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sabato 30 aprile 2016

In viaggio con papà sul Brennero senza muri

«Il passo che per secoli non era stato frontiera  riscoprì la vita nel dopoguerra. Poi venne la stagione dei camion e quella dei transiti, di merci e di esseri umani, quando non si immaginava il ritorno delle barriere». La Repubblica, 30 aprile 2016 (c.m.c.)

Grüne Karte, chiedevano a mio padre. Dal finestrino della Giardinetta lui mostrava la carta verde dell’assicurazione e la Grenzpolizei gli faceva segno di passare. Dal sedile posteriore (avevo dieci anni) vedevo soltanto il cinturone di cuoio dell’agente e le ruvide braghe in lana cotta verde marcio. Si consumava così, con un frettoloso controllo di documenti, il passaggio al Brennerpass, alla fine degli anni Cinquanta. Con un brivido quasi afrodisiaco, si andava oltre, a comprare speck affumicato alla macelleria di Alois Flickinger, a Gries, un borgo di trenta case con campanile aguzzo. E poi Schüttelbrot, rhum, pane nero, mentine bianche. L’Austria per me aveva il profumo di quelle mentine. Con la stessa euforia, i “tedeschi” si calavano su Vipiteno (Sterzing) a fare incetta di bambole, gondolette di legno e vino da osteria nell’inverosimile bazar di Maria Bernmeister. Per loro l’Italia era odore di ragù e finanzieri meridionali gesticolanti. Arrivavano in sidecar o vecchi Maggiolino con gli occhi felici del nordico che entra nel Paese dei limoni.

La guerra era finita da non molto e uno su dieci di loro aveva una gamba sola o portava altri segni di invalidità. Gli attentati che nel nome della Heimat tiravano giù i tralicci del Sudtirolo non disturbavano gli affari dei bottegai sui due lati del passo. Per via dell’antiterrorismo, la frontiera era pattugliata dall’esercito, ma per noi il passaggio era una festa. Mio padre era ufficiale dell’Esercito e nelle settimane di ferie — d’estate o in inverno — soggiornava spesso con la famiglia negli alberghi militari, sistemati, lì come a Tarvisio, in ex caserme austroungariche. A Colle Isarco (Gossensass) fiumi di alpini uscivano con i muli in una scia di escrementi e anche in vacanza i militari di carriera vivevano un clima eccitante da Fortezza Bastiani. Certo, si andava a fare la spesa «di là», ma egualmente quella presenza armata era vissuta come necessaria per pattugliare il sacro spartiacque della Patria.

A pochi sembrava importare che per secoli il Brennero non fosse mai stato frontiera e che fino al novembre 1918 l’Austria avesse avuto il confine sul Garda. Brennero era il mio mondo e io lo vivevo inconsapevole di tutto. Del dramma delle opzioni e dei treni di ebrei che meno di quindici anni prima erano passati di lì diretti ad Auschwitz. Mia mamma mi aveva conciato con braghe corte di cuoio alla tirolese e un cappello da alpino verde scuro con penna di gallo e una quantità di stemmi colorati acquistati sui passi, dalla Svizzera alle Giulie. Andavo in gita al rifugio “Bicchiere” in fondo alla Val di Fleres, senza sapere che quel nome era la ridicola traduzione di Becker Hütte, e ogni domenica alle dieci aspettavo con ansia la banda degli Schützen ignaro del messaggio identitario implicito in quei tamburi e delle mie stesse radici (sono triestino) mitteleuropee.

I treni funzionavano meglio di oggi che c’è l’Europa unita. Lo scalo ferroviario del Brennero era un mondo. Locomotori esausti dopo la lunga salita da Fortezza. L’incontro con i rocciosi macchinisti delle Österreichische Bundesbahnen. Le case dei ferrovieri, personaggi mitici che mi portavano a funghi e sapevano come sconfinare senza farsi beccare dalla polizia, per mettere le mani sui porcini appena nati sotto il tappeto d’aghi degli abeti austriaci.
Un muratore enorme di nome Andreas Untertoller mi prendeva sulle ginocchia e mi parlava in un misto affascinante di tedesco e italiano. Il Brennero era il luogo dell’incontro e dello scambio.

Poi venne la stagione dei camion. I tubi di scarico annerivano la neve da novembre a marzo. Certe volte la fila cominciava a Mules, 25 chilometri prima. Il terrorismo era finito, a Bolzano si era instaurata una tesa non-belligeranza fra italiani e tirolesi, e io continuavo a sconfinare in allegria, stavolta con gli sci, per montagne intatte, senza impianti. A furia di soggiorni militari, avevo imparato ogni segreto delle valli. Le conoscevo meglio dei finanzieri. Si saliva con le pelli di foca per scendere a Obergurgl o raggiungere la Nürnberger Hütte in Stubaital. Chissà quante volte sarò passato sopra la mummia di Ötzi, padre di tutti i contrabbandieri, ancora sepolta nella neve. Imparai il tedesco in ospedale, a Vipiteno, dopo essermi rotto una gamba in un canalone. Sempre lì, sotto il Brennero.

La stagione dei nuovi muri era ancora lontana. L’Europa viveva la sua primavera, il confine non poteva che aprirsi di più, il Brennero era diventato una formalità. Nel luglio del 1989 sul treno per Innsbruck incontrai un viennese di nome Jozsef Barna, nato in Ungheria, dalla quale era scappato dopo la repressione sovietica del 1956.

Era un’altra storia di frontiera. Mi raccontò la sua fuga, la sua vita di immigrato che ce la fa. Guardò gli abeti in corsa fuori dal finestrino e disse: «La patria è quella che ti nutre, e io ho considerato subito l’Austria la mia nuova patria. Sono diventato austriaco. I nuovi immigrati non sono più così. Restano estranei». Pochi giorni prima la cortina di ferro era stata smantellata dai soldati ungheresi sulla stessa frontiera che lui aveva attraversato rischiando la pelle. Eppure il signor Barna era inquieto.

Con la guerra dei Balcani la macchina delle fughe si rimise in moto, e per il Brennerpass cominciarono a transitare bosniaci, kosovari, serbi. Molti si erano fermati in Italia, ma il sogno della maggioranza era il mondo tedesco. L’Austria fece il suo dovere, assorbì anche i ceceni in fuga dalla repressione di Putin. Per i nuovo arrivati era una pacchia. Assistenza statale, 2mila euro per le famiglie con tre figli, appartamento sovvenzionato. Lo slogan del sindaco di Vienna era « Humanität und Ordung »,umanità e ordine. Ma qualcosa nel meccanismo cominciava a incepparsi. La piccola Austria entrava in Schengen ma rischiava di non reggere all’urto. E l’inquietudine si trasformava in voti per i populisti di Jörg Haider.

Oggi il sistema scolastico di mezza Austria è collassato. Il 40 per cento dei bambini, immigrati o profughi, parla un tedesco che sarebbe inascoltabile al vecchio Jozsef. I nuovi arrivati sono osteggiati dagli immigrati di vecchia data, che spesso votano populista. Certe comunità, come i 30mila ceceni della Capitale, sono impossibili da integrare. Molti di essi vanno a combattere in Siria godendo dell’aiuto finanziario dello Stato austriaco. In alcuni quartieri si parla tutto meno che tedesco. Circolano bande divise per etnie; ceceni e afghani si affrontano col coltello. Il numero delle donne velate aumenta. Una femmina europea sola in certi quartieri ha problemi a entrare in un bar.

Dopo aver passato centinaia di volte questa frontiera, scusate se non me la sento di accusare l’Austria di troppa chiusura. Se Vienna ha sbagliato, è per troppa apertura. E noi Italiani — bravi a salvar vite ma meno bravi a integrare — dovremmo avere l’onestà di dire che questa grande fuga verso il Nord ci fa anche un po’ di comodo. Povero vecchio Brennero, non ti riconosco più. Troppa pressione. Ormai sono due anni che, quando prendo il mio treno transalpino per Monaco, vedo salire a bordo la polizia austriaca già a Rovereto, insieme a quella italiana. Questo già prima del clamoroso gesto di benvenuto di Angela Merkel nei confronti dei siriani.

Oggi, questa nuova barriera che nella primavera del 2016 taglia non solo l’Europa ma lo stesso Tirolo in due parti, fa assai più male del vecchio confine con la sbarra bianco-rossa. Oggi che sul confine ci somigliamo più di prima, oggi che dalle due parti governano lo stesso Globale, lo stesso spaesamento, le stesse tempeste finanziarie e migratorie, proprio oggi — in Austria come in Italia — sento diffondersi la pericolosa illusione che «chiudersi è meglio», alla maniera balcanica. E allora sento che c’era forse più Europa al tempo dei passaporti e della Grüne Karte.