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mercoledì 27 aprile 2016

Una barbarie giustizialista?

Credo che sulla polemica esplosa in seguito alla dichiarazioni di Camillo Davigo occorra un di più di riflessione politica ... (continua la lettura)




Credo che sulla polemica esplosa in seguito alla dichiarazioni di Camillo Davigo occorra un di più di riflessione politica, rispetto alle schermaglie formali, alle difese e alle accuse che abbiamo letto in questi giorni. Sotto la densa polvere che si è alzata occorre cogliere una sostanza politica di primissimo rilievo. Sono in totale disaccordo con quanto sostiene Anna Canepa, segretaria di Magistratura Democratica, a proposito delle posizioni di Camillo Davigo, nell'intervista concessa ad Andrea Fabozzi, sul Manifesto del 24 aprile. Sono in disaccordo non tanto per i contenuti in sé, che rientrano in logiche e schermaglie di corrente e che interessano a pochi italiani. Anche se nell'intervista vi si leggono banalità folgoranti del tipo: «Noi pensiamo che la corruzione non possa essere affrontata esclusivamente in termini repressivi». Un motivo di bassa retorica per depotenziare le posizioni di Camillo Davigo e ridurlo al rango del Grande Repressore.

Ma come si può attribuire una convinzione del genere non dico a un magistrato dell'intelligenza di Davigo, ma una qualsiasi persona di media cultura? Chi può non essere d'accordo su questo punto? Ma il fatto è che se manca la repressione, il resto (l' amministrazione efficiente, un giustizia più rapida, la cultura della legalità, ecc.) non tiene. Senza la certezza della sanzione, la tendenza a delinquere appare incomprimibile. Soprattutto, per svariatissime ragioni storiche, in Italia. Non dimentichiamo che nel nostro paese sono ancora vive e vegete due forme di criminalità organizzate che risalgono a prima dell'unificazione nazionale, la mafia e la camorra, mentre una terza, meno antica, la 'ndrangheta, ha un raggio d'azione a scala mondiale.

Capisco bene quanto ha dichiarato ad Aldo Cazzullo, Reffaele Cantone, in un'intervista su Corriere del 23 aprile: «Mani Pulite ha fallito perché le manette non bastano». Certamente, le manette non sono bastate e non bastano mai, in nessun caso. Ma chi doveva far seguire alla repressione i fatti di una profonda trasformazione della macchina amministrativa, delle procedure giudiziarie, delle strutture della vigilanza e dei controlli? Chi se non i governi e il ceto politico? Chi non ha fatto seguire alla galera i fatti positivi di un profondo rinnovamento anche dello spirito pubblico nazionale? Chi, se non il potere legislativo e gli esecutivi? Sono costoro che sono mancati alla prova. Non certo i magistrati, che avevano svolto il loro compito e a cui spettano altri compiti. 

In questo modo, per difendere il governo Renzi capovolgiamo la verità dei fatti e con una capriola retorica gettiamo la croce su Mani Pulite? Ma allora un po' di storia, per favore, in questo paese della Grande Dimenticanza. Un po' di storia non tanto per Cantone - magistrato prezioso per l' opera che svolge nel nostro paese - ma soprattutto per il presidente del Consiglio. Le parole polemiche di Davigo sui politici che continuano a rubare, come in passato, ma ora non se ne vergognano - che certo non sono formalmente ineccepibili in chi rappresenta un sindacato - nascono nell'atmosfera tossica creata dalla dichiarazione di Renzi al Senato il 20 di questo mese. In quella occasione ha detto testualmente che negli ultimi 25 anni sono state scritte «pagine di autentica barbarie legate al giustizialismo». 25 anni? Ora lasciamo da parte Mani Pulite, che di sicuro eccessi ne ha commessi, ma senza i quali non avrebbe scoperchiato un sistema di corruttela così pervasivo e onnipotente. Chi ha governato in Italia dopo quel terremoto giudiziario?

Abbiamo già dimenticato? Noi siamo appena usciti da una fase storica in cui un avvocato, Cesare Previti, che faceva vincere le cause al suo padrone comprando i magistrati che lo giudicavano, è diventato ministro della Repubblica. Vigeva allora la barbarie giustizialista? Erano gli anni in cui il presidente del Consiglio, Berlusconi, con i suoi avvocati fatti eleggere in Parlamento, si faceva emanare le leggi che dovevano salvarlo dalla cause pendenti. L'intero parlamento della Repubblica asservito ai voleri, ai capricci, perfino alle bugie ridicole di un magnate. A questo giustizialismo allude Renzi? Sono anni di giustizialismo i nostri, in cui il parlamentare Denis Verdini, amico del presidente del Consiglio Renzi, e suo importante sostegno politico, con ben 6 rinvii a giudizio, è tranquillamente al suo posto e continua a onorare della sua presenza il nostro Parlamento? Ma perché Renzi scopre oggi l'urgenza del garantismo? Non è per caso che, avendo fondato il suo potere su una costellazione di appoggi, dal mondo imprenditoriale a quello finanziario - come ha ben scritto A.Floridia sul Manifesto del 14 aprile - teme che qualche inchiesta giudiziaria possa mandare in aria il suo traballante castello?

Ora, nel paese in cui si tende a guardare solo al dito e a non scorgere la luna, bisogna ricordare che Davigo ha anche fatto una affermazione importante, ripresa da pochi: «la classe dirigente, quando delinque, fa un numero di vittime incomparabilmente più elevato di qualunque delinquente da strada, e fa danni più gravi». Ed è questo il punto, il vero punto da discutere. Perché la corruzione dominante nel nostro paese, non è quella dei ladruncoli di strada, ma delle classi dirigenti. E tra queste, lo si voglia o no, occorre metterci mafia, 'ndrangheta e camorra, sia per l'imponenza dei capitali che muovono, che per l'ampiezza dei territori che controllano. Tale corruzione non è solo rilevante per il danno economico che infligge al paese, com'è universalmente riconosciuto. Essa rivela in realtà una questione politica di prima grandezza, a cui la sinistra dovrebbe guardare con più attenzione. 

Più di quanto non si creda essa è legata strettamente alla dissoluzione dei grandi partiti di massa, i quali formavano e selezionavano i quadri politici destinati alle amministrazioni locali, al Parlamento, alla loro stessa gestione in centro e in periferia. Erano questi che operano i primi filtri e controlli sulla qualità, innanzi tutto morale, dei propri esponenti. Oggi tale lavoro di selezione e filtro non esiste più. I presidi politici della legalità sono stati sciolti. E chi decide di fare politica lo fa per pura ambizione personale, entrando in un agone competitivo interpersonale, anche con i propri compagni e in cui tutto è permesso - Renzi fa testo col suo comportamento nei confronti di Letta - e con una inclinazione verso l'illegalità facilmente intuibile. 

Ma la scomparsa dei grandi partiti popolari, nel nostro caso del PCI, e l'emarginazione crescente del sindacato, hanno anche un altro esito rilevantissimo per il dilagare della corruzione. Perché in mancanza di un grande antagonista organizzato, capace di opposizione, vigilanza e controllo, le classi dirigenti italiane, i nostri ceti dominanti e quei politici che li rappresentano, sono da 20 anni impegnati in un'azione predatoria del bene pubblico di un'ampiezza senza precedenti. Un'opera imponente di manomissione che solo il vigore delle leggi riesce in parte a contenere e limitare. Oltre all'azione generosa di pochi movimenti. 

La predazione, tramite soprattutto le Grandi opere, riguarda il territorio, l'acqua, il patrimonio urbano, i beni artistici , le città, il paesaggio. Anche spesso i nostri diritti. Allora, caro Cantone, è evidente che «le manette non bastano». La legge e la vigilanza dei magistrati servono solo a contenere parte di quella predazione di classe che scivola nell'illegalità, la punta dell' iceberg. Non il resto. Perciò non solo non è giusto, ma è un grave danno criticare i magistrati intransigenti. Perché oggi, quanto meno, costituiscono l'insufficiente argine in difesa del bene pubblico.