricoltura che per ricchezza e varietà botanica non ha uguali al mondo. Frutto di una geografia e di una storia che non ha termini di confronto. La geografia dice che nei 1200 km che vanno dalle Alpi al canale di Sicilia, l'Italia possiede una varietà di habitat, di climi, di terre, che nessun paese al mondo ospita in così limitato spazio (L. Gambi) La storia ci dice che già nella Roma imperiale si è realizzata la prima globalizzazione agricola, e sulla nostra Penisola sono state acclimatate piante provenienti da ogni angolo dell' economia-mondo imperiale. Le piante orientali introdotte dagli Arabi nel Medioevo hanno trovato in Sicilia e in Andalusia una nuova patria, prima di emigrare nei restanti territori peninsulari. E l'ultima globalizzazione agricola, dopo la scoperta dell'America, ha portato in ogni angolo della Penisola, pressoché tutte le piante americane, dalla patata al peperoncino, dal pomodoro al fico d'India.

E infine...un aspetto incredibilmente trascurato. L'immensa biodiversità agricola rielaborata per secoli sulle nostre terre, non si è svolta nel vuoto, ma sui territori, in habitat particolari, e ha dato vita a un patrimonio impareggiabile, che solo la stolta ignoranza di tanti scienziati può sottovalutare: il paesaggio. Agricoltura, modellamento del territorio naturale, creazione di forme estetiche originali, sono state un processo unico. Non solo beni agricoli, ma eleganza delle forme di plasmazione della natura. Come si fa a parlare di agricoltura italiana ignorando la ricchezza di questa storia millenaria fatta di biodiversità, qualità e bellezza, che nessun miracolo tecnologico è in grado di riprodurre? E noi dovremmo inseguire il modello dell'agricoltura ogm? Ma, almeno una volta tanto, ricordiamo che il Modello siamo noi.
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