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sabato 9 aprile 2016

Il caso Regeni: I colpevoli continuano la sceneggiata delle menzogne

Gli assassini continuano a gettare fumogeni. Gli affari  intergovernativi e l'alibi della guerra al terrorismo cederanno  finalmente alla dignità e alla giustizia? Articoli di Tommaso Di Francesco, Eleonora Martini,  Luigi Manconi, Il manifesto, 9 aprile 2016


L’ARROGANZA DI UN REGIME
di Tommaso Di Francesco

Non la verità di comodo e nemmeno quella di riserva. A poco più di due mesi ormai dal sequestro, dalla tortura e dall’uccisione di Giulio Regeni, siamo a nessuna verità per questo delitto di Stato.
Ieri il governo italiano, come aveva promesso, è corso finalmente ai ripari e ha richiamato l’ambasciatore al Cairo. Sono in gioco affari miliardari, ma la verità vale molto di più, come urla la famiglia di Giulio Regeni.

Il vertice di due giorni tra i tanto attesi investigatori egiziani e quelli italiani, era probabilmente caricato di troppe aspettative. Quel che ora si evidenzia con il suo fallimento non è solo l’incompletezza apparsa subito evidente del dossier arrivato dal Cairo, ma la precisa volontà politica del regime egiziano del generale-presidente Al Sisi, di restare sulla linea della reticenza autoritaria quanto impunita. Così è se vi pare, insomma.

Dopo tante menzogne, depistaggi e messe in scena. Dall’intervista di Al Sisi a Repubblica, alla sceneggiatura servita su un piatto d’argento di documenti e presunti effetti personali di Giulio Regeni dopo l’uccisione di quattro malviventi indicati come i responsabili del sequestro.Un teatrino costruito dal ministro degli interni egiziano che poi ha smentito se stesso; e dopo le ripetute provocazioni del ministro degli esteri egiziano su “Regeni caso isolato”.

Ci troviamo di fronte all’arroganza di un regime esaltato dal presidente del consiglio Matteo Renzi, come il “nuovo leader emergente del Medio Oriente”, e che invece ha fatto delle sparizioni forzate e violente, della tortura e delle uccisioni la sua pratica quotidiana di potere. Inascoltata a quanto pare la voce del direttore di Al Ahram, Abdel Hadi Allam che sei giorni fa, anche evocando lo spettro del disastro di una rottura diplomatica ed economica con l’Italia, aveva chiesto al regime di fare chiarezza e dire la verità.

Se viene tacitata anche una voce autorevole e ufficiale alla quale fa riferimento l’opinione pubblica egiziana, vuol dire che siamo di fronte ad una svolta ancora più drammatica e arrogante.Proprio mentre ieri al Cairo Al Sisi celebrava il nuovo patto strategico con l’Arabia saudita, arrivata in soccorso con il re Salman a stringere, in un abbraccio miliardario e mortale, l’Egitto.

LA FARSA È FINITA:
CRISI DIPLOMATICA SUL CASO REGENI
di Rleonora Martini

Italia/Egitto. Il procuratore capo di Roma Pignatone dichiara fallito il vertice con gli investigatori egiziani. Stop alla collaborazione a senso unico. Il ministro Gentiloni richiama per consultazioni l’ambasciatore italiano al Cairo. Massari rientrerà probabilmente oggi stesso. Renzi ribadisce: «Ci fermeremo solo davanti alla verità vera». La reazione del Cairo è stupefatta: «Finora non siamo stati informati. Attendiamo il rientro dei nostri investigatori»
Stop alla collaborazione a senso unico. Torna in patria per consultazioni l’ambasciatore italiano al Cairo, Maurizio Massari, probabilmente oggi stesso.

È stato il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, a dichiarare fallito il vertice con gli investigatori egiziani che avrebbe dovuto dimostrare il «cambio di marcia» auspicato dal governo italiano e promesso dallo stesso generale Abdel Fattah Al Sisi, l’«amico» di Matteo Renzi. Quella collaborazione che è mancata da parte delle autorità cairote fin dal momento della scomparsa di Giulio Regeni, non si è concretizzata nemmeno nel lungo confronto durato due giorni, all’interno della Scuola superiore di polizia di via Guido Reni, attorno ad un dossier annunciato come corposo ed esaustivo di tutte le richieste italiane ma rivelatosi l’ennesima farsa. Pignatone ha detto basta. La decisione del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni è stata immediata: «Ho richiamato a Roma per consultazioni il nostro ambasciatore in Egitto. Vogliamo una sola cosa: la verità su Giulio Regeni».

La crisi diplomatica è aperta. La rottura è sancita dalle parole di Matteo Renzi, in conferenza stampa da Palazzo Chigi: «L’Italia ha preso un impegno con la famiglia Regeni, a nostro avviso è fondamentale la valutazione che devono fare gli inquirenti e i magistrati. ll procuratore Pignatone e i suoi collaboratori si sono espressi al termine dei colloqui con gli inquirenti egiziani e la decisione del Governo italiano è arrivata immediatamente dopo. Il richiamo dell’ambasciatore è segno del rispetto dell’impegno del governo italiano: ci fermeremo solo e soltanto davanti alla verità, quella vera».

Le prime reazioni dal Cairo – mentre il team di magistrati ed alti funzionari di polizia lasciava Roma per rientrare in Egitto, anticipando il volo previsto inizialmente per oggi – dimostrano l’incredulità di un regime che confidava nella forza degli interessi economici italiani e politico-militari europei: «Il ministero degli Affari esteri – affermava ieri sera, in un comunicato, il dicastero guidato da Sameh Shoukri – finora non è stato informato ufficialmente del richiamo del proprio ambasciatore al Cairo per consultazioni da parte dell’Italia sullo sfondo dell’omicidio di Regeni e delle ragioni di questo richiamo, tanto più che non c’è stato un comunicato sui risultati delle riunioni delle squadre d’inchiesta egiziana e italiana. Il ministero attende il rientro della delegazione degli inquirenti egiziani e attende di ascoltare le loro valutazioni sull’esito delle riunioni».

In realtà il comunicato c’è stato, ed è pure «congiunto», come era stato annunciato all’arrivo della squadra egiziana capitanata dal procuratore generale aggiunto Mostafa Soliman. Ma non è altro che un verbale di intendi: ribadita la volontà di dare corso alla giustizia, confermata da entrambe le parti che «nessuna pista investigativa è esclusa», ribadita la piena disponibilità da parte egiziana a una collaborazione che «continuerà attraverso lo scambio di atti di indagine fino a quando non sarà raggiunta la verità».

La procura di Roma però, pur mantenendo un aplomb istituzionale, mette a verbale che i magistrati egiziani «hanno riferito le circostanze attraverso le quali sono stati, recentemente, rinvenuti i documenti di Giulio Regeni e che solo al termine delle indagini sarà possibile stabilire il ruolo che la banda criminale, coinvolta nei fatti del 24 marzo 2016, abbia avuto nella morte del ragazzo italiano. La Procura di Roma ha ribadito il convincimento che non vi sono elementi del coinvolgimento diretto della banda criminale nelle torture e nella morte di Giulio Regeni».

Incredibilmente dunque, le autorità giudiziarie egiziane puntavano ancora sull’ultima falsa pista, quella accreditata direttamente dal ministro degli Interni Magdi Abdel Ghaffar, per «tranquillizzare» l’alleato italiano. Mentre non c’è traccia del dossier investigativo di duemila pagine annunciato sui media governativi del Cairo: «Sono stati consegnati alle autorità italiane – prosegue il comunicato della procura di Roma – i tabulati telefonici delle utenze egiziane in uso a due amici italiani di Giulio Regeni presenti a Il Cairo nel gennaio scorso, la relazione di sopralluogo, con allegate foto del ritrovamento del corpo di Regeni, una nota ove si riferisce che gli organizzatori della riunione sindacale tenuta a Il Cairo l’11 dicembre 2015, cui ha partecipato Giulio Regeni, hanno comunicato che non sono state effettuate registrazioni video ufficiali dell’incontro».

Nient’altro, rispetto a quanto già presentato il 14 marzo scorso durante il primo incontro con gli investigatori italiani al Cairo. Inevasa perfino la richiesta del traffico di celle reiterata da due mesi dal procuratore Pignatone e dal pm Sergio Colaiocco: «L’autorità giudiziaria egiziana ha comunicato che consegnerà i risultati al termine dei loro accertamenti che sono ancora in corso. La Procura di Roma ha insistito perché la consegna avvenga in tempi brevissimi sottolineando l’importanza di tale accertamento da compiersi con le attrezzatura all’avanguardia disponibili in Italia». Parole al vento, destinate a rimanere tali, se non accompagnate da un segno di volontà politica forte del governo italiano. Che finalmente è arrivato.


«ORA IL GOVERNO
AGISCA CON PIÙ DETERMINAZIONE S
UL CASO REGENI»
intervista  di E.M. a Luigi Manconi

Il presidente della commissione Diritti umani: «Irrinunciabile ora - e di certo efficace - dichiarare l’Egitto Paese non sicuro. Il premier eserciti la pressione politica ed economica»

Senatore Luigi Manconi, da presidente della commissione Diritti umani, lei ha seguito fin da subito, e a stretto contatto con la famiglia, il caso Regeni. E aveva anche previsto il sostanziale fallimento del vertice tra investigatori, ultima chance della linea attendista del governo Renzi.
«Mai come in questo caso aver indovinato una previsione mi lascia un senso tragico di frustrazione. Aver immaginato questo esito non mi dà alcuna soddisfazione, anzi, e mi fa sentire ancora più drammatico il tanto tempo perduto e l’impotenza che in questi due mesi abbiamo dovuto registrare. Non sto accusando alcuno, perché il comportamento del ministro degli Esteri è stato prudente – personalmente l’ho considerato troppo prudente – e tuttavia Gentiloni è stato molto attivo, generoso e costantemente concentrato sulla ricerca di un esito positivo».

Si è scommesso sulla trattativa attraverso canali riservati. Che cosa non ha funzionato?
«Chiariamo una volta per tutte: una trattativa bilaterale che ruota intorno ad un orribile caso di tortura e omicidio comporta necessariamente il ricorso a canali riservati, a pressioni non pubbliche, a negoziati e a mediazioni continue. Ciò che penso è che questa via obbligata non sia stata finora accompagnata da un adeguato ricorso della forza democratica di cui il nostro Paese dispone. E della pressione politica ed economica che avrebbe potuto, e che ora più che mai deve, esercitare. Mi sembra di aver colto in sostanza, pur all’interno di una strategia razionale quale quella del ministro Gentiloni, qualcosa di simile a un complesso di inferiorità. Quasi che non fossimo noi, in questa circostanza, a trovarci in una posizione di forza».

In ballo ci sono gli interessi economici delle nostre imprese.
«Lo ripeto: l’Italia è il secondo mercato europeo per i prodotti egiziani, lo sfruttamento del giacimento di gas Zhor interessa il nostro Paese ma altrettanto o ancora di più l’Egitto, e il pil egiziano per il 12,8% è dato dal turismo. Tre strumenti formidabili, democratici e non bellici, e tre leve che avrebbero dovuto essere utilizzate e che mi aspetto vengano messe in moto a partire da oggi».

Ma anche l’idea che Al Sisi sia una pedina fondamentale nella guerra contro il terrorismo islamico ha avuto il suo peso.
«Non c’è alcun motivo perché si rinunci a quel ruolo che l’Egitto può giocare, ma mi rifiuto di accettare la falsa alternativa tra tutela dei diritti umani e le necessarie relazioni geo-politico-militari».

Dunque, il richiamo dell’ambasciatore – richiamo e non ritiro – era ed è l’elementare premessa.
Se è una premessa, quali mosse si possono prevedere adesso?
«Il richiamo dell’ambasciatore non significa rompere le relazioni ma condurle con maggiore determinazione e con quel tanto di asprezza indispensabile. Ad esempio, dichiarare l’Egitto Paese non sicuro perché non ha offerto garanzie a Giulio Regeni, non le offre a migliaia di anonimi egiziani e stranieri che vivono lì, e non può offrirle a tanti nostri connazionali e a tanti europei che vorrebbero visitare l’Egitto, è una conseguenza irrinunciabile e che può rivelarsi assai efficace».

Perché non è bastata l’autorevolezza del premier italiano che peraltro Al Sisi considera suo «amico»?
Perché evidentemente in quell’omicidio emerge la compromissione di segmenti degli apparati statali, e non solo di bassa forza, ai quali Al Sisi non può rinunciare. E dei quali non può liberarsi. In qualunque caso: sia che lo stesso al Sisi conoscesse in anticipo, o che avesse appreso in seguito, quanto accaduto al nostro connazionale».

Il premier italiano non poteva immaginare un simile epilogo?
«Matteo Renzi è stato vittima ancora una volta, diciamo così, del suo giovanile ottimismo».

La barra dritta l’ha tenuta il procuratore capo di Roma. Qual è il ruolo di Giuseppe Pignatone?
«Pignatone aveva fatto intendere sin dal primo momento che il suo ruolo era quello del fedele servitore dello Stato, che metteva a disposizione le sue grandi doti anche se in un quadro che riteneva compromesso. Si è comportato così perché gli è stato chiesto dal governo e per carità di patria. Ha resistito fino ad oggi per il suo modo coerentissimo di intendere il proprio dovere. Poi c’è un momento in cui anche il più freddo uomo delle istituzioni perde la pazienza».

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