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mercoledì 13 aprile 2016

I genocidi del Ruanda

« Nell’aprile del 1994 iniziava il massacro porta a porta dei Tutsi residenti nel paese centro-africano. Ma anche degli Hutu che il regime considerava oppositori politici. Uno sterminio accuratamente pianificato, che nei successivi 100 giorni provocò oltre 800 mila morti». Il manifesto, 13 aprile 2016 (c.m.c.)


Dopo che il 98 per cento dei ruandesi ha votato a favore delle riforme costituzionali al referendum del 18 dicembre 2015 per modificare il limite dei mandati presidenziali, l’annuncio di Paul Kagame a gennaio scorso di voler candidarsi alle elezioni presidenziali del 2017 non è tardato ad arrivare.
In caso di vittoria, per il presidente del Ruanda si tratterebbe del terzo mandato e gli permetterebbe di governare fino al 2024. E potenzialmente a vita.

La decisione è stata criticata dalla Casa bianca, dall’Unione Europea e soprattutto dalle associazioni per i diritti umani che benché riconoscano il ruolo svolto dal presidente Kagame nel processo di ricostruzione, stabilità e crescita economica del Ruanda dopo il genocidio del 1994, accusano le autorità di usare le leggi contro l’ideologia, il revisionismo e il negazionismo del genocidio per imbavagliare la stampa e l’opposizione politica e limitare la libertà di espressione dei cittadini.

Vittime o carnefici 

Politici, attivisti e giornalisti sono stati accusati di perpetuare un’ideologia del genocidio e di revisionismo per aver suggerito che nel 1994 non solo i Tutsi ma anche gli Hutu furono vittime del genocidio, contraddicendo in questo modo la versione ufficiale con cui essenzialmente Kagame legittima il suo potere. È il caso della Bbc i cui servizi in Ruanda sono stati sospesi nell’ottobre del 2014 a seguito del documentario Rwanda’s Untold Story con le accuse di abuso della libertà di stampa e violazione della legge ruandese in materia di negazione del genocidio e di revisionismo.

A suscitare le polemiche furono in quel caso le interviste ad alcuni ex alleati di Kagame che lo accusavano di complicità nell’assassinio dell’ex presidente Habyarimana e quelle ad alcuni ricercatori americani secondo cui molti dei ruandesi uccisi durante il genocidio erano Hutu uccisi dai ribelli del Rwandan Patriotic Front (Rpf) guidato da Kagame.

Agnès Uwimana e Saïdati Mukakibibi, due giornaliste ruandesi, furono condannate per aver accusato nei loro articoli alcuni ufficiali di corruzione e criticato Kagame in vista delle elezioni del 2010, oltreché per negazionismo per aver scritto che «i Ruandesi si uccisero gli uni gli altri»: un’affermazione che contraddice la versione ufficiale secondo cui ci fu un solo genocidio, quello contro i Tutsi. Nel 1994, in soli 100 giorni, da aprile a luglio, più di 800 mila persone furono trucidate in Ruanda: circa tre quarti della popolazione Tutsi, insieme a migliaia di Hutu che si opponevano a quella campagna genocidaria.

Quelli che attaccano 

Il 6 aprile 1994 l’aereo che trasportava l’allora Presidente del Ruanda Juvénal Habyarimana e il presidente del Burundi Cyprien Ntaryamira fu abbattutto in fase di atterraggio a Kigali. Nel giro di poche ore, ufficiali militari e amministratori locali diedero l’ordine alle milizie Hutu Interahamwe (“Coloro che si alzano insieme” o che “attaccano insieme”) e alle cosiddete “forze di autodifesa civile” di cominciare, porta a porta, lo sterminio delle popolazioni Tutsi e di tutti gli Hutu accusati di essere degli oppositori politici.

Fu l’inizio dell’esecuzione materiale e sistematica di un piano genocidiario messo a punto negli anni precedenti da parte dell’élite politica allora dominante, gli Hutu, all’interno di una ideologia e di un disegno politico e attraverso un’opera di propaganda atti al mantenimento del potere e al contrasto all’opposizione politica attraverso la violenza e la paura.

Migliaia di Tutsi i cui nomi e indirizzi formavano lunghe liste, furono assassinati nelle loro case da squadre armate di machete, coltelli e bastoni o trucidati ai posti di blocco da miliziani a cui bastava leggere la loro etnia di appartenenza sulla carta d’identità. Migliaia di Hutu – a cui soldati ed ex leader politici nonché uomini d’affari vicini a Habyarimana avevano distribuito nei mesi precedenti un gran quantitativo di armi da fuoco e machete – risposero alla chiamata di «assistere le forze armate a finire il lavoro» e agli incitamenti a uccidere trasmessi da Radio Mille Collines.

Allo stesso tempo, le prime teste a cadere tra gli Hutu considerati oppositori politici furono quelle di politici, funzionari governativi, avvocati, insegnanti, attivisti per i diritti umani e giornalisti. Tra cui il primo ministro Agathe Uwilingiyimana, il presidente della Corte Costituzionale e il ministro che aveva minacciato di chiudere Radio Mille Collines. Testimoni-spettatori di questa lunga scia di assassinii per le strade di Kigali erano i soldati dell’Unamir (United Nations Assistance Mission for Ruanda). I maggiori attori politici sullo scacchiere internazionale tra cui Francia, Stati Uniti e Onu, nonostante fossero a conoscenza dei piani di sterminio non impedirono quanto era sotto i loro occhi.

Alle origini del problema 

Se il genocidio fu una scelta strategica di lotta per il potere da parte del gruppo allora dominante degli Hutu, le responsabilità delle divisioni e dei contrasti tra Hutu e Tutsi (che per lungo tempo avevano condiviso lingua – il Kinyarwanda – e cultura comuni nonché matrimoni misti) risalgono all’epoca coloniale.

Durante la dominazione belga, infatti, quella che era un’opposizione sociale tra Tutsi (“gruppo elitario”, originariamente “proprietario di bestiame”) e Hutu (“subordinato”, esclusi dall’accesso all’istruzione superiore e alle posizioni di potere) fu trasformata in distinzione etnica attraverso l’indicazione sulla carta d’identità. La rivoluzione Hutu del 1959 (con cui gli Hutu rovesciarono i Tutsi) rappresentò un evento tragico per i Tutsi ed eroico – perché di liberazione dal dominio della minoranza Tutsi – per gli Hutu. Tanto che durante il genocidio del 1994, molti leader politici Hutu insistettero proprio sull’importanza di proteggere le «conquiste della rivoluzione», cioè il controllo del potere politico e delle terre una volta nelle mani dei Tutsi e distribuite agli Hutu dopo il 1959.

Il genocidio terminò nel luglio del 1994 con l’ingresso in territorio ruandese del gruppo ribelle (tutsi) Rwandan Patriot Front (Rpf) sotto la guida di Paul Kagame. Quando, in seguito, un governo guidato da Tutsi prese il potere, le milizie Hutu si rifugiarono in Congo insieme a molti civili Hutu. Mentre il Ruanda ha sempre sostenuto di aver attaccato – durante l’invasione del Congo nel 1996 – esclusivamente i miliziani Hutu che si nascondevano tra i civili, un rapporto dell’Onu del 2010 (Democratic Republic of Congo, 1993-2003) invece documenta dettagliatamente deliberati e sistematici attacchi di rappresaglia contro i civili dei campi profughi – bambini, donne, anziani e malati – tali da poter essere considerati atti genocidari contro decine di migliaia di Hutu ruandesi e congolesi.