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giovedì 14 aprile 2016

Gli alleati della menzogna

Grazie alle esitazioni del governo Renzi (più della verità sull'assassinio di un italiano contano gli affari dell'Eni e dei mercanti d'armi), all'inerzia dell'Unione europea, all'esplicito appoggio della Francia di Hollande e dell'Arabia saudita, ecco che il tiranno egiziano vince un altro round.  Articoli di Carlo Bonini e di Francesca Caferri. La Repubblica, 15 aprile 2016


GLI ALLEATI DELLA MENZOGNA
di Carlo Bonini

La sortita arriva alla vigilia della rogatoria della procura di Roma, che partirà oggi Le incertezze dell’Europa contribuiscono a indebolire ogni forma di pressione

E QUEL che è peggio, in undici settimane, tante ne sono trascorse dal 3 febbraio, il nostro governo sembra aver definitivamente perso la leva, gli argomenti e l’attimo utili a convincere il Cairo che l’occultamento della verità sarebbe costata al regime un prezzo infinitamente superiore al suo svelamento. Le acque, fino a ieri quantomeno agitate, si sono richiuse. Nel giorno in cui la Procura di Roma firma la richiesta di rogatoria (dovrebbe partire oggi) con cui si torna a chiedere all’Egitto ciò che l’Egitto ha annunciato di non voler consegnare (tabulati telefonici, prove forensi, accertamenti tecnici), Al Sisi scagiona pubblicamente gli apparati di sicurezza del Paese da ogni responsabilità, quale che sia, nell’omicidio, ricomponendo, ammesso vi sia stato, il conflitto interno al regime. Nel merito, riporta le lancette dell’affaire al suo giorno uno, riproponendo la screditata pista della “criminalità organizzata” (cara al potente ministro dell’Interno Magdi Abdel Ghaffar e al generale Khaled Shalaby), per giunta tornando provocatoriamente ad associare la morte di Giulio alla scomparsa a Roma di un cittadino egiziano in circostanze affatto misteriose. E la mossa non è casuale, perché figlia di una ritrovata forza data dalla chiusura negli ultimi giorni di nuovi accordi economici e strategici con l’alleato Saudita e dall’imminente firma di nuove commesse, militari e non solo, con la Francia di Hollande.

Il Presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi è oggi libero dalla minaccia concreta e imminente di isolamento internazionale che, ancora una settimana fa, sembrava allungarsi sul regime. Il consueto balbettio dell’Europa, il silenzio di Palazzo Chigi, che dopo il richiamo dell’ambasciatore a Roma per consultazioni, non ha evidentemente ancora in testa come e fin dove spingere la sua annunciata «pressione proporzionata », hanno convinto Al Sisi ad andare a leggere le carte italiane prima che qualcuno andasse a leggere le sue. Gli accordi commerciali e finanziari per 16 miliardi di dollari stipulati nei suoi cinque giorni di visita al Cairo dal sovrano saudita Salman Ben Abdel Aziz, con la chiusura della decennale contesa sulle due isole nel Mar Rosso di Sanafir e Tiran (occupate in passato da Israele, quindi riconquistate dall’Egitto e ora riconosciute territorio Saudita), non solo danno ossigeno alle casse del regime, ma gli consentono di avere una solida linea di credito con cui chiudere affari e nuove commesse di armi con la Francia.

Il 18 aprile, Hollande sarà infatti al Cairo e, a dispetto della lingua della diplomazia e delle rassicurazioni che il “dossier Regeni” è nell’agenda degli incontri con Al Sisi, nonostante la mobilitazione delle Ong francesi, si prepara a chiudere nuove commesse per la fornitura di armamenti (oltre 1 miliardo di euro per la fornitura di 6 corvette, che si sommano agli 8,2 miliardi già incassati per la vendita di 24 caccia multiruolo Rafale e due portaelicotteri classe Mistral, originariamente destinate alla Russia di Putin e quindi dirottate sul Cairo dopo le sanzioni), nonché una trentina di accordi commerciali e almeno una decina di protocolli di intesa utili a far salire gli scambi commerciali tra i due Paesi (oggi fermi a 2,5 miliardi di euro) che inietteranno altro cemento nelle fondamenta del regime militare.

Nel rinsaldato triangolo Cairo- Riad-Parigi, il Presidente Abd al-Fattah al-Sisi, ha insomma ora buon gioco a degradare «l’irritazione italiana» e la «richiesta di verità» del nostro Presidente del Consiglio a una pistola scarica. E si prepara a incassare lo spettacolo di debolezza che di qui a prossimi giorni — Gentiloni è ancora in attesa di “lumi” da Renzi sul da farsi — produrrà la «proporzionalità» delle misure annunciate da Roma. Non fosse altro perché appariranno all’opinione pubblica egiziana, ma soprattutto italiana, non solo irrilevanti sotto il profilo del potenziale “danno” al Regime, ma persino “tardive”.
Fino a ieri sera, infatti, la linea immaginata da Palazzo Chigi era quella di continuare a tenere agganciate le nostre mosse diplomatiche al corso dell’inchiesta giudiziaria, e dunque di attendere un nuovo “no” egiziano alla rogatoria della Procura di Roma che oggi partirà per il Cairo, prima di far seguire al «richiamo dell’ambasciatore per consultazioni» un qualsiasi nuovo segnale. È ragionevole pensare che la rumorosa mossa di Al Sisi obblighi ora il Governo a un cambio di programma. Con una certezza, tuttavia. Da ieri, i rapporti di forza con il Cairo, sono mutati. E il generale Abd al-Fattah al-Sisi, da militare quale è, sa quanto contino. Palazzo Chigi gli ha offerto in queste undici settimane un vantaggio in cui probabilmente non sperava. Il tempo. Lo ha utilizzato per ridefinire i termini di una partita che poteva travolgerlo e, al contrario, rischia oggi di umiliarci.


ECCO I MEZZI DI COMUNICAZIONE
FINITI NEL MIRINO DEL CAIRO
di Francesca Caferri

Blog e giornali in inglese, le voci del dissenso. E dopo l’editoriale di domenica di “Al Ahram” anche sui quotidiani in lingua araba cominciano a emergere posizioni frondiste

Che i media non fossero una realtà indipendente ma «parte dell’equazione per preservare l’Egitto», per usare le sue parole, Abd al-Fattah al-Sisi lo aveva chiarito già l’estate scorsa, quando il Parlamento approvò una delle leggi sulla stampa più restrittive del mondo. La norma proibisce a chiunque di diffondere notizie «lesive per sicurezza nazionale»: vietata ogni ricostruzione contrastante con la versione ufficiale, pena la detenzione. L’attacco contro i media lanciato ieri dal presidente egiziano quindi non è strano: strano piuttosto è che in Egitto, nonostante tutto, ci siano ancora zone di libera espressione.

La parte del leone in questo senso la fanno i social media: «Se siete stranieri per favore non venite qui» scriveva poche ore dopo il ritrovamento del corpo di Giulio Regeni l’attivista Mona Seif. Il suo post, finito sui giornali di tutto il mondo, le è costato l’apertura un’indagine giudiziaria. Seif non è stata la sola a parlare: hanno usato Twitter e Facebook per contestare la gestione del caso Regeni Wael Ghonim e Mona Eltahawi, volti simbolo della rivolta del 2011, e scrittori come Ahdaf Souef e Ala al Aswani. Tutti in risposta hanno ricevuto insulti e minacce: «Anche sui social media la libertà di espressione è limitata», spiega il professor Andrea Teti dell’università da Aberdeen.

L’altro canale di informazione indipendente sono stati i siti in lingua inglese: dal giornale Mada Masr e da diversi blog sono arrivati resoconti puntuali sulle indagini e sulle versioni fornite di volta in volta dal governo. «Storie incredibili», come le ha definite la blogger Zenobia sul suo Egyptchronicles.

In questo caso le reazioni sono state minori, perché a leggere l’inglese è una minoranza ridottissima della popolazione. «L’Egitto ha una tradizione molto forte di libertà di stampa in inglese – conferma la ricercatrice Catherine Cornet – è quando si passa all’arabo che il quadro cambia: non a caso sin dal primo giorno i media accessibili ai più hanno sposato la linea ufficiale». Per questo l’editoriale con cui domenica scorsa il quotidiano in lingua araba Al Ahram ha invitato apertamente il governo a perseguire i veri responsabili della morte di Regeni, è stato un segnale importante: la prima crepa nel muro dell’informazione di regime.

Con tutta probabilità le origini della presa di posizione odierna di Sisi vanno fatte risalire a quell’episodio. A cui nei giorni scorsi se ne è aggiunto un altro: la cessione all’Arabia Saudita di due isole a lungo contese è stata vissuta come un insulto da parte di buona parte della popolazione e come tale riportata dai media, in una serie di articoli critici del tutto eccezionali nel panorama attuale.

«Tutte queste vicende sono tasselli di un puzzle: in Egitto c’è un forte scontento. Nessuna delle cause strutturali della sollevazione del 2011 ha trovato risposta: non c’è ripresa economica, non c’è sicurezza, la vita quotidiana della gente non è migliorata. Ognuno di questi casi è l’ennesima frattura fra il regime e la gente. È questo a spaventare Sisi», conclude Teti.