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mercoledì 27 aprile 2016

La natura radicale

«Lo stato di salute dell’ambientalismo "altro", quello che mescola questioni sociali, di classe ed ecologiche, raccontato dal direttore dell’Environmental Humanities Laboratory del Royal Institute of Technology di Stoccolma. E il libro di Ramachandra Guha "Ambientalismi. Una storia globale dei movimenti", uscito per Linaria, che descrive gli scenari delle lotte». Il manifesto, 27 aprile 2016 (c.m.c.)


Tra il referendum fallito, lo sversamento di petrolio a Genova e l’assalto contro l’acqua pubblica, possiamo dire che non c’è da stare allegri sullo stato dell’ambiente e dell’ambientalismo in Italia. Non che questa sia una notizia: l’ambientalismo è sempre stato piuttosto debole e minoritario nel Paese. Tuttavia, la difficoltà di praticare quella che è stata definita una single issue politics, ossia un’opzione politica concentrata su una singola questione, come ad esempio quella ecologica, non è necessariamente una grana, ma al contrario può rivelarsi una opportunità. Coniugare giustizia sociale e giustizia ambientale, politicizzare l’ambiente e i suoi saperi, andare oltre la narrativa della tecnologia buona che risolve i problemi e del capitalismo verde sono le fondamenta di un ambientalismo «altro» che mischia la questione ecologica e quella sociale, nella consapevolezza che, per dirla con Naomi Klein, solo una rivoluzione ci potrà salvare.

Hobby e pregiudizi
Qualche settimana fa Berta Caceres è stata assassinata in Honduras. La maggior parte della stampa italiana non ci ha fatto troppo caso, meno che mai il governo. Per la verità non abbiamo avuto neppure grandi manifestazioni di piazza. L’omicidio di Caceres non è una eccezione: dal 2002 si conta che quasi mille attivisti sono stati assassinati. Le biografie di attiviste e attivisti come Berta provano che l’ambientalismo non è affatto un hobby per signore benestanti e appassionati delle gite fuori porta. Studiosi come Rob Nixon, Joan Martinez Alier e Ramachandra Guha hanno dimostrato che il paradigma sociologico secondo il quale solo i ricchi possono permettersi il lusso di essere «ambientalisti» è in realtà una comoda retorica che serve a nascondere e minare il potenziale rivoluzionario delle coalizioni rosso-verdi.

L’idea che solo chi ha la pancia piena possa occuparsi del superfluo implica che l’ambiente sia «il superfluo», l’altrove dove spendere il weekend o le vacanze. Invece, in molti luoghi comunità indigene e gruppi subalterni si oppongono alla distruzione ambientale per difendere non una qualche natura incontaminata, ma i loro stessi mezzi di sussistenza. L’ambientalismo dei poveri fa parte di una vasta area di movimenti ecologici non mainstream come quello per la giustizia ambientale, il working class environmentalism e l’ambientalismo subalterno studiati, tra gli altri, da Robert Bullard, Stefania Barca e Laura Pulido. L’assunto di base di questo ambientalismo altro è che i poveri, le minoranze etniche, le donne, i soggetti più deboli pagano un prezzo più alto in termini di contaminazione e di esposizione ai rischi per la salute.

L’environmental justice movement (Ejm) non è particolarmente noto in Italia sia dal punto di vista storico che teorico; in altri termini, si conosce poco della sua vicenda e anche delle innovazioni teoriche che ha introdotto. In estrema sintesi, l’Ejm è nato dentro le comunità afro-americane come reazione a quello che è stato definito razzismo ambientale, ovvero la sistematica selezione di comunità nere, o comunque subalterne, per la localizzazione di infrastrutture dannose per la salute e l’ambiente – e le cose, ovviamente, sono collegate. A cominciare dalla battaglia contro una immane discarica di rifiuti tossici nella comunità nera di Afton in North Carolina negli anni Ottanta, negli Usa è maturato un movimento ambientalista subalterno che ha cambiato per sempre il volto dell’ambientalismo.

 Nel 1991 si teneva a Washington DC il primo summit dell’Ejm che produceva un dirompente manifesto nel quale si sistematizzavano i principi del nuovo movimento, che intanto aveva chiamato in causa le associazioni ambientaliste mainstream con una lettera che non risparmiava critiche al razzismo e classismo di quel tipo di concezione della natura. Per uno studioso italiano, seppure emigrato da tempo come il sottoscritto, colpisce il protagonismo delle università e di singoli accademici nella nascita e sviluppo dell’Ejm. A volte sembra più semplice essere «radical» nel cuore dell’impero che non nelle sue tristi periferie.

No Tav e priorità 
Non c’è dubbio che negli ultimi anni le lotte per la giustizia ambientale in Italia si siano moltiplicate in una miriade di vertenze territoriali. Un prezioso punto di partenza è l’Atlante dei conflitti ambientali in Italia prodotto dal Centro di documentazione omonimo, che restituisce un quadro dinamico proprio di quelle battaglie dal basso che hanno ridisegnato la cultura e la pratica dell’ecologismo militante. Ripensare quei tanti movimenti come esperienze di lotta per la giustizia ambientale significa fornire un armamentario teorico di critica e mobilitazione e provare a cercare un minimo comune denominatore che possa superare la frammentazione che caratterizza questa stagione di ribellioni.

Il movimento No Tav, ad esempio, è forse una delle esperienze di ambientalismo popolare più longeva e radicata. In Val di Susa si contesta un modello di sviluppo basato sulla velocità delle merci, una idea gerarchica degli spazi che collega solo i centri principali, si difende il paesaggio e la salute delle persone, si contesta la stessa utilità di quell’opera e si propongono lavori pubblici alternativi, basati su valori e priorità diverse. Che la Val di Susa sia piuttosto allergica a chiusure Nimby (la sindrome «non nel mio giardino») lo si registra facilmente considerando la centralità del movimento No Tav in tutti i tentativi di costruire una rete nazionale di solidarietà con tutte le realtà in lotta.

In Campania comunità marginali, con un basso reddito, già duramente provate da problemi ambientali e sociali sono diventate le discariche legali e illegali della metropoli tanto nazionale – il polo industriale del Nord – che regionale – Napoli. Queste comunità hanno dovuto opporsi sia al piano governativo-imprenditoriale di gestione dei rifiuti, contestando la logica dell’inceneritore e delle megadiscariche, sia al costante tentativo di silenziamento del lento biocidio effettuato attraverso lo sversamento di rifiuti tossici nella regione. Anzi la categoria stessa di biocidio è il frutto originale di una elaborazione collettiva delle compagne e dei compagni dei movimenti campani. È grazie all’attivismo di quei comitati che oggi l’attenzione dell’opinione pubblica è finalmente passata dalla questione dei rifiuti solidi urbani alla ben più complessa vicenda di quelli tossici che chiama in causa l’intero sistema produttivo e di controllo del paese.

L’agorà partenopea 
Ai primi di marzo proprio un gruppo di ricerca internazionale sulla ecologia politica insieme a realtà di lotta come il centro sociale Insurgentia ha promosso a Napoli una agorà dei movimenti per la giustizia ambientale: una cinquantina di rappresentanti di gruppi impegnati in diverse vertenze territoriali si sono confrontati tra loro e con ricercatori per condividere pratiche di lotta e proposte. All’agorà hanno partecipato anche due rappresentanti del movimento curdo che hanno illustrato l’esperienza ecosocialista nella pratica dei cantoni liberati e nell’elaborazione teorica di Ocalan. Una partecipazione quella curda frutto di una ormai consolidata relazione tra una parte importante dei movimenti campani con le organizzazioni curde, che ha portato l’amministrazione De Magistris a concedere la cittadinanza onoraria a Ocalan.

Ovviamente non avendo incendiato nessuna automobile, l’agorà napoletana non è riuscita a bucare il muro di gomma del sistema dell’informazione. È tempo che un nuovo spettro si riprenda le strade. E chi deve averne paura, che ne abbia.