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venerdì 29 aprile 2016

Il futuro che ci chiude fuori

«Nel nuovo romanzo "Qualcosa, là fuori", edito da Guanda, Bruno Arpaia immagina un continente desertificato e profughi in marcia verso una Scandinavia blindata». Corriere della Sera, 29 aprile 2016 (c.m.c.)


Imagine all the people, sharing all the world — cantava Lennon nel 1971 — You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one . Era vero, non era il solo: cantava il futuro di pace e condivisione che una generazione sognava. Ci sono epoche che sognano un futuro migliore, altre che dal futuro sono spaventate. Pochi anni prima delle note magiche di Lennon il mondo ha vissuto l’incubo dell’imminenza della catastrofe nucleare.

Lo ricorda bene Isabel Allende nell’incipit del suo libro di memorie: «Ho trascorso la maggior parte della mia giovinezza in attesa che qualcuno, premendo distrattamente un bottone, facesse esplodere le bombe atomiche e saltare in aria il pianeta. Nessuno sperava di vivere a lungo...». L’umanità guarda al futuro in modo alterno, ora con speranza ora con timore.

E oggi? Oggi i sogni di costruire un mondo più giusto ed equilibrato sembrano lontani, e si riaffaccia l’incubo: il pianeta si scalda, le specie viventi si stanno decimando, forse andiamo verso una catastrofe.

Sono esagerati speranze e timori dell’umanità? Io non lo credo. Non sono esagerate le speranze. Non tutte le utopie si realizzano ma nel corso del Settecento e dell’Ottocento, per citare un solo esempio fra tanti, la forza di immaginare un mondo diverso ha veramente cambiato la faccia del pianeta, ha rovesciato privilegi secolari, abolito la schiavitù, dato vita dignitosa a milioni di miserabili, diffuso la democrazia, portato alla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, tolto le donne, metà del mondo, dalla sottomissione necessaria. Quanto c’è di buono nel mondo di oggi è il prodotto di giovani che sognavano un mondo migliore, e i sogni possono ancora cambiare il mondo.

Ma non sono esagerati neanche i timori. Le civiltà finiscono, spesso in devastazione, il più delle volte per guerre o catastrofi ecologiche. Dello splendore dei regni Maya non restano che rovine fra la foresta. Roma aveva un milione mezzo di abitanti sotto gli Antonini, ridotti fino a 50 mila nei secoli successivi. Delle grandi biblioteche del mondo mediterraneo antico non ci resta che qualche libro, a testimoniare un sapere gettato via. Il rischio della catastrofe atomica è stato realmente sfiorato, e forse evitato solo grazie al sangue freddo e alla lucidità di alcuni — come i Kennedy e Krusciov, o il colonnello Stanislav Petrov che violando il protocollo ha evitato per un nulla l’apocalisse.

Ma se il disastro atomico è stato (per ora) evitato, è anche per le innumerevoli voci che si sono levate alte e chiare in quegli anni da quartieri diversi della società: scienziati e poeti, religiosi e hippy, urlando che l’umanità stava facendo una follia nell’appoggiarsi su un equilibrio così instabile e rischioso. Ricordate Gregory Corso letto in Italia da Gassman? «Io ti canto Bomba Prodigalità della Morte Giubileo della Morte...». Molte voci, spaventate e spaventose, accorate, profondamente ragionevoli, hanno contribuito a fare nascere la consapevolezza del rischio tremendamente reale della catastrofe atomica, e spingere la politica a compiere passi importanti per ridurlo.

Siamo in una situazione simile. Non abbiamo certezze, ma il rischio di una catastrofe ecologica per il riscaldamento globale è vero e forte. I nuovi dati che arrivano non fanno che confermarlo. Come ai tempi della Bomba , le menti più aperte si stanno adoperando per avvertire il mondo di prenderlo sul serio, ciascuno con le sue armi: gli scienziati studiando, i politici più avveduti cercando consensi anche per decisioni che costano, e, ancora un volta, gli artisti più illuminati dandoci le parole per dire.

Per questo ho letto con disperazione mista a speranza il nuovo romanzo che Bruno Arpaia ha dato in questi giorni alle stampe con Guanda: Qualcosa, là fuori , un libro intenso e coinvolgente centrato sul rischio della catastrofe ecologica davanti a noi. Il romanzo è ambientato nel futuro prossimo, al momento in cui il disastro del riscaldamento del pianeta esplode con tutta la sua forza. Il racconto viaggia su due linee parallele, come spesso i libri di Arpaia, e su due tempi diversi. Nel primo c’è un giovane al tempo della vita che si apre e delle discussioni con gli amici sui problemi climatici. Nel secondo seguiamo lo stesso personaggio, molti anni dopo, nel corso di un dantesco attraversamento di un’Europa devastata dalla siccità, senza più ordine né legge, dove sopravvivono fra la violenza bande di disperati. Una carovana di profughi, armata di fucili e disperazione, cerca di raggiungere le regioni scandinave, risparmiate dal riscaldamento globale, rinchiuse in una gigantesca fortezza, che combattono per tenere fuori i profughi. La magia della scrittura di Arpaia è nella descrizione dell’orrore di questo viaggio della disperazione lungo strade dell’Europa verso le porte chiuse della Scandinavia, orrore che ci sembra assurdo e implausibile, fino al momento in cui ci rendiamo conto che è solo la descrizione di eventi già in corso: lungo strade dell’Africa verso le porte chiuse dell’Europa.

La scrittura di Arpaia ha la dote di penetrare e ricreare mondi, e in tutti i suoi libri gioca un ruolo strano e ambiguo il tempo, come se Arpaia fosse costantemente all’inseguimento del suo mistero. I romanzi precedenti riportavano in vita momenti passati dell’ultima grande tragedia europea ( L’angelo della storia ), del recente passato italiano ( Il passato davanti a noi ), o il mondo attuale a me caro della fisica ( L’energia del vuoto ). In Qualcosa, là fuori protagonista è il futuro; ma non è un romanzo di fantascienza né di fantasia: nello stile di Arpaia, è costruito su uno studio approfondito della letteratura scientifica. Che ci dice che allo stato attuale delle conoscenze questo orrore è lo scenario probabile, se non facciamo abbastanza per evitarlo. Ma la differenza d’impatto fra le aride cifre degli scienziati e la vivida realtà descritta da un scrittore di qualità è enorme. È per questo che il libro dovrebbe secondo me essere letto da molti, perché chiunque possa decifrare con chiarezza cosa significhino gli allarmi dei rapporti sul clima.

Perché come la Bomba di Corso suonava come una ballata pazza, e invece era una chiamata alle armi contro la follia, così Qualcosa, là fuori non è una profezia cupa, è un grido di allarme. Per questo si apre con le lunghe discussioni sul clima fra cinici e allarmisti. L’obiettivo del crudo realismo del racconto è contribuire a non farlo diventare reale. Ci sono passi che si possono fare per allontanare il rischio. Il mondo non ne sta facendo abbastanza. L’Italia li faccia e spinga tutti perché si facciano. Il futuro non è inevitabile. Dipende fortemente dalle nostre scelte, da quello che oggi decidiamo, diciamo, scriviamo, votiamo.

Grazie a Bruno Arpaia per avere scritto questo libro. Leggiamolo e chiediamo alla politica di fare le scelte giuste. Non abbiamo trasformato il mondo nel sogno di Lennon, la fratellanza di uomini senza stati, religione, proprietà, che vive in pace condividendo il mondo... Possiamo almeno cercare di lasciare alle generazioni future un mondo dove possano vivere. Il futuro dipende dalle nostre scelte.
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