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giovedì 14 aprile 2016

Renzi ha paura e Guidi ha imbrogliato

Il Capo comincia a temere d'essersi sbilanciato troppo.  Anche Franceschini e Madia non voteranno. Laura Boldrini invece si: «è un dovere per tutti». Intanto si scopre che le concessioni erano illegittimeArticoli di Andrea Colombo e Serena Giannico. Il manifesto, 15 aprile 2016

REFERENDUM. ORA RENZI TEME
IL PASSo FALSO

di Andrea Colombo

Il premier preoccupato: la sua sovraesposizione con l’invito all’astensione a rischio boomerang. Anche i ministri Franceschini e Madia annunciano che si terranno lontani dalle urne. La presidente della camera Laura Boldrini: «Non votare è la conferma del disamore per la politica»

Il Tar del Lazio ha respinto i ricorsi del Codacons e dei radicali sulla scelta di fissare il referendum in data diversa da quella delle elezioni comunali. Il voto sulle trivelle resta convocato per domenica prossima. Poco male se lo scherzetto costerà 300 milioni. L’importante è evitare che i votanti superino il 50%, e non si badi a spese.

Nel quartier generale di Renzi sono contentoni. Ci voleva una notizia rassicurante, tanto più perché da quelle parti si è diffuso un tangibile nervosismo, la sensazione, condivisa dallo stesso capo, di aver sbagliato strategia. Gli ufficiali renziani ancora non temono il raggiungimento del quorum, che per il premier sarebbe disastroso, però danno per possibile l’afflusso del 40% di votanti: l’asticella che separa un risultato accettabile da una sconfitta politica secca, pur se non esiziale come sarebbe il superamento del quorum e la vittoria dei «sì». Anche perché, segnalano alcuni dei più vicini al capo, una percentuale alta di votanti renderebbe poi inevitabile il paragone con quanti voteranno nel referendum del prossimo ottobre, e se in quell’occasione la percentuale dovesse scemare, sarebbe imbarazzante.

Insomma, siamo alle previsioni metereologiche. I renziani contano su una domenica di caldo eccezionale, prevista dai nipotini del colonnello Bernacca, e si fregano le mani: saranno in tanti ad andarsene al mare. Spiano i sondaggi, che nei giorni roventi di Tempa rossa erano arrivati sulla soglia del fatidico 40% ma ora sono lievemente scesi. Si complimentano con se stessi per aver spostato con le cattive il voto sulle mozioni di sfiducia a martedì prossimo, dopo il referendum. Con il sottosegretario targato Pd Vito De Filippo, ex presidente della Basilicata, indagato per Tempa rossa, il dibattito sarebbe stato la miglior pubblicità possibile per il referendum. Ma la paura resta.
Lui, Renzi, non lo ammetterebbe mai apertamente, ma dicono che oggi consideri uno sbaglio l’essersi esposto tanto su quel referendum. Un po’ perché gli sarebbe stato facile lasciare libertà di voto tirandosi fuori dalla mischia, e molto perché proprio la sua discesa in campo spinge anche la destra verso le urne. Gli esponenti della Lega e di Fi annunciano voti diversificati: Brunetta per il no, la Brambilla per il sì e così via. Però molti andranno a votare non per le trivelle ma per Renzi, e se la scelta dovesse essere fatta anche da molti elettori di destra del nord, dove il problema trivelle è assai meno avvertito che nel sud, allora sì che sarebbe un guaio.

Inoltre, è stata sempre la sovraesposizione del premier a rendere la faccenda un caso istituzionale di rilievo. Ieri la presidente della Camera Laura Boldrini è tornata sull’argomento: «Andrò a votare perché ritengo che sia un dovere. Non andare a votare è la conferma del disamore per la politica e della disillusione». Per quanto il Pd ci voglia girare intorno, lo spettacolo dei quattro vertici istituzionali, il capo dello Stato, i presidenti delle camere e quello della Consulta, che vanno a votare mentre il premier e i suoi ministri di fiducia invitano all’astensione sarà giocoforza parecchio increscioso.
Ieri altri due ministri renziani di peso, Franceschini e Madia, hanno annunciato che domenica si terranno lontani dalle urne. La Boschi farà lo stesso, ma senza nemmeno avere il coraggio di dirlo apertamente come i colleghi in questione: «Seguirò le indicazioni del mio partito».

Il quale però è tanto spaccato da far sì che questo referendum sia anche una prova generale del prossimo, quello di ottobre sulla riforma costituzionale. L’area che domenica intende andare a votare, sia pure in modo differenziato, con Bersani per il «no» e Speranza impegnatissimo sul fronte opposto, è la stessa che non ha ancora sciolto la riserva sul voto autunnale, in attesa di una provvidenziale modifica dell’Italicum. Quella revisione non arriverà, Renzi lo ha garantito una volta di più proprio ieri. Ma se la minoranza voterà no al referendum sulla riforma costituzionale, tanto più in una prova che lo stesso Renzi ha trasformato in plebiscito su se stesso, la convivenza nello stesso partito diventerà impossibile.



«QUELLE TRIVELLAZIONI
ERANO ILLEGALI»
di Serena Giannico
Adriatico. 44 concessioni petrolifere sanate dall'allora ministra Guidi con la legge di stabilità. Accusa di Sel-Si

Quel comma salvaguai… «Nove delle 44 concessioni, oggetto del prossimo referendum, erano già scadute a fine 2015, alcune anche da vari mesi, altre da anni (una addirittura dal 2009). Ciononostante le compagnie petrolifere hanno continuato ad operare. Queste piattaforme sono nel mare di quattro regioni dell’Adriatico: Abruzzo, Marche, Veneto ed Emilia Romagna. L’ultima Legge di stabilità (nell’articolo 1, comma 239, che consente di protrarre la durata delle concessioni per l’estrazione di idrocarburi entro le 12 miglia dalla costa ‘per la durata di vita utile del giacimento’, ndr) ha sanato queste irregolarità come si evince dal Bollettino degli idrocarburi del ministero dello Sviluppo economico della ministra Guidi, in data 31 dicembre 2015. Si è cioè sanato a posteriori l’illegalità, attraverso la modifica della disciplina della normativa sulla durata delle concessioni e legando questa alla vita utile del giacimento, con effetto retroattivo: un bel dono alle compagnie petrolifere! Ciò, ora, è oggetto del referendum del 17 aprile». Attacca così l’interrogazione a risposta scritta inoltrata al presidente del Consiglio dei ministri da Sel -Sinistra italiana.

A firmare l’atto il deputato Gianni Melilla. Alla vigilia del referendum antipetrolio salta fuori l’ennesimo scandalo legato alle trivelle. Ventiquattro piattaforme marine – tutte produttive – legate alle 44 concessioni che sono oggetto della prossima consultazione popolare hanno continuato a lavorare, anche per anni, senza avere la proroga necessaria. Con le autorizzazioni scadute. Altre 9 piattaforme, su 4 concessioni non produttive, sono rimaste in acqua senza titolo per farlo. Le aziende avevano fatto richiesta di proroga nei tempi stabiliti, ma il ministero dello Sviluppo economico non ha risposto. Le compagnie estrattive, a questo punto, avrebbero dovuto bloccarsi e aspettare le decisioni del Mise. Ma hanno proseguito con le estrazioni. E alla fine del 2015 è arrivata, magica, la Legge di stabilità che – sembrò strano e inspiegabile – ha legato le concessioni alla «durata di vita utile del giacimento». Le ha in sostanza prorogate ad oltranza. Senza limiti. 

Un regalo alle multinazionali, e future scartoffie, e inadempienze, in meno per il Mise. «Fondato il sospetto – dice Melilla – che si sia voluto scongiurare l’ipotesi di un imminente smantellamento delle piattaforme, a costi elevati per le società». Eni in pole position, ma anche Edison. «Il fatto che sia arrivata la benevola sanatoria dal 1 gennaio 2016, con effetto retroattivo, rende ancora più evidente la opacità del comportamento del Mise e dei suoi uffici preposti all’esame delle autorizzazioni e delle proroghe alle compagnie petrolifere».

Al premier si chiede «quali iniziative intenda assumere per accertare la gravità dei fatti sopra denunciati e di rimuovere i responsabili di questo comportamento al fine di fare chiarezza e affermare l’interesse generale al risanamento ambientale e alla libera concorrenza del mercato». «Il governo deve rispondere al Paese per quanto è accaduto. Davanti a un fatto di tale gravità è doverosa la rimozione del responsabile della direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche, Franco Terlizzese», tuona Enrico Gagliano, del Coordinamento nazionale dei No Triv. Quel comma nelle Legge di stabilità? «Spuntato dal nulla, di cui nessuno ha voluto parlare. Serviva forse a rimettere in carreggiata le concessioni, quasi tutte targate Eni? E’ proprio su questo – evidenzia – che gli italiani sono chiamati a votare il 17 aprile. Sono chiamati a ristabilire una data di scadenza certa per la fine della concessione, come previsto anche dall’Unione Europea». Ma se non fosse raggiunto il quorum? «Sarebbe un omaggio alle società del greggio e del gas».


Norma sotto accusa, dunque. Della cui «sospetta illegittimità, poiché una durata a tempo indeterminato delle concessioni violerebbe le regole del diritto Ue sulla libera concorrenza», parla anche l’eurodeputata Barbara Spinelli (Gue/ngl) che, con un’interrogazione, fa giungere la questione trivelle – con annesso referendum – sui tavoli della Commissione europea. «Nonostante la Convenzione di Aarhus sia stata ratificata dall’Ue nel febbraio 2005 e recepita dall’Italia con decreto legislativo dell’agosto dello stesso anno – scrive – l’Italia non ha rispettato i propri obblighi, sanciti dalla stessa Convenzione, di consentire la partecipazione del pubblico al processo decisionale in materia ambientale». L’europarlamentare quindi chiede se, esaminati gli atti, «… si intenda promuovere una procedura di infrazione contro l’Italia e se, in ogni caso, si voglia esortare il governo italiano a modificare tale comma».
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