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domenica 24 aprile 2016

“Riforme confuse”. Il no di 56 giuristi

«Appello firmato anche da 11 ex presidenti della Corte costituzionale in vista del referendum di ottobre Nel mirino la pluralità di iter legislativi “con rischi di incertezze e conflitti”». La Repubblica, 24 aprile 2016 (c.m.c.) 
  

Cinquantasei giuristi hanno pubblicato un documento di critica alla riforma costituzionale in vista del referendum confermativo di ottobre, quello su cui Matteo Renzi ha deciso di giocarsi la permanenza a Palazzo Chigi. «Non siamo fra coloro che indicano questa riforma come l’anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostra Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo - scrivono i firmatari, tra cui costituzionalisti come Gustavo Zagrebelsky, Valerio Onida, Antonio Baldassarre, Lorenza Carlassare, Ugo De Siervo -. Siamo però preoccupati che un processo di riforma, pur originato da condivisibili intenti di miglioramento della funzionalità delle nostre istituzioni, si sia tradotto in una potenziale fonte di nuove disfunzioni e nell’appannamento di alcuni dei criteri portanti dell’impianto e dello spirito della Costituzione».

MAGGIORANZA ONDEGGIANTE
La prima preoccupazione riguarda il modo con cui la riforma è stata approvata, «da una maggioranza (peraltro variabile e ondeggiante) prevalsa nel voto parlamentare (“abbiamo i numeri”) anziché come frutto di un consenso maturato fra le forze politiche». Un timore aggravato dal fatto che l’approvazione del referendum è diventata dirimente per la permanenza in carica del governo. «La Costituzione, e così la sua riforma - si legge nel documento - sono e debbono essere patrimonio comune il più possibile condiviso».

SENATO DEBOLE
Secondo i firmatari l’obiettivo, «largamente condivisibile », di superare il bicameralismo perfetto è stato perseguito «in modo incoerente e sbagliato». Così, dare alla sola Camera la possibilità di votare la fiducia al governo e creare un Senato di 100 eletti (consiglieri regionali e sindaci oltre ai 5 scelti dal capo dello Stato) altererebbe gli equilibri creando una seconda Camera debole, che non ha «poteri effettivi nell’approvazione di molte delle leggi più rilevanti per l’assetto regionalistico, né funzioni che ne facciano un valido strumento di concertazione fra Stato e Regioni».

RISCHIO DI CONFLITTI
I molti procedimenti legislativi differenziati, a seconda delle diverse modalità di intervento del nuovo Senato, daranno vita - per chi ha steso il documento - a incertezze e conflitti.

REGIONI MENO AUTONOME
Alle Regioni, dicono i 56 giuristi, verrebbe tolto «quasi ogni spazio di competenza legislativa, facendone organismi privi di reale autonomia e senza garantire adeguatamente i loro poteri e le loro responsabilità anche sul piano finanziario e fiscale (mentre si lascia intatto l’ordinamento delle sole Regioni speciali)».

COSTI DELLA RAPPRESENTANZA
«Il buon funzionamento delle istituzioni non è prima di tutto un problema di costi legati al numero di persone investite di cariche pubbliche - si legge nel testo - ma di equilibrio fra organi diversi e di potenziamento delle rappresentanze elettive ». Vengono perciò criticate l’abolizione delle province (sarebbe stata meglio una razionalizzazione) e del Cnel.

Il documento si conclude ricordando alcuni lati positivi, come la restrizione della possibilità del governo di emanare decreti legge e i tempi certi per alcuni progetti legislativi. Esprime però un’ultima preoccupazione: un referendum confermativo con un solo quesito, sì o no. Secondo i firmatari, dovrebbero invece esserci più domande sui grandi temi della riforma.