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martedì 26 aprile 2016

Il Cairo. Repressione e tortura, riprende la protesta

Gli alleati dell'Italia di Renzi, dell'Eni e dei fabbricanti di armi continuano la loro truce opera. Il popolo si ribella . E continuano le tremule rimostranze dei nostro governo.  Articoli di Fabio Scuto e Giuliano Foschini. La Repubblica, 26 aprile 2016




MASSACRATO UN ALTRO ATTIVISTA
 “TORTURATO DALLA POLIZIA”
PRESENTATRICE INSULTA REGENI
di Giuliano Foschini

Lo hanno scaricato in una strada in mezzo al deserto, all’ingresso del Cairo. Aveva il corpo martoriato da torture, bastonate e, forse, scariche elettriche. Era stato arrestato 24 ore prima, tra il 22 e il 23 aprile, in uno dei blitz per prevenire le manifestazioni di ieri. Ora è in terapia intensiva in un ospedale della capitale: è ancora in pericolo di vita ma dovrebbe farcela. Il finale, per fortuna, è l’unico pezzo che non rende la storia di Khaled Abdel Rahman, giovane attivista di Alessandria, identica a quella di Giulio Regeni. Secondo quanto denunciano infatti la sorella del ragazzo e alcune Ong il ragazzo sarebbe stato preso nei giorni scorsi, torturato e poi abbandonato quasi morto con segni evidenti di tortura su tutto il corpo. «Ne ha ovunque — ha raccontato la sorella- e ci sono segni sui genitali di scariche elettriche».

Il caso di Khaled sarebbe l’ennesimo, secondo quanto denunciano le associazioni che seguono la vicenda dei desaparecidos egiziani, che si è verificato in questi mesi, a riprova che la morte di Giulio non è stato un fatto isolato. Non è un caso che ieri tra le persone arrestate ci sia anche Ahmed Abdallah, il direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, l’associazione che aveva e sta seguendo direttamente il caso di Giulio e quello degli altri ragazzi spariti nel nulla o uccisi in circostanze tutte ancora da chiarire. E’ stata fermata poi anche Basma Mostafa, la giornalista che aveva intervistato i familiari dei banditi uccisi nel conflitto a fuoco con la polizia, che accusavano gli agenti di aver portato e fatto ritrovare a casa loro i documenti di Giulio. La polizia ha poi denunciato la Reuters per lo scoop sull’arresto di Regeni, con il capo dell’agenzia internazionale di stampa che avrebbe dovuto lasciare il Cairo. Insomma, una situazione sempre più tesa che conferma il nervosismo delle autorità egiziane attorno al caso Regeni: Giulio sta diventando un simbolo anche in Egitto, nelle manifestazioni di ieri così come nei giorni scorsi decine di persone brandivano la sua fotografia come un vessillo di libertà contro il regime di Al Sisi. «Ed è per questo che a lui che dedico il mio 25 aprile» ha detto ieri Roberto Saviano.

Eppure nelle scorse ore erano arrivate, seppur timide, aperture agli investigatori italiani che hanno fatto ben sperare in tema di collaborazione. Gli egiziani hanno inviato qualche nuovo documento, ed è possibile che nelle prossime ore possano arrivare i primi tabulati richiesti dal procuratore Giuseppe Pignatone e dal sostituto Sergio Colaiocco che stanno conducendo le indagini. In settimana, su iniziativa egiziana, erano ripresi i contatti per riattivare i canali di cooperazione proprio dopo la nostra nuova rogatoria anche sulla base di un protocollo, firmato dalla Direzione nazionale antimafia in tema di sbarchi e traffico di persone, che assicura la piena reciprocità nelle indagini tra i due paesi. Ed, effettivamente, gli investigatori italiani hanno messo a disposizione tutto quello he c’era da mettere. Con il richiamo dell’ambasciatore Maurizio Massari l’Italia aveva voluto lanciare un segnale chiaro che, però, fino a questo momento non aveva avuto alcun atto conseguente da parte dal Cairo. Al contrario, come ha dimostrato la scenetta della giornalista egiziana che ieri ha insultato in diretta Giulio (“Regeni? Un complotto. Che andasse al diavolo”), o le inchieste sui desaprecidos italiani (l’elenco degli scomparsi di Chi l’ha visto) condotte dai giornali governativi egiziani, si stava andando verso lo scontro totale. Ora, questa apertura. Che, visti i precedenti, potrebbe però avere il solito rumore della presa in giro.


BLINDATI, ARMI E AGENTI SEGRETI
TRA I MANIFESTANTI BRACCATI
MA LA PIAZZA GRIDA: “AL SISI VIA”
di Fabio Scuto

“Le forze del male”, come il Feldmaresciallo Abel Fattah Al Sisi definisce i suoi oppositori, scompaiono dai marciapiedi intorno a Piazza Tahrir in un batter di ciglio. Le strade del centro pullulano di soldati, poliziotti, agenti in divisa e mukhabarat, uomini dei Servizi. Basta un sospetto e si finisce isolati dai passanti, spinti contro un muro. Poi un pullmino bianco accosta al marciapiedi, apre le porte scorrevoli e si finisce così inghiottiti da uno dei tanti apparati di sicurezza che il regime egiziano si è dato per dare la caccia ogni tipo di opposizione e restare in piedi. Scene simili a quelle di tre mesi fa, il 25 gennaio scorso quando anche Giulio Regeni fu “inghiottito” da una retata a strascico con il tragico esito che tutti conosciamo. Che ieri si è ripetuta per decine di volte nel centro del Cairo, dove il via vai abituale ieri era sostituito dagli agenti in borghese e il rumore dei clacson dal gracchiare delle radio appese alla cintura.

La polizia ha chiuso “per motivi di sicurezza” tutte le strade che portano alla sede del sindacato dei giornalisti. Via Abdel Khalek Tharwat, dove c’è lo stabile che lo ospita, è stata sbarrata con recinzioni in acciaio e presidiata dalle forze di sicurezza. L’esercito ha schierato mezzi blindati a Piazza Tahrir, epicentro delle proteste che nel 2011 portarono alla caduta dell’ex presidente Hosni Mubarak, e in altri punti nevralgici della città. Il ministro dell’Interno, Magdy Abdel Ghafar aveva, dagli schermi della tv, ammonito i manifestanti dallo scendere in piazza, «non abbiamo dato alcun permesso per le manifestazioni di oggi e non permetteremo la violazione della legge in nessun caso. Le forze di sicurezza non consentiranno alcun attentato alla sicurezza della nazione».
In realtà i sostenitori di Al Sisi - qualche migliaio - hanno avuto la possibilità di entrare a Piazza Tahrir sventolando bandiere egiziane e cantando le lodi del Feldmaresciallo mentre nel cielo sfrecciavano i caccia.

Nel centro della capitale due settimane fa c’erano già state le prime proteste contro la “svendita” di due isolette sul Mar Rosso ai sauditi, intesa che ha risvegliato l’opposizione e l’ha spinta a scendere in piazza, unita nel voler usare come bandiera il nazionalismo ma sostanzialmente divisa in tante, troppe, anime come dimostra l’elenco eterogeneo dei fermati e le centinaia di sparizioni forzate segnalate negli ultimi quattro giorni.

L’Egitto di Al Sisi dice che le isolette Tiran e Sanafir, al largo del Sinai, appartengono all’Arabia Saudita, che le mise sotto protezione del Cairo nel 1950 perché temeva che Israele se ne potesse impadronire. Una “contesa” che ha aspettato 66 anni per trovare una soluzione (che fra l’altro soddisfa anche Israele). L’annuncio del “passaggio” è arrivato durante la “storica” visita - due settimane fa - dal monarca saudita, re Salman, che ha annunciato un pacchetto multi-miliardario di aiuti e investimenti, alimentando così i sospetti che le isole siano state vendute. «L’Egitto ha bisogno che la verità sia rivelata alla sua gente: attraverso il dialogo, non l’oppressione, con i documenti, le prove e le mappe, non con incursioni della sicurezza e arresti arbitrari » ha scritto l’editorialista Abdullah el-Sinnawy ieri sul quotidiano al-Shorouk. Al-Sisi insiste però sul fatto che l’Egitto non ha restituito un «pollice del suo territorio » e ha chiesto che la gente smetta di parlare di “svendita”. Ma è indubbio che il leader egiziano – due anni dopo aver preso il potere rovesciando il presidente islamista Mohammed Morsi – stia perdendo parte del consenso che aveva raccolto dal 2014 e anche settori della società che avevano premuto per una sua discesa in campo oggi si trovano su posizioni molto diverse. Le aspettative di un maggiore benessere si sono dissolte, il terrorismo islamico ha reso deserte le spiagge del Mar Rosso dopo la bomba sul jet dei turisti russi a Sharm el Sheikh. Se l’economia è in serie difficoltà, il rapimento, la tortura e l’uccisione di Giulio Regeni all’inizio di quest’anno hanno avvelenato i rapporti con l’Italia, uno dei più convinti sostenitori di Al Sisi nell’Ue e primo partner commerciale europeo. 

Nel pomeriggio l’attenzione si è spostata a Giza, distretto dell’area metropolitana del Cairo sulla sponda occidentale del Nilo. Qui, come spiega un collega del quotidiano Al Masry Al Youm, la security ha ricevuto l’ordine di arrestare «qualsiasi manifestante». Infatti alle cinque sulla Mesaha Square, nel quartiere impiegatizio di Dokki dove fra l’altro abitava Giulio Regeni, non appena duecento persone si sono ritrovate e hanno iniziato a gridare slogan tipo “Pane, Libertà e Isole” e “Al Sisi Vattene” è intervenuta la polizia sparando gas lacrimogeni e pallottole di gomma. I manifestanti sono fuggiti nelle strade vicine per poi disperdersi. In meno di un’ora 23 arresti, decine di fermati. Ma a Dokki è successo anche qualcosa di “particolare”. Temendo un’altra ondata di disordini, dopo anni di turbolenze, molti residenti e negozianti si sono mostrati ostili verso i manifestanti. Dai balconi molti abitanti gridavano “traditori” ai dimostranti riuniti sotto in piazza, altri hanno cominciato a lanciare secchiate d’acqua, mentre la polizia si portava via sui suoi pullmini bianchi 4 giornalisti stranieri, incurante di permessi e accrediti stampa. Il giornalista, specie se straniero, nell’Egitto di Al Sisi è una categoria assimilabile al nemico.


GAS LACRIMOGENI SUGLI OPPOSITORI
OLTRE CENTO ARRESTI
di Fabio Scuto



Vietate le proteste contro la cessione di due isole ai sauditi. Fermati 35 giornalisti: 10 restano in carcere

IL CAIRO. Un’ondata di arresti soprattutto al Cairo, caccia aperta non solo agli oppositori ma a tutti coloro che con una telecamera o un cellulare hanno cercato di riprendere le proteste nella capitale egiziana. Tutte le città d’Egitto ieri erano blindate fin dalle prime ore del mattino. Auto, camion e mezzi blindati di polizia e dell’esercito schierati a presidio dei luoghi simbolo, come piazza Tahrir al Cairo, migliaia di agenti per bloccare le manifestazioni annunciate dai gruppi di opposizione al presidente Abdel Fatah Al Sisi. Le proteste — subito vietate — erano contro la cessione delle due isole di Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita. Incidenti, gas lacrimogeni e un centinaio di fermati solo nella capitale.

Il centro del Cairo è stato completamente isolato dal resto della città, alcune strade come quella che ospita il sindacato dei giornalisti — uno degli organismi di punta contro la repressione del regime — è stata chiusa con paratie d’acciaio. Chiunque ha cercato di avvicinarsi è stato fermato. Qui è finita in manette Basma Mustafa, la collega che intervistò per prima i familiari dei “presunti assassini” di Giulio Regeni uccisi tutti però in uno scontro a fuoco con la polizia. E poi ancora i colleghi Mohamed al Sawi, Mohamed al Shama e Mustafa Reda. Fra i fermati una decina di attivisti del Partito socialdemocratico egiziano, qualcuno del Movimento 6 aprile. Di prima mattina, era stato arrestato anche Ahmed Abdallah, capo della Commissione egiziana per i diritti e libertà, organizzazione che documenta le sparizioni forzate nel Paese. Altre decine di fermati, poi rilasciati a Dokki nel pomeriggio, dove un’altra protesta di 200 persone è “fallita” per l’intervento della polizia con gas lacrimogeni e pallottole di gomma. Il sindacato dei giornalisti ha denunciato l’arresto di 35 colleghi, 25 dei quali poi rilasciati in serata. ( f. s.)