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sabato 23 aprile 2016

Pessimo Cantone, pessimissimo Legnini: che scandalo c’è nell’ovvia verità di Davigo

«Perché l’establishment, quasi interamente, si indigna contro un’ovvia verità, che cioè “la classe dirigente di questo Paese quando delinque fa un numero di vittime incomparabilmente più elevato di qualunque delinquente da strada e fa danni più gravi”?». Micromega-online, 23 aprile 2016


Pessimo, pessimo, pessimo Cantone (inteso come Raffaele Cantone, il magistrato di renziana predilezione, investito dal premier del cruciale incarico di presidente dell’Autorità nazionale anti corruzione”) che ha lanciato un’intemerata contro Piercamillo Davigo al grido di «dire che tutto è corruzione significa che niente è corruzione». E pessimissimo Giovanni Legnini, plurisenatore Pd e plurisottosegretario, fortissimamente voluto da Renzi alla vicetesta del Consiglio superiore della Magistratura (a presiederlo, di diritto ma di fatto solo in circostanze eccezionali, è il Presidente della Repubblica) che ha bollato le parole di Davigo con un «rischiano di alimentare un conflitto di cui la magistratura e il Paese non hanno alcun bisogno».

Quali parole false, diffamatorie, oscene, violente aveva infatti pronunciato l’ex magistrato di Mani pulite, da qualche giorno presidente dell’Associazione nazionale magistrati, da giustificare questo corale stracciarsi di vesti istituzionale?

Piercamillo Davigo aveva in realtà pronunciato un’ovvietà: «la classe dirigente di questo Paese quando delinque fa un numero di vittime incomparabilmente più elevato di qualunque delinquente da strada e fa danni più gravi». Qualsiasi persona sensata, in qualsiasi democrazia, una frase del genere la sottoscrive, e se non la pronuncia è perché considera che vada da sé. Una classe dirigente, quando delinque, certamente e incontrovertibilmente fa più danni del ladro di polli, dello scippatore, e perfino del rapinatore di banca.

Cantone pensa che invece una classe dirigente, quando delinque, faccia danni meno gravi? Non risulta lo abbia mai detto o scritto, anzi, e se davvero lo pensasse sarebbe opportuno che lasciasse il suo incarico per manifesta incompatibilità. Ma che lo pensi è una ipotetica di terzo tipo.

Perché allora gli viene in mente di tradurre automaticamente la frase inoppugnabile e priva di equivoci di Davigo in un “la classe dirigente è tutta corrotta” che Davigo non ha mai pronunciato e anzi in un quarto di secolo di notorietà ha sempre combattuto? La risposta standard di Davigo, quando un politico o un giornalista polemizzava con lui chiedendogli perché ritenesse che tutti nella classe dirigente fossero corrotti è sempre stato: «lei è corrotto? No. Io neppure, come vede è falso che tutti siano corrotti. Lo sono molti politici, ma si tratta di un’affermazione ben diversa e purtroppo suffragata da molte indagini e sentenze».

Eppure alle orecchie di Cantone, dire che “una classe politica quando delinque …” e che “tutto è corruzione” hanno suonato come frasi sinonime. Perché attribuire a Davigo quello che non ha detto, e che anzi nella sua intera carriera ha sempre rifiutato? Forse Cantone, dal suo osservatorio, trova quotidianamente fin troppi sintomi che gli fanno temere che la quasi totalità della classe dirigente sia corrotta, e inconsciamente gli viene perciò da assimilare le due affermazioni? Altra spiegazione non vedo.

In che senso l’ovvietà pronunciata da Davigo (e per la quale è agevole rintracciare una panoplia di analoghe affermazioni nei classici del pensiero e della politica democratica) rischi di alimentare un conflitto di cui il Paese non ha proprio bisogno risulta ancor più misterioso. Un danno micidiale per il paese sono i politici che rubano e gli imprenditori corruttori o corrotti, non i magistrati che li scoprono. Un danno micidiale per il paese sono governo e parlamentari che non fanno leggi più efficaci per contrastare il multiforme ingegno dei crimini di establishment e si muovono anzi in direzione opposta, rendendone più agevole l’impunità, non i magistrati (o qualsiasi altro cittadino) che richiamino all’ovvio della convivenza democratica.

Quando però una verità ovvia e banale scatena lo scandalo diventa doveroso capire il perché di una reazione che dal punto di vista logico è palesemente assurda. Perché l’establishment, quasi interamente, si indigna contro un’ovvia verità, che cioè “la classe dirigente di questo Paese quando delinque fa un numero di vittime incomparabilmente più elevato di qualunque delinquente da strada e fa danni più gravi”? La risposta la sanno anche i sassi: i padroni della politica e della finanza vogliono opacità anziché trasparenza, non vogliono controlli di legalità (cioè una magistratura che possa davvero indagare autonomamente) ma mani libere, benché Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu, ormai quasi tre secoli fa, abbia cominciato a teorizzare la divisione dei poteri proprio a partire dalla consapevolezza che il potere corrompe, e il potere assoluto corrompe assolutamente.

Perciò, o ci mobilitiamo noi cittadini a difesa dell’autonomia dei magistrati, o Renzi nei prossimi mesi distruggerà dalle fondamenta la possibilità di ogni azione efficace di contrasto ai crimini di establishment, hybris di corruzione in primis.

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